Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Una corretta narrazione
è già un’azione efficace

· L’iniziativa Covering Climate Now ·

Si chiama “Covering Climate Now” e significa: parliamone, ora. Il progetto lanciato dalla Columbia Journalism Review e dalla rivista statunitense The Nation, in collaborazione con il quotidiano britannico The Guardian, mira a «rendere giustizia alla storia che definisce il nostro tempo» e ha invitato i media di tutto il mondo a dedicare la settimana dal 16 al 23 settembre all’informazione puntuale del pubblico sul tema del secolo: il cambiamento climatico. Centinaia di testate giornalistiche in tutto il pianeta hanno aderito all’iniziativa che ha come deadline un giorno importante. Oggi, 23 di settembre, a New York, si tiene infatti il summit delle Nazioni Unite sul clima, appuntamento al quale i leader mondiali sono invitati per proporre e impegnarsi in piani concreti per contrastare la crisi climatica.

L’iniziativa e la risposta ottenuta sono segnali di una crescente presa di coscienza sulle condizioni critiche dell’intero pianeta, sulla necessità di informare il pubblico su un problema che non riguarda singole porzioni di mondo, e sull’importanza di stabilire termini appropriati per affrontare il discorso.

Se il sito della Columbia Journalism Review illustra il progetto come «un adempimento delle responsabilità più sacre del giornalismo, che è quello di informare le persone e favorire il dibattito costruttivo su sfide e opportunità comuni», altre testate analizzano i clamorosi errori fatti sinora dai giornalisti nella narrazione di questo fenomeno mondiale.

Una prima scorrettezza viene individuata nel proporre al pubblico — in nome della vivacità dei dibattiti, tanto più seducenti delle spiegazioni — uguale dignità scientifica tra climatologi e negazionisti, con il risultato che l’esistenza stessa del riscaldamento globale è stata presentata spesso come interpretazione personale o un punto di vista. Eppure, da tempo, i dati raccontano un’altra storia. Eurozine (network europeo di riviste culturali) cita al riguardo uno studio effettuato da Naomi Oreskes, storica della scienza, che ha preso in esame gli articoli scientifici dedicati all’argomento e pubblicati tra il 1993 e il 2003: su 928 studi, nemmeno uno metteva in dubbio le cause antropiche del riscaldamento globale. Mettere sullo stesso piano climatologi e negazionisti non è quindi esercizio di democrazia bensì falso equilibrio, lo stesso che si creerebbe dando modo ai “terrapiattisti” di difendere le proprie ragioni.

Tra gli errori madornali del giornalismo si menzionano anche l’aver reso il riscaldamento globale un tema da addetti ai lavori o da rubrica scientifica, senza evidenziarne «le implicazioni sociali, culturali, geostrategiche, economiche, storiche, psicologiche e comunicative»; il parlarne come di un tema politico, da sinistra o da verdi; il porre l’accento sui sacrifici e sulle perdite che il cambiamento climatico comporta invece che sui vantaggi e sui miglioramenti derivabili da un impegno globale. Un ulteriore problema viene riportato dallo Shorenstein Center dell’Università di Harvard, secondo il quale «una narrativa ristretta che si concentra esclusivamente sugli impatti dei cambiamenti climatici lascia al pubblico un senso generale di impotenza». Focalizzarsi solamente su «paura, miseria e sventura» sarebbe equiparabile a parlare di una terribile epidemia senza menzionare la disponibilità di un vaccino o le modalità di trasmissione della malattia.

Ma non esistono solo errori, bensì anche proposte di soluzioni pensate per consegnare una narrazione completa di dati e di speranza. Secondo David Bornstein, cofondatore di Solutions Journalism Network, non è sufficiente sapere cosa non funziona. «Le persone hanno bisogno di sapere come i problemi possono essere risolti». È necessario per questo assegnare «un’attenzione adeguata a storie di problem solving costruttivo» in cui ognuno — cittadini, politici e leader mondiali — possa riconoscersi per trovare motivazione.

di Elisabetta Curzel

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

09 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE