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Una città bucata

· Poesia e visione ·

Jan Vermeer, «La ragazza con l’orecchino di perla» (1666, particolare)

Giornalista, conduttrice radiofonica, poetessa, Antonella Palermo, una delle voci più nuove e interessanti del panorama poetico italiano contemporaneo, ha recentemente riflettuto, in occasione del convegno «Immaginare Dio in teologia», tenutosi al Pontificio Istituto Orientale, sul rapporto tra poesia, visione ed esperienza vissuta: un legame fondato su quel cruciale gesto artistico del “guardare”, spesso relegato ai margini dai cultori di una poesia intesa come intellettualistica e astratta concettualizzazione. La direzione dello sguardo, se non orientato in modo autoreferenziale all’interno del proprio io, apre infatti la strada a un doveroso legame tra poesia e vita, particolarmente evidente nell’ultima raccolta di Palermo, La città bucata (Latiano, Interno poesia, 2018, pagine 84, euro 10): «La mia poesia nasce dal tentativo di ricucire i tagli, le fenditure che compaiono nella nostra vita spesso slabbrata, ridotta in frantumi, lacerata. Questi “buchi” dentro di noi hanno bisogno di essere guardati: con benevolenza, umiltà, mitezza. È l’operazione più difficile. Ci vuole coraggio, perseveranza. Non si può barare. Lo sguardo deve essere cristallino. Come in una confessione». Il verso, ponendosi in stretta prossimità con l’esperienza di vita, la restituisce in modo autentico e potente, mentre il cuore del poeta diviene quel campo di battaglia, di ascendenza ignaziana, dove si sfidano le forze del bene e quelle del male, innalzando i rispettivi vessilli. «Se non guardo le bandiere — continua Palermo — non so da che parte stare. Se non ho occhi per guardare la terra impolverata e insanguinata dalle ferite, non riesco a trovare le parole». La poesia, lungi dal porsi come intrattenimento o sfogo egocentrico, ingaggia un impetuoso corpo a corpo con l’esperienza, trasformandola in immagini. «Il poeta intercetta situazioni, dettagli, traiettorie del quotidiano consorzio tra esseri umani e non. Registra. È un balenìo, per lo più. I Padri dicevano: “Non è nelle visioni che va cercato Dio ma nelle sue manifestazioni più quotidiane, che richiedono occhi capaci di vederlo”. E ancora, Pascoli: “La poesia consiste nella visione di un particolare inavvertito, fuori e dentro di noi”. I see si dice in inglese, ho capito. Claro, in spagnolo. Vedo, con un occhio interiore, e capisco, conosco».

Così la vista è il mezzo principale per discernere la realtà: «Una volta vidi in un monastero dei monti Troodos, a Cipro, un vecchio ricurvo, solo, seduto a uno dei banchi, sfiancato dagli anni e ricco solo dell’occhio di Dio sopra di lui, in quel luogo che era tutto una iconografia alle pareti. Sentii riaffiorare immagini sedimentate: quando vedevo papà curvo a mangiare la sua minestra, per esempio, oppure quando sentivo le preghiere mute di chi entrava nelle chiese e vi sostava. Si innescano memorie, ma anche proiezioni, desideri, scommesse. Spesso mi sorprendo a fissare una scena in modo così prolungato da vivere una sospensione estatica, come se fossi nel luogo del roveto ardente, come se la vita subisse una diffrazione e che da una polveriera di parole possibili ricadessero solo quelle aderenti alla situazione, alla microepica del quotidiano, all’intimo di me che guardo. Mi chiedo alle volte, cosa sia la preghiera, la mistica, se non questo… nel silenzio, trovarsi. Da solo a solo. Incrociare il Volto che scruta e conosce. E ricostruirlo creando nessi tra universi apparentemente distanti». A questa generatività del poeta deve corrispondere una misura.

Se si eccede in una esagerata folla di immagini, il lettore si perde, la sua capacità immaginifica si satura. «Bisogna pulire, potare, sennò si rischia che le immagini diventino idoli. Levare per arrivare allo svelamento. Trovare le parole nel caos della babele in cui viviamo è esplorare un ignoto, cercare e trovare Dio “in tutte le cose”. Ciò accade quando si perdono le zavorre aggettivali e psichiche, quando si rimane nudi, trasparenti. Allora si vede. La Dickinson scriveva: «I poeti non accendono che lumi - / le loro persone – si spengono - / Gli stoppini si infiammano – se luce vitale // permeano come fanno i soli - / ogni epoca una lente / che dissemina la loro / circonferenza». La parola è allo stesso tempo la lente, il bersaglio, il mezzo e il messaggio, la definizione — sempre per approssimazione — di me e di te. È una potatura. «E — lo diceva anche Luzi — ci si arriva sempre come un principiante. Attraverso lo scavo sotterraneo, l’amarezza dei malintesi, i giri di parole, a vuoto, i fiuti dei cani, le tele degli alberi e quelle di lenzuoli stirati con cura. Mi interessa dire di una terra che odora, sanguina, partorisce, rimbomba, si ridisegna per un nuovo stare, e canta. Mi interessa un Dio che partecipa di questa ri-creazione continua che ci è dato, da artigiani della parola, di realizzare».

di Elena Buia Rutt

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13 novembre 2019

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