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Una comunità accogliente  nella periferia di Roma

· Domenica Benedetto XVI a San Massimiliano Kolbe a Prato Fiorito ·

Non «un agglomerato anonimo, ma una costellazione dove Dio conosce tutti personalmente per nome, ad uno ad uno». È la suggestiva definizione di città data da Benedetto XVI durante il tradizionale omaggio all'Immacolata in piazza di Spagna.

Una descrizione efficace di come il vescovo di Roma vede la «sua» metropoli. Per questo sin dall'inizio del pontificato ha scelto di incontrarne gli abitanti, visitando durante il tempo di Avvento o di Quaresima le parrocchie della diocesi. Lo ha già fatto per nove volte: nel 2005 è stato a Santa Maria Consolatrice a Casal Bertone; nel 2006 a Dio Padre Misericordioso a Tre Teste e a Santa Maria Stella dell'evangelizzazione al Torrino; nel 2007 a Santa Felicita e Figli Martiri alla borgata Fidene e a Santa Maria del rosario ai martiri Portuensi; nel 2008 a Santa Maria Liberatrice al Testaccio e a San Lorenzo fuori le mura; nel 2009 al Santo Volto di Gesù alla Magliana; nel 2010 a San Giovanni della croce a Colle Salario.

Benedetto XVI si è recato soprattutto in comunità periferiche. Come fa anche questa domenica, 12 dicembre, dirigendo i suoi passi nel quartiere di Prato Fiorito, lungo la via Prenestina, quattro chilometri fuori dal grande raccordo anulare. Lo attende la parrocchia dedicata a san Massimiliano Kolbe, il francescano polacco martire ad Auschwitz: ottomila anime, in prevalenza piccoli artigiani, molti dei quali originari di altre regioni — Calabria, Abruzzo, Sicilia e Marche — che qui hanno costruito, spesso con le loro stesse mani, la casa in cui vivono.

«Per questo è molto forte il senso di appartenenza al quartiere», commenta il parroco don Slawomir Skwierzynski — anch'egli, come il patrono, di origine polacca — giunto qui da appena tre mesi. «Provengo dall'arcidiocesi di Pozna{l-nacute} — spiega — dove sono stato ordinato nel 1998, ma dal 1° luglio 2006 sono incardinato a Roma, al cui clero dal settembre 2000 è affidata la comunità».

Eretta il 1° marzo 1984, essa fu inizialmente affidata alla Compagnia di Maria, la congregazione dei religiosi di san Luigi Maria Grignion de Montfort, che sul territorio hanno uno studentato e una chiesa, utilizzata in passato soprattutto per matrimoni, comunioni e cresime. Tanto che l'area circostante lo studentato è nota anche come Colle Monfortani.

Tutta la zona, sviluppatasi a partire dagli anni Settanta, appartiene all'VIII municipio dal punto di vista amministrativo. Mentre da quello pastorale, fa parte della XVIII prefettura del settore est della diocesi.

Appena venti mesi fa, il 26 aprile 2009, il cardinale vicario Agostino Vallini ha dedicato il nuovo tempio, dopo che per un quarto di secolo le attività si erano svolte in un prefabbricato. L'edificio è stato realizzato dall'Opera romana per la preservazione della fede e per la provvista di nuove chiese, mentre il comune si è occupato del risanamento della zona, creando un parco. «Il complesso parrocchiale è stato progettato da due architetti appartenenti al cammino neocatecumenale — spiega il parroco — ed è quindi concepito alla luce delle idee teologiche care al movimento fondato da Kiko Argüello, che ha realizzato personalmente i dipinti dietro l'altare». Del resto, diversi sacerdoti che qui hanno svolto il loro ministero si sono formati al seminario Redemptoris Mater di Roma e lo stesso attuale vice parroco, don Luca Angelelli, ordinato nel 2009, proviene dal Cammino. Ma a San Massimiliano Kolbe — afferma don Slawomir — «oltre a due comunità neocatecumenali ci sono anche il gruppo di preghiera Padre Pio, i carismatici della comunità Gesù risorto, un gruppo per la pastorale familiare, un gruppo postcresima e un gruppo giovanile. Inoltre — aggiunge — con tanto sacrificio e tanto entusiasmo sta nascendo l'oratorio». E poi ci sono tutte le normali attività di una parrocchia viva e dinamica: la catechesi, le celebrazioni, la Caritas con un suo centro di ascolto. «Sul territorio vivono numerosi stranieri — confida il parroco — provenienti in particolare dalla Romania, dalla Polonia, dalla Cina e dall'Africa, che spesso presentano situazioni di bisogno. Inoltre — prosegue — non sono molto integrati, se si escludono quanti accompagnano i figli al catechismo».

Per il resto Prato Fiorito somiglia a molti altri quartieri-dormitorio della cintura periferica dell'Urbe: la maggior parte dei residenti lasciano le abitazioni al mattino per farvi ritorno in serata, anche a motivo di una viabilità caotica che penalizza molto gli spostamenti sia con mezzi privati sia con quelli pubblici. «Tutto ciò — conclude don Slawomir — non favorisce di certo le diverse iniziative pastorali proposte dalla parrocchia, la quale costituisce anche un luogo di aggregazione sociale e culturale, a causa della mancanza di analoghi spazi, se si eccettua il grande centro commerciale di Roma Est». E così a San Massimiliano Kolbe si tengono corsi di lingua e di informatica, di chitarra e di disegno. Persino di ballo.

Gli abitanti lamentano inoltre la mancanza di infrastrutture sul territorio. Ma questa è una realtà condivisa da tutte quelle periferie venute su tra campagna e capannoni industriali senza un piano regolatore. È per questo che Benedetto XVI viene a ribadire che la città non è un agglomerato anonimo, ma un luogo dove Dio conosce tutti personalmente per nome.

E mentre i parrocchiani sono affaccendati a preparare l'accoglienza al Papa — festoni e bandierine con cui addobbare la chiesa e le strade adiacenti — qualcuno si ferma davanti al presepe allestito in un mese e scoperto martedì sera, alla vigilia dell'Immacolata. Altri ricordano l'incontro nell'Aula Paolo VI, il 20 marzo 2004, con Giovanni Paolo II, il Papa che ha beatificato e canonizzato il frate suo connazionale cui è dedicata la parrocchia. «Era il periodo in cui l'anziano Pontefice — dice uno dei presenti — riceveva i fedeli delle comunità romane che non aveva potuto visitare personalmente. Eravamo quattro parrocchie della periferia orientale e fu una grande gioia. Figuriamoci come sarà domenica, quando Papa Ratzinger verrà in mezzo a noi per celebrare la messa».

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