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Una Chiesa in missione

· Verso il sinodo sull’Amazzonia ·

La Chiesa è missione

Prima di parlare di una Chiesa come soggetto dell’opera missionaria, occorre fermarsi a ricordare che essa è anzitutto il risultato dell’iniziativa missionaria del Dio trinitario: la Chiesa è il misterioso esito e il frutto santo di questa iniziativa divina. Pertanto, la Chiesa in missione può essere solo la conseguenza del fatto che la Chiesa è anzitutto già una realtà missionaria (cfr. Michele Giulio Masciarelli, La Chiesa è missione. Prospettiva trinitaria, Casale Monferrato, 1988). Ciò comporta che nel suo agire missionario la Chiesa porterà con sé il carico misterico della sua natura missionaria. Questo, evidentemente vale anche per l’Amazzonia che manifesta la sua ricchezza naturale e di grazia anche in una Chiesa di volti e viceversa: «Il volto amazzonico della Chiesa trova la sua espressione nella pluralità dei suoi popoli, culture ed ecosistemi. Questa diversità richiede un’opzione per una Chiesa in uscita e missionaria, incarnata in tutte le sue attività, espressioni e linguaggi» (Instrumentum laboris, 107). Dunque, l’essere ecclesiale orienta il fare missionario e questo consolida l’identità ecclesiale. Il tema missionario, infatti, è chiaramente presente nella premura dei vescovi di questa macro-regione. È dal 1952 che essi, nel loro periodico radunarsi per coordinare l’opera pastorale, pongono a tema la missione della Chiesa. Evidentemente, questa, in Amazzonia e altrove, ha una radice teologica e specificamente cristologica; è Gesù, infatti, che invia la Chiesa alla missione: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Matteo, 28, 19). Come si vede, il Cristo volge il suo sguardo all’intera Terra, ma anche alle sue plaghe particolari; è bello dir questo con le profetiche parole di san Paolo VI: «Cristo punta all’Amazzonia». Tale profetica espressione è, in fondo, la trama di questa originale e creativa Chiesa che si propone costantemente di incarnarsi in semplicità nel tempo e nello spazio (cfr. Michele Giulio Masciarelli, Amazzonia fra Terra e Tempo, in «L’Osservatore Romano» dell’8 settembre 2019, pagina 5).

Una Chiesa in uscita

 Kirk Richards, «Christ healing»

È dall’inizio del suo servizio pontificale che Papa Francesco parla di Chiesa estroversa, ovvero “in uscita”. Egli chiede che l’intera Chiesa si volga alla missione in condizioni dinamiche, aperte, libere per poter portare al mondo il suo Signore e per far questo la Chiesa non deve involvere verso di sé, non deve inginocchiarsi davanti a sé, né essere introversa in alcun modo, ma “estroversa”, come ha scritto qualche anno fa un grande teologo italiano (cfr. Severino Dianich, Chiesa estroversa. Una ricerca sulla svolta dell’ecclesiologia contemporanea, Cinisello Balsamo, 1987). All’atteggiamento in uscita della Chiesa sono chiamati ad attivarsi tutti i suoi membri, ma una presenza speciale è riservata ai laici, che per vocazione hanno quella di portare il lievito del Vangelo nel mondo, fra le realtà terrestri. «Le comunità indigene sono partecipative e hanno un alto senso di corresponsabilità. Per questo si chiede di valorizzare il protagonismo dei laici e delle laiche cristiani e di riconoscere il loro spazio perché siano soggetti della Chiesa in uscita» (Instrumentum laboris, 129). Questa estroversione missionaria è caratteristica della Chiesa amazzonica che la conquista con l’esperienza molteplice di un dialogo condotto in diverse direzioni: «Attraverso l’ascolto reciproco dei popoli e della natura, la Chiesa si trasforma in una Chiesa in uscita, sia geografica che strutturale; in una Chiesa sorella e discepola attraverso la sinodalità» (92). Tuttavia, l’apertura centrifuga della missione non è solo frutto di conquista virtuosa, ma essa pone anche il problema della sua conservazione e del rischio reale della sua perdita o del suo affievolimento. All’inizio nel nuovo secolo Giovanni Paolo II scriveva ai vescovi dell’Oceania dando un allarme pastorale: «Ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale» (Ecclesia in Oceania, 19). Sulla stessa onda di preoccupazione corre anche l’esperienza ecclesiale dell’Amazzonia: «Anche la Chiesa può essere tentata di rimanere chiusa in se stessa, rinunciando alla sua missione di annunciare il Vangelo e rendere presente il Regno di Dio. Al contrario, una Chiesa in uscita è una Chiesa che si confronta con il peccato di questo mondo al quale essa stessa non è estranea» (Instrumentum laboris, 100).

Atteggiamenti della “Chiesa in uscita”

Conviene qui dire quello che Papa Bergoglio intende per “Chiesa in uscita”, osservando gli atteggiamenti che deve assumere. Il 16 giugno 2014, nell’aula Paolo VI, Francesco, aprendo il Convegno diocesano di Roma dedicato al tema «Un popolo che genera i suoi figli. Comunità e famiglie nelle grandi tappe dell’iniziazione cristiana», ha disegnato il profilo della Chiesa (nel contesto della Chiesa locale e della parrocchia) che sogna dentro di sé. A larghi tratteggi egli disegna una Chiesa che viva, in tutti i modi possibili, la vicinanza alla gente, specie agli ultimi d’ogni genere (cfr. Veronica Donatello [ed.], Una fede per tutti. Persone disabili nella comunità cristiana, Bologna, 2013). Papa Francesco desidera una Chiesa “in uscita” e vicina agli uomini, insomma che: sappia accogliere con sentimenti materni; mostri sempre tenerezza con tutti; coltivi la memoria di popolo di Dio; sappia guardare al futuro con speranza; voglia trattare gli uomini con quella pazienza che permette di sopportarsi l’uno all’altro; abbia un cuore dall’apertura smisurata; possegga la dolcezza dello sguardo di Gesù; abbia maternamente la porta sempre aperta verso tutti; sia capace di parlare i linguaggi dei giovani; si impegni a essere vicina ai ragazzi che soffrono di orfananza, che non hanno un modello di famiglia; sia in grado di cogliere nei diversi ambienti di vita (sport, nuove tecnologie, eccetera) le possibilità di annunciare il Vangelo; sia audace nell’esplorare sempre nuove vie, nuovi linguaggi, nuovi approcci per dilatare l’annuncio della salvezza; abbia parroci vicini alla gente, disposti a rispondere e a correre e a farsi vicino in qualsiasi momento ci sia la necessità; crei, in sé e oltre sé, il senso della gratuità (cfr. Discorso ai partecipanti al Convegno diocesano di Roma, 16 giugno 2014).

Una Chiesa discepolare e missionaria

Una Chiesa discepolare è una Chiesa di Vangelo. Felicemente, fra i modelli di Chiesa che vanno nascendo (o rinascendo) c’è quello di Chiesa discepolare. Si tratta di una forma di Chiesa che rispetta Mistero, storia, Terra, ciò che la Chiesa è e ciò che deve fare, quello che il suo Fondatore ha voluto per lei. Ciò che è importante è che, come la missionarietà, anche la discepolarità della Chiesa sia inscritta nel Vangelo: di fatto la “comunità di discepoli” è espressione che ha dalla sua l’evangelicità, ossia il fatto che Gesù abbia preferibilmente usato il termine “discepoli” per indicare e chiamare i suoi e non altri (cfr. Atti, 11, 29). Opportuno e geniale è l’accoppiamento che Papa Francesco ha operato dei due termini discepoli e missionari, indicandoli costantemente come i soggetti della “Chiesa in uscita”: «La Chiesa “in uscita” — scrive — è la comunità di discepoli missionari» (Evangelii gaudium, 24; cfr. anche 119-121, 173). Questa congiunzione illumina il discorso missionario di questo sinodo amazzonico. La “Chiesa in uscita” è Chiesa evangelica per tanti motivi, ma lo è soprattutto perché essa ha l’ostinazione missionaria dell’annunciare, ponendosi “in uscita”, ossia per portare al mondo la Parola che l’ha resa credente e che l’ha convinta che solo essa non passa mai (cfr. Matteo, 24, 35). La “Chiesa in uscita” — consola ricordarlo — non fa missione in sostituzione di Cristo ma insieme a lui e dietro di lui, insomma in stretta e profonda ubbidienza a lui. «L’intimità della Chiesa con Gesù — osserva Francesco — è un’intimità itinerante, e la comunione si configura essenzialmente come comunione missionaria» (Evangelii gaudium, 23).

Una missione integrale

La missione, nell’ottica dell’integralità proposta dalla Chiesa amazzonica, pone l’accento sull’uomo intero, sulla sua dimensione spirituale e la sua vita sociale. «La Chiesa non può non preoccuparsi della salvezza integrale della persona umana, che comporta promuovere la cultura dei popoli indigeni, parlare dei loro bisogni vitali, accompagnare i movimenti e unire le forze per difendere i loro diritti» (Instrumentum laboris, 143). Evidentemente, l’integralità chiama a considerare la missione in un’ottica ulteriore, addirittura smisurata: essa riguarda la natura e la grazia, il singolo uomo e la comunità umana, la Terra, il Tempo, il futuro ultimo e il Cielo. In altri termini, l’integralità dell’opera missionaria non vuole dimenticare mai le radici evangeliche e i dinamismi di grazia che Dio immette nelle vene dell’esistenza umana, mentre chiede di conoscere e rispettare le connotazioni dei popoli particolari che abitano questa macro-regione: «La Chiesa ha la missione di evangelizzare, il che implica allo stesso tempo un impegno a promuovere il compimento dei diritti delle popolazioni indigene. Infatti, quando questi popoli si incontrano, parlano di spiritualità, così come di ciò che gli accade e dei loro problemi sociali» (143).

Una Chiesa missionaria in ascolto

Di per sé, ogni sinodo che la Chiesa celebra, anche quello sull’Amazzonia, deve essere un’occasione per un profondo ascolto della Parola, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama. Questo stesso sinodo si propone anche un’ardita opera missionaria, ossia quella di sviluppare un processo di ascolto che dovrà sfociare anzitutto all’interno della stessa Chiesa. Inoltre, tale esperienza ridonda a benefizio della Chiesa universale: «La Chiesa ha di nuovo oggi l’opportunità di stare in ascolto in questa zona in cui tanto è in gioco. Ascoltare implica riconoscere l’irruzione dell’Amazzonia come nuovo soggetto. Questo nuovo soggetto, che non è stato sufficientemente considerato nel contesto nazionale o mondiale né nella vita della Chiesa, è ora un interlocutore privilegiato» (Instrumentum laboris, 2). Tale esercizio di ascolto favorisce lo stile sinodale di questa Chiesa mettendo in moto una bella e utile circolazione di valori vitali: «In questo modo, l’ascolto dei popoli e della terra da parte di una Chiesa chiamata a essere sempre più sinodale, inizia entrando in contatto con la realtà contrastante di un’Amazzonia piena di vita e di saggezza» (5). Collante importante nell’unione dei popoli amazzonici è la loro sapienza ancestrale (cfr. 26, 56, 88, 104): tale sapienza non è una proclamazione di principi, ma un’«esperienza» (50) e un’«educazione» (75). L’opera missionaria deve saper intercettare, conoscere e valorizzare al massimo questa sapienza e saperla coniugare con la sapienza profetica del Vangelo. L’una e l’altra le si apprende anche con «l’ascolto della voce dello Spirito nel grido dei popoli amazzonici» (119). La missione della Chiesa amazzonica, che deve trovare il suo avvio, il suo asse orientativo e il suo orizzonte nell’evangelizzazione, richiede un nuovo supporto teologico: «Si suggerisce di integrare la teologia indigena e l’ecoteologia, in modo che siano preparati all’ascolto e al dialogo aperto dove avviene l’evangelizzazione» (98). È pur vero che un’affidabile teologia — e questa è tale se s’impegna nel penetrare e leggere il Mistero — è la necessaria consigliera della missione e della pastorale.

Una Chiesa missionaria in dialogo

«Il dialogo è una comunicazione gioiosa tra coloro che si vogliono bene» (Instrumentum laboris, 36). Quest’affermazione allontana il concetto di dialogo come puro metodo didattico e l’avvicina a un’esperienza fraterna. Il documento su cui si svolgerà il dibattito nel prossimo sinodo afferma anche che «Papa Francesco pone la necessità di un nuovo sguardo che apra cammini di dialogo che ci aiutino a uscire dal cammino verso l’autodistruzione dell’attuale crisi socio-ambientale». Dopo l’oggetto del dialogo, egli individua nei popoli indigeni i principali interlocutori: «Sono i popoli dell’Amazzonia, soprattutto i poveri e i culturalmente diversi, i principali interlocutori e protagonisti del dialogo» (38). Il dialogare è evangelizzare con l’implicazione piena delle personalità di quelli che la realizzano, cosicché esso è assimilabile all’incontro. Essendo l’Amazzonia un mondo plurietnico, pluriculturale e plurireligioso, la comunicazione, e quindi l’evangelizzazione, richiede «incontri e convivenze che favoriscano il dialogo» (36). L’evangelizzatore che realizza perfettamente questo tipo di dialogo-incontro è Gesù: «Gesù era un uomo di dialogo e di incontro» (36; cfr. 37). Infine, l’affermazione sulla finalità del dialogo: «Il riconoscimento e il dialogo saranno la via migliore per trasformare le antiche relazioni segnate dall’esclusione e dalla discriminazione. Questo dialogo locale, in cui la Chiesa vuole essere coinvolta, è al servizio della vita e del futuro del pianeta (35)». Si richiede che si sia molto attenti a far riuscire sempre il dialogo e l’incontro. «L’opposto del dialogo è la mancanza di ascolto e l’imposizione che ci impedisce di incontrarci, di comunicare e, quindi, di vivere insieme» (37). L’opposto dell’incontro è il disincontro, una parola che sa di fallimento e di bruttezza. L’opera missionaria della Chiesa amazzonica ha bisogno di avere i colori e gli odori della bellezza e, di fatto, questi essa possiede in misura sovrabbondante, soprattutto dal punto di vista naturale e umano. Non deve mancarle, comunque, la bellezza della compagnia di Cristo, come si è ricordato poco sopra. Gesù guida la Chiesa: egli non è né un ex-Maestro, né un ex-Sacerdote, né un ex-Pastore della Chiesa. Bisogna allora che egli possa esercitare questo suo triplice munus, che qualifica di ogni Chiesa e di ogni cristiano. Compito di ogni Chiesa, anche di quella amazzonica, è lo stesso di Giovanni Battista: preparare a Gesù Pastore l’ingresso alle terre degli uomini, accompagnarlo camminando dietro le sue spalle da discepolo, come Maria, esempio e maestra di discepolato. Poi, passato il Cristo in prima fila, alla Chiesa e a ognuno di noi non resta che fare quello che sant’Agostino scrive: «Transit Jesus ut clamemus, Gesù passa perché noi lo acclamiamo» (Discorso 88, sulle parole del Vangelo di Matteo, 20, 30-34).

di Michele Giulio Masciarelli

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17 novembre 2019

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