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​Una Chiesa
dalle porte aperte

· ​Intervista al cardinale Scola alla vigilia della visita del Papa a Milano ·

Partirà dalle periferie per giungere al centro, nel nucleo civile e religioso di Milano. Quella di sabato 25 marzo sarà la prima visita di Papa Francesco alla città ambrosiana, che si è preparata da tempo ad accoglierlo. Alla vigilia dell’arrivo del Pontefice, ne parla in questa intervista all’Osservatore Romano il cardinale arcivescovo Angelo Scola.

Quale realtà troverà Papa Francesco?

Il logo della visita del Papa alla diocesi ambrosiana

Il Papa viene per confermarci nella fede e nell’amore. Anche Milano e le terre ambrosiane, provate, come tutti, dall’attuale cambiamento d’epoca, ne hanno un gran bisogno. Una volta lasciati alle spalle Gesù Cristo e la Chiesa — il termine postcristianesimo è sempre più diffuso — ci si consegna alla tecnoscienza, cioè a un mix di scienza e di tecnologia per poter delineare la figura dell’uomo del futuro. Non più la persona disegnata a tutto tondo dalla tradizione, capace di dare un senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire, all’amare e al lavorare, ma piuttosto, secondo l’inquietante formula del filosofo tedesco Marc Jongen, l’uomo come prodotto del suo stesso esperimento.

Cosa rappresenta per la città il quartiere delle Case bianche, da cui il Pontefice inizierà la visita?

L’attenzione del Santo Padre alle periferie è profondamente pedagogica. Privilegiando l’incontro con gli ultimi e con i più bisognosi, egli ci insegna il valore di ogni uomo. La cura dei poveri fa brillare il “per tutti” del Vangelo. Il cristianesimo abolisce ogni esclusione. Partire dalle periferie, inoltre, prima ancora che essere una scelta di campo sociologico, è la scelta di un punto di vista da cui guardare la realtà tutta intera.

Sarà la prima volta di un Papa a San Vittore. Quale situazione troverà e cosa fa la Chiesa in questo ambito pastorale?

Visitando i diversi istituti di pena di Milano mi è stato possibile toccare con mano alcuni importanti cambiamenti, ma certamente le condizioni di vita di San Vittore restano ancora molto dure: troppe persone da troppo tempo in attesa di giudizio, molti giovani, molti stranieri. Bisogna trovare delle modalità alternative di attuazione della pena, modalità tese al reinserimento. In ventisei anni di ministero episcopale, io non ho mai incontrato nessun detenuto colpevole che non riconoscesse l’importanza di espiare: il problema è espiare in maniera dignitosa, cioè riparatrice, per esempio cercando nuove forme di lavoro sia all’interno che all’esterno del carcere.

Il Papa ha sottolineato che Milano è una città che ha accolto in questi anni molti migranti. Come è impegnata l’arcidiocesi in questo ambito?

Penso ad esempio agli oratori milanesi e lombardi che accolgono tanti bambini musulmani, con quelle attenzioni particolari suggerite dal voler bene. Penso inoltre alle molte iniziative per aiutare profughi e migranti ad imparare l’italiano, a fare qualche lavoro, coniugando ascolto, formazione e aiuti concreti. Io sono sempre impressionato dall’impegno delle nostre Chiese, soprattutto dalle comunità ecclesiali del sud che ammiro.

Anche Milano ha i suoi “scarti” umani. Come accogliere l'invito del Pontefice a essere Chiesa in uscita?

Mi sembra che la chiave si trovi nell’assumere fino in fondo ciò che Papa Francesco non si stanca di ripetere: il cristianesimo si comunica per attrazione, non per proselitismo. Da come noi cristiani amiamo, lavoriamo, ci riposiamo, rispondiamo ai bisogni degli altri, viviamo la malattia e la morte, la prospettiva della vita eterna, siamo disponibili ad incontrare tutti e a costruire con loro... affiora un’umanità nuova che può toccare i nostri fratelli uomini. Proprio per questo le nostre comunità devono avere le porte aperte. Così noi possiamo continuamente uscire e vivere, nel quotidiano, il dono della fede davanti a tutti con tutti.

La città ambrosiana è legata al ricordo di Giovanni Battista Montini. Cosa è rimasto della sua eredità?

Basti ricordare questa frase pronunciata da Montini agli inizi degli anni Trenta: «Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea». Incessantemente egli ci ha richiamato a superare la scissione tra la fede e la vita quotidiana.

La metropoli è capitale anche dell’economia italiana. Come coniugare la dignità umana e le dinamiche del profitto che spesso la negano?

Siamo di fronte all’arduo problema della relazione tra finanza e produzione. Già Benedetto XVI si era spinto molto avanti parlando dell’urgenza di allargare i confini della “ragione economica” introducendo nell’economia il principio di gratuità. Il che non significa fare l’elemosina di tanto in tanto. Secondo Papa Ratzinger si tratta di modificare la concezione del lavoro non riducendone lo scopo all’equo profitto. Il principio di gratuità ha a che fare, per esempio, con il gusto delle cose fatte bene. Questo dovrebbe valere ancor più per la finanza, in quanto strumento che consente al mondo della produzione di avere, nel medio periodo, i mezzi economici necessari a far progredire le imprese, chi vi lavora, la società intera. Senza lasciare nessuno indietro.

di Nicola Gori

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