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Una Chiesa povera
per i poveri

· La teologia del Magnificat e l’insegnamento di Papa Francesco ·

Pubblichiamo l’intervento del rettore dell’Ateneu Universitari Sant Pacià di Barcellona pronunciato in occasione del congresso dedicato al «contributo di Papa Francesco alla teologia e alla pastorale della Chiesa», tenutosi dal 12 al 14 novembre scorsi presso la facoltà di teologia dell’istituto catalano, con la partecipazione di pastori, teologi e accademici provenienti da America, Asia ed Europa.

Giotto, «Elemosina del mantello», 1296-1299 circa, basilica superiore di San Francesco di Assisi

Ci sono motivi teologici e scritturistici sufficienti per considerare i poveri un “luogo teologico” e includerli, come categoria teologica, nella serie di ambiti della fede cristiana che sono fonte di conoscenza, quegli ambiti di cui la riflessione teologica deve tener conto per trattare le verità di fede. Secondo Melchor Cano, il primo luogo teologico è l’autorità delle Scritture e l’ultimo è la realtà storica concreta. I poveri sono parte inalienabile della storia e ne vengono esclusi solo quando si nega che sono i suoi protagonisti. I poveri sono parte integrante e primaria della realtà storica, come si deduce dall’annuncio profetico di Gesù: «I poveri li avete sempre con voi» (Marco, 14, 7). Inoltre i poveri s’inseriscono nella confessione di fede in Gesù, Figlio di Dio e povero tra i poveri. Di conseguenza, in questo momento ecclesiale che potremmo definire come secondo post-concilio, non si può fare teologia senza tener conto dei poveri quali destinatari privilegiati del Vangelo e soggetti attivi della realtà storica. I poveri hanno «nome e cognome, spirito e volto».

Possiamo illustrare alcune conseguenze teologiche e pastorali di quanto detto finora alla luce delle proposte di Papa Francesco. In primo luogo, il carattere universale, e quindi inclusivo, della salvezza di Dio si applica in maniera preferenziale agli esclusi e agli scartati della storia, a quanti non contano e vengono dimenticati. La giustizia salvifica di Dio si manifesta soprattutto in quanti hanno bisogno della sua protezione: «Il Signore difenderà la causa dell’afflitto e renderà giustizia ai poveri» (Salmo, 140, 12). L’impegno divino sarà mantenuto. È però necessario anche un impegno umano che lo raccolga e lo plasmi: bisogna difendere la causa «del debole e dell’orfano» e fare giustizia «all’afflitto e al povero» (Salmo, 82, 3).

La centralità del tema dei poveri nel pensiero del Papa invita a leggere la storia della salvezza con categorie meno generiche e più concrete: Dio si concentra sui più piccoli, li sceglie e li salva, secondo la teologia contenuta nel Magnificat, brano fondamentale del messaggio cristiano (Luca, 1, 46-55). Così lo sottolinea la Lettera di Giacomo: «Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?» (Giacomo, 2, 5). Il disegno salvifico di Dio passa per i poveri. La luce della salvezza comincia da loro, i periferici, e da loro si estende al resto. L’opzione preferenziale per i poveri ha una radice teologale.

In secondo luogo, la sensibilità verso i poveri — non «distogliere gli occhi da quelli della tua carne» (Isaia, 58, 7) — attraversa la Legge e i Profeti ed è associata all’Unto del Signore, il loro Messia. La sua missione, sostenuta dallo Spirito, ha, come prima finalità, «portare il lieto annunzio ai miseri» (Isaia, 61, 1). Gesù ha utilizzato questo testo, unico nell’Antico Testamento, per interpretare la sua stessa missione messianica. Di fatto, quando i discepoli inviati da Giovanni chiedono a Gesù se è o no il Messia, lui risponde con una serie di azioni salvifiche, che si riassumono nell’ultima: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Matteo, 11, 5 e Luca, 7, 22). Questa frase è centrale nella messianità di Gesù, così come si osserva nell’episodio paradigmatico della sinagoga di Nazaret (Luca, 4, 18, dove si cita Isaia, 61, 1-2).

Quindi la messianità di Gesù è inseparabile dai poveri e dai malati, dai bambini e dagli stranieri, dagli esclusi e dagli emarginati. La sua condizione di Messia dei poveri è costitutiva del suo ministero e culmina nella definizione finale di Messia sofferente. Il suo cammino con i poveri finisce con la croce, segno della massima povertà, della nudità più assoluta, il luogo in cui il cammino dei poveri e il cammino di Gesù confluiscono. Lui, Gesù, salva i poveri e i poveri sono salvati con lui, come accade al ladrone condannato a morte al quale assicura il paradiso. Gesù diventa quindi «strumento di espiazione» (Romani, 3, 25), «mediatore del nuovo patto» (Ebrei, 12, 24), salvatore «dai peccati» (Matteo, 1, 21). E in questo popolo i poveri occupano il posto centrale. Di conseguenza, come dice il Papa, «siamo chiamati a scoprire Cristo in loro» (Evangelii gaudium, n. 198). Scrive Andrea Riccardi: «Chi incontra il povero trova Cristo stesso. Questa è la radice di quell’umanesimo spirituale che cresce nella preghiera e, allo stesso tempo, nell’amore per i poveri».

In terzo luogo, la salvezza di Dio passa attraverso i poveri, le loro vite emanano il Vangelo di Gesù a tal punto da essere i nostri evangelizzatori. Ma Papa Francesco va anche oltre e parla di «riconoscere la forza salvifica» della loro esistenza (ibidem). I poveri sono artefici, come Gesù, della salvezza di Dio, poiché la loro vita contiene semi di pace, di pazienza, di gioia, di forza nelle avversità, di speranza, di generosità, di solidarietà tali da poterli considerare portatori di una buona novella, quella che Gesù comunica come Vangelo del Regno. Per questo, il Papa invita a porre la vita dei poveri «al centro del cammino della Chiesa» (ibidim). In questo momento della storia, tra la crisi e le opportunità, tra le difficoltà e le indecisioni del presente e del futuro che comincia a intravedersi, la Chiesa deve saper discernere il suo momento e intraprendere un cammino di conversione missionaria nel quale i poveri abbiano un ruolo centrale. L’incontro con i poveri non è una strategia, è una realtà teologale e cristologica che la Chiesa deve vivere con la forza insita nei Vangeli e che la visione di Papa Francesco, specialmente nella Evangelii gaudium, ha posto come obiettivo comune. Parafrasando le note parole di Benedetto XVI all’inizio della sua enciclica Deus caritas est sul cristianesimo come «un incontro con una Persona», si potrebbe dire che il cristianesimo è un incontro con Dio, con il suo Cristo, con lo Spirito, nella persona dei poveri, gli amici di Dio.

Una delle linee di forza che deve segnare il futuro della Chiesa è l’opzione per i poveri. Essi sono un elemento essenziale nel messaggio di Gesù e costituiscono un dono e un compito per la Chiesa. Sono un dono perché rappresentano il Vangelo vissuto e ci avvicinano a lui. Sono un compito ecclesiale perché l’amicizia con loro aiuta a costruire una Chiesa che cominci dalle periferie. I poveri sono essenziali nella vita della Chiesa e l’attenzione nei loro confronti non può essere delegata a un settore ecclesiale, poiché appartengono alla struttura storica della confessione di fede. L’accoglienza dei poveri non è un’azione assistenziale — come quella che potrebbe realizzare un’amministrazione pubblica — ma essenziale in rapporto al Vangelo di Gesù: i poveri saranno sempre al centro della Chiesa e sarà necessario fare loro del bene, ossia accoglierli, integrarli e amarli come fratelli più piccoli del Signore Gesù Cristo. Ciò che si fa a uno di loro si fa a Gesù stesso (Matteo, 25, 40). Come afferma Papa Francesco, la Chiesa deve essere «casa loro» (Evangelii gaudium, n. 199), a imitazione di Gesù, Messia dei poveri.

La missione della Chiesa è la comunicazione del Vangelo, ma l’annuncio evangelico rischia di essere incompreso o di affogare «in un mare di parole», come sottolinea san Giovanni Paolo II, se non è accompagnato da un’opzione preferenziale per i poveri (citato in Evangelii gaudium, n. 199). Inoltre l’attenzione per i poveri è un segno magnifico di credibilità della predicazione del Vangelo. Senza una testimonianza di vicinanza e di attenzione ai più piccoli, il messaggio di Gesù può rimanere diluito i mezzo alla moltitudine di proposte di salvezza presenti nella cultura attuale. L’amore per i poveri non solo porta a comprendere il cuore del Vangelo, ma è anche un elemento fondamentale per viverlo. D’altronde, come ha già sottolineato il teologo Yves Congar in una conferenza del 1964, i poveri sono uno strumento e un cammino per trovare Cristo, poiché nella loro vita germinano semi evangelici che risvegliano lo spirito di quanti li conoscono e diventano loro amici. La vita dei poveri è evangelizzatrice. La loro testimonianza può suscitare la scoperta di Cristo in loro e portare a un incontro personale con Gesù.

Lo stesso Congar scrisse, nel libro Chiesa e povertà (1968) che il mistero della Chiesa non si può vivere pienamente se i poveri sono assenti. Una Chiesa senza i poveri resta immersa nella mondanità spirituale e perde la dimensione profetica che i poveri le ricordano ogni giorno. Una Chiesa che non coltiva l’amicizia con i poveri diventa un’organizzazione di tipo assistenziale, benemerita per le sue azioni a favore dei poveri, ma rinchiusa nelle sue istituzioni e carente di misericordia verso i prediletti del Regno. Essi sono membri, come noi, della Chiesa, «comunità dei salvati che vivono la gioia del Signore», non semplici utenti di «una ong, […] una organizzazione parastatale», come ha sottolineato il Papa nell’omelia conclusiva del Sinodo sui giovani (2018). Quindi il messaggio sui poveri non si può relativizzare né diluire. Come afferma Andrea Riccardi nel libro La sorpresa di Papa Francesco (2013), «la Chiesa amica dei poveri non ha paura della tenerezza verso i deboli».

In sintesi, la misericordia è il quadro teologico e pastorale dell’incontro con i poveri, sia da parte di Dio, che prende sempre l’iniziativa nell’amore verso i più piccoli, sia da parte della comunità di fede e di amore che è la Chiesa, la quale ha ricevuto dal Signore Gesù Cristo il Vangelo che salva. Una Chiesa madre di misericordia e servitrice dei poveri diviene l’anima del mondo grazie alla forza della sua profezia. Questa Chiesa lavora affinché cresca nelle società globali una cultura della misericordia che permetta di superare la tendenza all’esaltazione dell’io, come spiega Papa Francesco nella lettera apostolica Misericordia et misera (n. 20). Questa Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale del sacrificio misericordioso di Gesù, conciliando l’altare, la Parola e i poveri. Con le parole di Olivier Clément nel suo libro Dio è simpatia (2003), il «sacramento del povero» è vicino al sacramento dell’altare. Per questo la carne sofferente dei poveri deve essere venerata intensamente come la carne del Cristo glorioso.

di Armand Puig i Tàrrech

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24 febbraio 2020

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