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Una coperta di lana sotto le stelle

· Nell’ultimo libro di Jón Kalman Stefánsson ·

Fin dalle pagine d’apertura del libro di Jón Kalman Stefánsson Grande come l’universo (Milano Iperborea, 2016, pagine 448, euro 19) emergono i temi della morte, di Dio, dell’ingiustizia («forse è vero che non esiste giustizia in questo mondo, né un briciolo, né una traccia») con uno stile peculiare, sempre ricco di immagini semplici ma usate in modo nuovo, tratte per lo più dal mondo della natura («fa così buio sulla brughiera che è come se il cielo avesse spento tutte le luci», «un cielo così azzurro che sembra quasi che l’eternità stia scendendo sulla terra», gli uccelli sembrano «l’abbozzo di Dio prima di creare gli angeli» «il buio sia il sonno di Dio e le stelle i suoi sogni», «gettiamo le parole come torce accese nelle lande tenebrose della morte»), con una partecipazione che viene dal profondo ma non è mai compiacimento e vuoto patetismo, per cui la lettura è sempre coinvolgente e mai profondamente triste.

L’aurora boreale in Islanda

Come risulta già da queste prime note il buio è sempre la rappresentazione della morte, la luce della vita.

In un paese dove la luce dura un mese scarso l’anno e la vita è, per citare il titolo di un precedente romanzo, «luce d’estate, ed è subito notte».

Eppure, come negli altri romanzi — in particolare in I pesci non hanno gambe — anche qui c’è un disperato bisogno di Dio, quel Dio nominato tante volte, rifiutato forse razionalmente ma cercato disperatamente con il cuore.

Il motivo ricorrente è sempre quello dell’importanza delle parole, che sono lo strumento dell’arte del narratore, unico baluardo contro la morte (la morte è la dimenticanza, la scrittura è il modo per prolungare la vita, come nei Sepolcri foscoliani: «E tu onore di pianti, Ettore, avrai»).

La poesia può far morire ma senza la poesia non vale la pena di vivere. È questo sicuramente il tema che ricorre più spesso anche in questo romanzo, è quasi un chiodo fisso dell’autore, che fa presente sempre l’episodio di La tristezza degli angeli, in cui Bárour muore per leggere le poesie e dimentica la cerata che gli doveva salvare la vita, ma qui va oltre, qui si pone delle domande: «una poetica senza tempo che consola tutti tranne chi l’ha composta, e chi è morto», «a che servono i poeti se non possono aiutarci a vivere?», infine «le belle parole non hanno valore se non ci rendono persone migliori».

A queste domande, come a tutte le domande vere, importanti sulla vita, non c’è risposta, perché la risposta è proprio nella ricerca. Luce d’estate finiva con una domanda, qui un capitolo che è in qualche modo la prima parte del libro finisce con una domanda.

Due cose infine bisogna sottolineare in questo libro che non si trovavano nei precedenti romanzi.

La prima è il riferimento frequente ad autori contemporanei islandesi (in primo luogo Laxness), l’altra è l’amore come causa di infelicità («quella visione l’avrebbe costretto a non essere mai perfettamente felice»).

Viene spesso citata una canzone d’amore, You’ll always be, my endless love per riflettere subito dopo sulla differenza fra le parole della canzone e la realtà: «Ma fuori attendono i grigi eserciti della quotidianità» con le loro armi: la zuppa d’avena strinata, i dissensi su come e quanto fare le pulizie, i problemi economici, le bevute eccessive, l’insonnia, «tutto ciò che sembra non avere alcuna difficoltà a mettere in ginocchio l’amore e screditarlo».

Tuttavia la conclusione è che «l’amore non è, dopo tutto, un “ti amo così tanto che potrei quasi morire”, you’ll always be my endless love, ma qualcuno che esce nel gelo con una coperta di lana e un berretto perché l’altro possa continuare a guardare le stelle».

di Sabino Caronia

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08 dicembre 2019

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