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Una cultura della tolleranza per la libertà religiosa

· Intervento della Santa Sede ·

Pubblichiamo la traduzione italiana dell’intervento sulla libertà religiosa svolto il 1 marzo dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e Istituzioni specializzate a Ginevra, alla XIX sessione ordinaria del Consiglio dei Diritti dell’Uomo.

Signora Presidente,

L’attuazione dei diritti umani rappresenta oggi una sfida difficile, specialmente per quanto riguarda il diritto fondamentale e inalienabile di ogni persona alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione o credo . Tra le altre cose, la mutevole situazione politica, percezioni errate del ruolo della religione, il vantaggio personale, e le sottili ambiguità nell’intendere il secolarismo portano all’intolleranza e perfino alla persecuzione vera e propria delle persone a causa della loro fede o religione. La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nella pratica, nel culto e nell’osservanza, garantita dalle leggi sui diritti umani e dagli strumenti internazionali, viene ignorata in molti luoghi del mondo. Queste politiche e pratiche soffocanti mettono a rischio il contributo di tanti cittadini alla vita sociale e al progresso dei loro rispettivi Paesi. La Santa Sede apprezza la costante attenzione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo a questo importante tema e l’impegno e le decisioni prese in merito dalle Procedure Speciali.

In molti Paesi, però, il divario tra i principi dichiarati, largamente accettati, e la loro applicazione pratica quotidiana si sta allargando. Studi autorevoli forniscono dati affidabili su schemi attuali e ripetitivi di gravi violazioni del diritto di libertà di religione. I cristiani non sono le uniche vittime, ma gli attacchi terroristici contro i cristiani in Africa, in Medio Oriente e in Asia sono aumentati del 309 per cento dal 2003 al 2010. Circa il 70 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi con gravi limitazioni alla fede e alla pratica religiosa, e sono le minoranze religiose a pagare il prezzo più alto. In generale, le crescenti restrizioni poste alla religione riguardano 2,2 miliardi di persone. Gli individui colpiti o hanno perso la protezione della loro società oppure hanno sperimentato restrizioni imposte dal governo e ingiuste, oppure sono diventati vittima della violenza dovuta a un fanatismo impulsivo (http://www.pewforum.org/Government/Rising-Restrictions-on-Religion.aspx; vedi anche Portes Ouvertes: Index mondial de Persécution des chrétiens , 2011; Cfr. Ayaan Hirsi Ali, The War on Christians , Newsweek, 13 febbraio 2012, p. 30). I fatti dimostrano che servono ulteriori sforzi da parte della comunità internazionale al fine di assicurare la protezione delle persone nell’esercizio della libertà di religione e della pratica religiosa. Queste azioni sono urgentemente necessarie, poiché in molti Paesi la situazione si sta aggravando e perché la denuncia effettiva di queste violazioni viene poco enfatizzata, mentre invece dovrebbe essere evidenziata nei Rapporti pertinenti.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo indica il rispetto della dignità umana di tutte le persone come fondamento sul quale poggia la tutela dei diritti umani. Nelle circostanze attuali è bene ricordare che gli Stati devono assicurare a tutti i cittadini il diritto di godere della libertà di religione in modo individuale, in famiglia e come comunità, e di partecipare alla pubblica piazza. La libertà di religione, di fatto, non è un diritto derivato o concesso, bensì un diritto fondamentale e inalienabile della persona umana. Un credo religioso non deve mai essere percepito o considerato dannoso od offensivo solo perché diverso da quello della maggioranza. Il compito del Governo non è quello di definire la religione o di riconoscerne l’importanza, bensì di conferire alle comunità di fede una personalità giuridica, affinché possano operare pacificamente all’interno di una struttura legale. Il rispetto della libertà religiosa di tutti può essere a rischio laddove è riconosciuto il concetto di “religione di Stato”, specialmente quando questo diventa la fonte del trattamento ingiusto degli altri, sia che appartengano a una fede diversa, sia che non ne abbiano affatto.

Al di là delle considerazioni istituzionali, il problema fondamentale riguardo alla promozione e alla tutela dei diritti umani nell’ambito della libertà religiosa è l’intolleranza, che ogni anno porta alla violenza e all’uccisione di tante persone innocenti solo per le loro convinzioni religiose. La responsabilità realistica e collettiva, pertanto, è quella di sostenere la tolleranza reciproca e il rispetto dei diritti umani, nonché una maggiore uguaglianza tra i cittadini di religione diversa, al fine di realizzare una democrazia sana, in cui vengano riconosciuti il ruolo pubblico della religione e la distinzione tra la sfera religiosa e quella temporale. Nella vita concreta, le relazioni tra la maggioranza e la minoranza, se affrontate nel contesto di un’accettazione reciproca, consentono la cooperazione e il compromesso e aprono la via a una coesistenza pacifica e costruttiva. Al fine di raggiungere questo obiettivo auspicabile, occorre però superare una cultura che sminuisce la persona umana e che sta cercando di eliminare la religione dalla vita pubblica. Papa Benedetto XVI descrive chiaramente questa situazione quando afferma: «Purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. È chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina l’”ecologia umana” e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita. Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa» (Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico per la presentazione degli auguri per il nuovo anno , lunedì, 11 gennaio 2010).

Signora Presidente,

Le religioni non sono una minaccia, bensì una risorsa. Contribuiscono allo sviluppo delle civiltà, e questo è un bene per tutti. Le loro libertà e attività vanno protette, affinché la collaborazione tra le fedi religiose e le società possa favorire il bene comune. Urge una cultura della tolleranza, di accettazione reciproca e di dialogo. Il sistema educativo e i media hanno un ruolo importante, escludendo il pregiudizio e l’odio dai libri di testo, dai notiziari e dai giornali, e diffondendo informazioni accurate e corrette su tutti i gruppi che compongono la società. La mancanza di educazione e d’informazione, che facilita la manipolazione delle persone per trarne vantaggi politici, è però troppo spesso legata al sottosviluppo, alla povertà, all’impossibilità di partecipare in modo effettivo alla gestione della società. Una maggiore giustizia sociale offre un terreno fertile per l’attuazione di tutti i diritti umani. Le religioni sono comunità basate su convinzioni e la loro libertà garantisce un contributo di valori morali, senza i quali non è possibile la libertà di tutti. Per questa ragione, la comunità internazionale ha la responsabilità urgente e benefica di contrastare la tendenza alla crescente violenza contro i gruppi religiosi e l’ingannevole neutralità, che di fatto mira a neutralizzare la religione.

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