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Una crisi già scritta

· Viaggio nel caleidoscopico scenario libico ·

La crisi in Libia ha radici che affondano nei decenni passati. Ci sono differenze profonde nel paese: la Libia come nazione unitaria non era mai esistita prima del colonialismo italiano, c’erano la Tripolitania e la Cirenaica, due entità ben distinte che hanno sempre continuato a far sentire la loro specificità. Ed è questa identità locale che è riaffiorata prepotentemente in questi ultimi anni, alimentando un conflitto iniziato soprattutto con la ribellione della Cirenaica a Gheddafi e al potere di Tripoli nel 2011, ed è continuata con quella che è stata definita la “seconda guerra civile” libica a partire dal 2014, da quando cioè a Tripoli si è insediato il governo di unità nazionale espressione del parlamento eletto nel 2012, mentre a Tobruk un’altra assemblea, frutto delle elezioni del 2014 ha proclamato la propria sovranità sull’est della Libia, con il contributo militare determinante del generale Khalifa Haftar.

Ma le due principali regioni della Libia non rappresentano le sole forze in gioco. Ogni zona del paese ha proprie caratteristiche ed è abituata a vivere una propria autonomia. Il sud sahariano, riunito nel Fezzan, è un’altra grande entità dove dominano i tuareg e i tebu. Ma ogni piccolo centro ha ormai un proprio consiglio e soprattutto una propria milizia, e vuole far sentire la propria voce senza imposizioni di autorità esterne. In questo contestano, affermano gli analisti, se anche uno dei due grandi attori — Tripoli o Tobruk — vincesse il confronto militare, in realtà la gran parte del paese sarebbe comunque fuori del loro controllo. Un ruolo chiave lo giocano infatti le tribù, istituzioni ancora molto forti nel paese, la cui importanza si è accresciuta negli anni del regime di Gheddafi, quando ogni altro organo istituzionale rappresentativo è stato abolito.

Con gli eventi bellici iniziati nel 2011, quando i libici — specialmente quelli della Cirenaica — sull’onda delle cosiddette “primavere arabe” si ribellarono a Gheddafi, di fronte a una minacciata dura reazione militare del regime, le ingerenze esterne si sono fatte poi più evidenti, con aiuti militari e di altro genere che di fatto hanno facilitato la tragica fine del regime del rais. Nella confusione degli anni seguenti le forze jihadiste che si richiamavano al sedicente stato islamico, quando questo era al momento della sua massima potenza, hanno intravisto un’opportunità da sfruttare. La guerra all’Is in Libia ha coinvolto sul terreno le potenze occidentali e ha in parte spinto dalla stessa parte la maggior parte delle forze e delle milizie presenti nel paese. Passato il pericolo dello stato islamico, le stesse sono tornate alle antiche contrapposizioni.

Un ruolo, nel complesso scenario libico, lo giocano naturalmente anche le diverse impostazioni politiche che ispirano l’attività delle diverse fazioni. Il governo di Tripoli tradizionalmente è più legato a una frangia islamica vicina al mondo dei Fratelli musulmani. Al contrario Tobruk e il generale Haftar sono visti ancora come eredi ideali del regime di Gheddafi, con un’impostazione laica e militarista che sono un’altra tradizione dell’arabismo politico nordafricano.

di Osvaldo Baldacci

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22 agosto 2019

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