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Per una Chiesa indigena
in Amazzonia

· In un’intervista alla «Civiltà Cattolica» il cardinale Hummes parla del Sinodo di ottobre ·

È una delle più grandi aree di biodiversità della Terra e vi si trova più di un terzo delle riserve forestali primarie del mondo: perciò all’Amazzonia il Papa vuole dedicare un Sinodo speciale per «trovare nuove vie per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, in particolare le persone indigene, spesso dimenticate e senza la prospettiva di un futuro sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di fondamentale importanza per il nostro pianeta». In programma in Vaticano dal 6 al 26 ottobre prossimi, vi partecipano vescovi scelti da varie parti del mondo compresi tutti quelli della Panamazzonia, il cui territorio è composto da regioni che fanno parte di nove Paesi: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perú, Venezuela, Suriname, Guyana e Guyana francese.

A meno di cinque mesi dall’inizio dei lavori, il Pontefice ha nominato relatore generale dell’assise il cardinale francescano Cláudio Hummes, che in un’intervista di ampio respiro rilasciata al gesuita Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», ricostruisce tutto il processo di gestazione di questo grande progetto ecclesiale che cerca di superare i confini e ridefinire le linee pastorali, adattandole ai tempi contemporanei, anticipandone i metodi e gli obiettivi.

Arcivescovo di San Paolo dal 1998 al 2006 e attualmente presidente della commissione per l’Amazzonia in seno alla Conferenza episcopale del Brasile, il porporato presiede anche la “Rete Ecclesiale Panamazzonica” (Repam), di cui è vicepresidente il cardinale peruviano Pedro Barreto, della compagnia di Gesù: questa rete transnazionale si propone di creare una collaborazione armoniosa fra le varie componenti della Chiesa — circoscrizioni ecclesiastiche, congregazioni religiose, Caritas, associazioni o fondazioni cattoliche e gruppi di laici — avendo tra i suoi scopi principali la difesa della vita delle comunità amazzoniche minacciate dall’inquinamento, dal radicale e rapido cambiamento dell’ecosistema dal quale dipendono, e dalla mancata tutela di fondamentali diritti umani.

Secondo Hummes l’appuntamento di ottobre affonda le proprie radici nelle Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano, in particolare in quella di Aparecida, la quinta, del maggio 2007. Poco prima, il 31 ottobre 2006, Benedetto xvi lo aveva chiamato da San Paolo in Vaticano come prefetto della Congregazione per il clero. Papa Ratzinger «diede un notevolissimo contributo fin dall’inizio» ai lavori di Aparecida «davanti a un mondo che non era il suo. Lui apparteneva a un mondo europeo, ma si apriva al dialogo insieme a noi, al popolo, al territorio, all’America latina» spiega l’intervistato, ricordando contestualmente la presenza ai lavori del cardinale Bergoglio. «In quel contesto — racconta — si parlò della necessità di creare un piano pastorale congiunto per l’Amazzonia e Papa Francesco afferma che è stato lì che lui stesso si è sensibilizzato alla sfida per l’Amazzonia. Prima, in quanto arcivescovo e cittadino di Buenos Aires, l’Amazzonia era per lui una realtà molto distante. Come un mondo fantastico. Ma egli dice che è stato per l’insistenza dei vescovi brasiliani ad Aparecida sulle questioni dell’Amazzonia che gli si è risvegliato questo interesse. Afferma che a partire da quel momento, di fatto, cominciò a interessarsi a tutta la realtà dell’Amazzonia. Ed è stato allora che si è parlato della necessità di un piano pastorale congiunto di tutta l’America latina per l’Amazzonia. Era una cosa un po’ fuori dal comune, perché le Conferenze episcopali sono nazionali, e invece l’Amazzonia non è una nazione, è una regione transnazionale».

Il primo frutto concreto fu la nascita della Repam e successivamente, prosegue Hummes, nel 2015 Papa Francesco ha cominciato «a dirmi: “Sto pensando di fare una riunione con tutti i vescovi dell’Amazzonia. Mi ha detto “Preghiamoci insieme” e ha cominciato a parlare con vescovi, con le Conferenze episcopali dei Paesi amazzonici, su come fare questa assemblea, e così in lui è andata crescendo e maturando l’idea del Sinodo, finché infine esso è stato convocato» il 15 ottobre 2017, sul tema «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale». Poi l’8 giugno 2018 ne è stato pubblicato il documento preparatorio e infine il 25 febbraio scorso i cardinali Hummes e Barreto, con il segretario esecutivo della Repam, Mauricio López, hanno incontrato il Papa per riferire sul processo di preparazione una volta conclusa la fase di consultazione delle Chiese particolari della regione. «In questo processo — fa notare Hummes — la nostra rete ha davvero cercato di “ascoltare”, e non soltanto di “vedere, giudicare, agire”. Per preparare un Sinodo bisogna ascoltare, non solamente organizzare e fare piani. Non bastano le analisi. Il Sinodo non è un’astrazione, un’idea generica. È necessario ascoltare in primo luogo proprio i popoli dell’Amazzonia. Vanno ascoltate le grida». E da parte sua il Papa ha raccomandato di «non annacquare il Sinodo», suggerendo anche un criterio metodologico: «Abbiamo un grande bisogno di non temere la novità, di non ostacolarla, di non fare resistenza» ed «evitare di portarci appresso ciò che è vecchio, come se fosse più importante di ciò che è nuovo. Vecchio e nuovo devono coniugarsi, la novità deve rafforzare e incoraggiare il cammino», con «fiducia nello Spirito santo, che ci fa procedere. Il passato non è pietrificato, deve fare sempre parte della storia, di una tradizione che si muove verso il futuro».

Anche perché, osserva l’intervistatore, il passato è segnato dall’eredità coloniale e l’atteggiamento colonialista, gli fa eco Hummes, «è stato una delle recriminazioni più significative dei popoli indigeni verso certe comunità pentecostali protestanti che sono entrate, e stanno ancora entrando nel territorio». Mentre al contrario «l’evangelizzazione dei popoli indigeni deve mirare a suscitare una Chiesa indigena per le comunità indigene: nella misura in cui accolgono Gesù Cristo, esse devono poter esprimere quella loro fede tramite la loro cultura, identità, storia e spiritualità». Nella consapevolezza che questa visione della Chiesa indigena «sta generando resistenze e malintesi» soprattutto se si guarda a «quei progetti di colonizzazione dell’Amazzonia animati a tutt’oggi da uno spirito di dominio e di rapina: venire a sfruttare, per poi andarsene con le valigie piene, lasciandosi dietro la degradazione e la povertà della gente del posto, che si ritrova immiserita e con il proprio territorio devastato e contaminato». E con la successiva denuncia che tali resistenze si trovano sia nella Chiesa, sia nei governi e nelle imprese, perché «gli interessi economici e il paradigma tecnocratico avversano qualsiasi tentativo di cambiamento e sono pronti a imporsi con la forza, violando i diritti fondamentali delle popolazioni nel territorio e le norme per la sostenibilità e la tutela dell’Amazzonia. Ma noi non dobbiamo arrenderci. Sarà necessario indignarsi. Non in modo violento, ma certamente in maniera decisa e profetica. Non possiamo cadere nel pensiero ingenuo secondo cui tutti sono disposti a dialogare: non è vero! Ci sono molte persone che non sono affatto disponibili a farlo. Prima dobbiamo indignarci, profetizzare», e solo «poi dobbiamo certamente negoziare, trattare, accordarci, e così forse otterremo che la controparte si prepari a dialogare». E in proposito «la Chiesa in Amazzonia sa bene di dover essere profetica, non accomodante, perché la situazione è clamorosa e mostra una costante e persistente violazione dei diritti umani e una degradazione della casa comune. E, peggio ancora, questi crimini per lo più restano impuniti».

Nei successivi passaggi dell’intervista il cardinale accenna poi alla necessità di coniugare interculturazione e interculturalità, di passare da una Chiesa indigenista, «che considera gli indigeni come oggetto di pastorale ma non ancora protagonisti della propria esperienza di fede», a una Chiesa indigena, sul modello di quella incarnata dal Consiglio indigenista missionario (Cimi) brasiliano, e in tal senso «il Sinodo deve aprire la strada» perché «la Chiesa indigena non si fa per decreto».

Infine il colloquio vira verso le tematiche ambientali, con un approfondimento su quella «realtà meravigliosamente nuova che il Papa ci ha messo davanti», ovvero l’ecologia integrale.

di Gianluca Biccini

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16 luglio 2019

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