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Laboratorio
di convivenza

· La città di Ginevra al di là degli stereotipi ·

Vista dalle sponde del lago, in particolare da quella meridionale che si prolunga verso il confine francese, Ginevra si presenta nel suo aspetto migliore: una serie di eleganti edifici abbraccia le acque trasparenti e, specie in una giornata di sole estivo e senza vento, il jet d’eau che si innalza a più di cento metri d’altezza contribuisce a fornirne un’immagine da cartolina. Giunti in città per lavorarci alcuni anni or sono abbiamo però dovuto scoprire dietro l’immagine stereotipata della Svizzera che quasi ogni italiano porta dentro di sé un paese diverso. Da allora amiamo Ginevra, ci torniamo spesso e non da turisti, un pezzetto di noi è rimasto svizzero e lo resterà forse per sempre. 

La basilica di Notre-Dame di Ginevra

Come in ogni storia d’amore che si rispetti non è però la superficialità di un incontro a far scoccare la scintilla ma la comprensione di una realtà profonda fatta anche di difetti e di piaghe, un vero presente che si svela giorno dopo giorno. Alle spalle del lungolago Wilson, poco lontano dallo splendido parco del Mon Repos, rue de Pâquis corre rettilinea verso il centro della città e verso la stazione di Cornavin. Arrivando in città in un torrido mese di agosto iniziammo a comprendere molte cose abitando proprio in questa via. Pochissimi nostri vicini di casa erano svizzeri: portoghesi, spagnoli, indiani, pachistani, polacchi, nigeriani e naturalmente italiani come noi rendono la rue de Pâquis e la città intera simile ad un grande laboratorio di convivenza dove si parlano decine di lingue diverse e si professano le più varie religioni o i più vari ateismi. Nulla di simile al paese grigio, ordinato e silenzioso della nostra immaginazione, piuttosto una colorata confusione nella quale non di rado ritrovavamo quella di alcune periferie italiane che credevamo di esserci lasciati alle spalle. Dirigendosi verso il centro e arrivando nel piazzale della stazione di Cornavin non si può non notare una grande chiesa in stile neogotico. La sua posizione al centro di un grande incrocio la rende quasi difesa da un traffico ordinato ma inimmaginabile per una città così piccola: tram, pulman, biciclette, automobili e pedoni si muovono attorno alla basilica di Notre-Dame quasi in ogni ora del giorno. Ci è molto cara Notre-Dame de Genève, vi abbiamo trascorso i lunghi momenti non facili degli inizi in preghiera, abbiamo partecipato a molte messe domenicali e abbiamo incontrato, nel cuore della città, persone semplici che si dedicavano con passione ed intelligenza ad aiutare gli altri spezzando il pane della Parola e offrendo loro un conforto e un aiuto concreto. La basilica forse non si può definire bella ma è ormai entrata con tutta la sua dolcezza nel nostro passato e forse più di altri luoghi ci riporta a quello che Ginevra ha rappresentato per noi. La statua della vergine Maria sulla facciata principale rivolge il suo sguardo verso il basso e, discretamente e quasi cordialmente come si usa in Svizzera, vigila su tutti, anche sui moltissimi che non la guardano più. Quante volte abbiamo pensato che quella Vergine guardasse anche noi, spaesati e frastornati da un paese così sorprendente. In un giorno qualunque della settimana passano sotto i suoi occhi tutti i suoi figli: manager impeccabili in giacca e cravatta, sceicchi arabi, disperati senza fissa dimora, agenti di cambio, alcolizzati, massaie con la borsa della spesa, molti poveri. Ognuno sembra dirigersi al proprio posto: alcuni negli uffici scintillanti del lungolago, la prima fila di Ginevra, altri nelle vie secondarie e più nascoste che stanno dietro le quinte. Notre-Dame pazientemente veglia su tutti loro, su tutti noi, e ci aspetta: sa bene che un giorno tutti torneremo a casa e, riaprendo gli occhi, finalmente sapremo alzare la testa e incontrare il suo sguardo di Madre.

di Ferdinando Cancelli

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18 agosto 2019

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