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Una crisi
senza soluzione militare

· Intervento della Santa Sede alla conferenza internazionale sulla Siria ·

 Pubblichiamo la nostra traduzione italiana dell’intervento svolto mercoledì 22 gennaio a Montreux dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, capo della delegazione della Santa Sede, alla conferenza internazionale sulla Siria.

Signor Segretario Generale,

I rappresentanti della popolazione siriana e della comunità internazionale si incontrano oggi, in questa conferenza Ginevra 2, al fine di compiere passi concreti a favore di un futuro pacifico per il popolo siriano e il Medio Oriente. Dinanzi all’indicibile sofferenza del popolo siriano, un senso di solidarietà e di responsabilità comune ci spinge a impegnarci in un dialogo basato su onestà, fiducia reciproca e passi concreti. Il dialogo è l’unica via per andare avanti. Non c’è soluzione militare alla crisi siriana. La Santa Sede è convinta che la violenza non porti da nessuna parte se non alla morte, alla distruzione e alla mancanza di futuro.

La mia Delegazione è lieta di contribuire a questo processo fondamentale, che è di per sé o segno di una volontà politica che dà la priorità ai negoziati rispetto alle armi, alla gente rispetto al potere estremo. Per questa ragione, tutti i leader religiosi, in particolare, convergono sulla convinzione che la violenza deve terminare perché a tutto il popolo della Siria e all’intera regione è già stata inflitta troppa sofferenza. I recenti incontri dei rappresentanti religiosi di diverse confessioni hanno ribadito questo approccio costruttivo, basato sulla pari dignità di ogni persona creata a immagine di Dio e aperto agli altri.

È giunto il momento di prendere misure concrete per mettere in pratica le buone intenzioni espresse da tutte le parti dell’attuale conflitto. In questo contesto, la Santa Sede rinnova il suo urgente appello alle parti coinvolte per un rispetto pieno e assoluto del diritto umanitario e presenta le seguenti proposte:

a. Come richiesto da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, l’immediato e incondizionato cessate il fuoco e la fine delle violenze di ogni genere devono diventare una priorità e l’obiettivo urgente di questi negoziati. Tutte le armi devono essere deposte, e occorre prendere misure specifiche per arrestare il flusso di armi e il finanziamento delle stesse, che alimentano l’aumento della violenza e della distruzione, al fine di lasciare spazio agli strumenti di pace. I soldi investiti nelle armi devono essere reindirizzati verso l’assistenza umanitaria. La cessazione immediata della violenza è nell’interesse di tutti. È un imperativo umanitario e costituisce il primo passo verso la riconciliazione.

b. La cessazione delle ostilità deve essere accompagnata da una maggiore assistenza umanitaria e dall’inizio immediato della ricostruzione. Milioni di persone sono state dislocate e si trovano in situazioni di pericolo per la loro vita. La vita familiare è stata sconvolta. Le strutture educative e sanitarie sono state distrutte o rese inutilizzabili.

c. La guerra ha portato al crollo economico di molte regioni in Siria. Gli sforzi di ricostruzione devono iniziare insieme ai negoziati e devono essere sostenuti dalla generosa solidarietà della comunità internazionale. In questo processo, occorre prestare un’attenzione preferenziale ai giovani, di modo che, attraverso il loro impiego e il loro lavoro, possano diventare protagonisti per un futuro pacifico e creativo del loro Paese.

d. La ricostruzione delle comunità esige un dialogo e una riconciliazione sostenuti da una dimensione spirituale. La Santa Sede incoraggia fortemente tutte le fedi e le comunità religiose in Siria a giungere a una maggiore conoscenza reciproca, a una migliore comprensione e al ripristino della fiducia.

e. È importante che le potenze regionali e internazionali favoriscano il dialogo costante e che si affrontino i problemi regionali. La pace in Siria potrebbe diventare un catalizzatore della pace in altre parti della regione e un modello di quella pace di cui c’è così urgentemente bisogno.

A di là delle tragedie della crisi attuale, possono presentarsi nuove opportunità e soluzioni originali per la Siria e i suoi vicini. Un approccio giusto sarebbe quello di riconoscere che l’esistenza della diversità culturale, etnica e religiosa e del pluralismo non deve essere un fattore negativo o, peggio, una fonte inevitabile di conflitto, ma piuttosto una possibilità per ogni comunità e individuo di dare il proprio contributo al bene comune e allo sviluppo di una società più ricca e bella. C’è un ruolo per tutti laddove la cittadinanza offre uguale partecipazione in una società democratica con pari diritti e doveri. In tal modo, nessuno è costretto a lasciare il proprio paese a causa dell’intolleranza e dell’incapacità di accettare le differenze. Di fatto, l’uguaglianza assicurata dalla comune cittadinanza può consentire all’individuo di esprimere, da solo e in comunità con altri, i valori fondamentali che tutte le persone considerano indispensabili per sostenere la loro identità interiore. Una tale comprensione e un tale sviluppo della società aprono il cammino a una pace duratura e feconda.

Signor Segretario Generale,

Da quando è iniziata la crisi siriana, la Santa Sede ne ha seguito gli sviluppi con profonda preoccupazione e ha costantemente chiesto a tutte le parti coinvolte d’impegnarsi a prevenire la violenza e a fornire assistenza umanitaria alle vittime. Il Santo Padre ha fatto sentire la sua voce in numerose occasioni per ricordare alla gente la futilità della violenza, invitando a una risoluzione negoziata dei problemi, auspicando una partecipazione giusta ed equa di tutti nella vita della società. Oltre all’invito a pregare per la pace, egli ha promosso una risposta attiva da parte delle organizzazioni e delle istituzioni cattoliche ai bisogni emergenti. Resta memorabile la proposta del Santo Padre di una Giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Siria e in Medio Oriente, che ha ricevuto in tutto il mondo una risposta straordinariamente positiva.

Permettetemi di concludere riprendendo le parole di Papa Francesco: «Chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione». «Non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace».

Signor Segretario Generale,

Il popolo della Siria ha convissuto in pace nella storia e può tornare a farlo.

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16 luglio 2019

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