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Una Chiesa dal volto africano

Promettenti “fiori” di pace, unità e fraternità, che grazie alla libertà, al rispetto e alla coesistenza tra musulmani e cristiani sono destinati a dare frutti. Per questo, anche se ci saranno difficoltà, non bisogna mollare. È stato lo stesso Papa Francesco sul volo di ritorno che domenica sera, 31 marzo, lo riportava a Roma da Rabat, a sintetizzare il senso della visita di due giorni in Marocco. Sul Boeing 737 della Royal Air Maroc, subito dopo il decollo avvenuto verso le 18.15 dalla capitale del regno, il Pontefice ha parlato per oltre quaranta minuti rispondendo a sei domande rivoltegli dai giornalisti.

L’intensa giornata di Francesco nella capitale marocchina è iniziata nella rappresentanza pontificia, dove congedandosi dal personale che vi presta servizio ha lasciato in dono al nunzio Rallo un mosaico del proprio stemma. Quindi ha raggiunto in macchina la periferia di Rabat, per visitare il servizio sociale rurale di Témara, gestito dalle figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli.

A metà strada tra la capitale amministrativa e quella economica, Casablanca, Témara è un centro urbano circondato da aree verdi. I sentieri sono per lo più sterrati e quelli principali sembrano essere stati asfaltati solo di recente. Come le mani di vernice bianca e verde date ai bassi prefabbricati della vecchia struttura avviata da un gesuita e medico francese, padre Couturier, la cui opera prosegue ora grazie a tre religiose spagnole che qui chiamano semplicemente rhibat, le “sorelle di Dio”.

Con loro un’infermiera musulmana, madre e nonna, e alcuni volontari che si occupano delle fasce più svantaggiate della popolazione, in particolare delle madri e dei bambini disabili, ammalati o ustionati, assicurando corsi di alfabetizzazione per adulti, sostegno scolastico per i più giovani, servizio mensa, asilo per i bambini, aiuto psicologico, cure mediche.

La pioggia insistente delle prime ore del mattino ha un po’ attenuato la gioia dell’incontro con il Papa. In braccio alle mamme — che avevano il capo coperto dal velo, avvolte in lunghe vesti colorate — oppure stringendo le loro mani seduti su vecchie sedie a rotelle, una dozzina di bambini e bambine hanno accolto Francesco sventolando bandierine colorate all’interno di una sala in cui si svolgono alcune delle attività ordinarie del centro: l’insegnamento e il lavoro domestico, come dimostrava la presenza di una lavagna e di alcune macchine per cucire. Francesco si è soffermato a lungo dispensando una carezza di incoraggiamento anche ai genitori dei piccoli, tutti di fede musulmana, e ha lasciato un dono a ricordo della visita: un’icona della santa Famiglia di Nazareth. In cambio ha ricevuto dai 150 tra bimbi e ragazzi assistiti nel centro — che lo attendevano all’esterno — un canto di saluto, senza l’accompagnamento musicale, mentre la pioggia cominciava a lasciare il posto ai primi timidi raggi di sole.

Quegli stessi che illuminavano la bianca cattedrale di Rabat, dedicata a San Pietro, che il Papa ha raggiunto subito dopo per un incontro nel segno dell’ecumenismo con preti, religiosi e suore, ma anche con esponenti delle altre Chiese e confessioni cristiane. La sua costruzione fu avviata esattamente cento anni fa, nel 1919. Poi, nel 1930, sono stati aggiunti i due caratteristici campanili che la rendono facilmente individuabile tra le mura cittadine color sabbia del deserto e gli sgargianti edifici della Medina.

Accolto all’ingresso dal parroco e da altri sacerdoti dell’équipe pastorale, Francesco ha percorso la navata centrale, per poi sostare davanti al Santissimo Sacramento. A salutarlo sono stati il sacerdote burkinese Germain Goussa e suor Mary Donlon, irlandese delle Francescane missionarie di Maria. Ma è stato quando gli hanno presentato i rappresentanti anziani del clero e delle religiose che forte si è levato l’applauso dei presenti. Il primo era infatti frère Jean-Pierre Schumacher, ultimo sopravvissuto dei monaci di Tibhirine, ora novantacinquenne che vive nella comunità cistercense in Marocco. Francesco gli ha baciato la mano e lui ha ricambiato l’affettuoso gesto. Poi è stata suor Ersilia, italiana, di 97 anni, ad avvicinarsi al Papa, che l’ha benedetta con il segno della croce sulla fronte e ha scambiato qualche parola con lei, prima di abbracciarla.

Quindi al momento della recita dell’Angelus domenicale sono saliti sull’altare quattro bambini: «Ecco il futuro, il presente e il futuro» ha detto in francese presentandoli all’assemblea e lasciando che restassero accanto a sé durante la preghiera mariana. Infine, sulle note di un canto dedicato alla Madonna, il Pontefice si è brevemente intrattenuto con i leader del Consiglio ecumenico delle Chiese che riunisce le cinque realtà cristiane presenti nel paese: cattolica, anglicana, evangelica, greco-ortodossa e russo-ortodossa. Insieme animano Al Mowafaqa — “l’intesa” — istituto teologico fondato nell’ottobre 2014 nei locali dell’antico centro di documentazione La Source di Rabat: aperto all’ecumenismo e al dialogo con la cultura e con l’islam, le lezioni vi sono tenute a due voci, da insegnanti cattolici e colleghi protestanti.

A conclusione della mattinata Papa Bergoglio ha pranzato con i due vescovi del Marocco e gli ecclesiastici del seguito nella nunziatura, dove ha benedetto i locali recentemente ampliati e ristrutturati. Nel primo pomeriggio si è trasferito al complesso sportivo Prince Moulay Abdallah, per celebrare la messa animata da cinquecento coristi africani, che hanno scaldato l’atmosfera in attesa del suo arrivo scatenandosi in canti ritmati e danze. Tra i diecimila partecipanti, l’abbigliamento, i colori e i linguaggi rivelavano il volto cosmopolita di una Chiesa, quella marocchina, composta essenzialmente da stranieri: rappresentano circa 60 paesi, sono per lo più giovani e in prevalenza neri dell’Africa centro-occidentale. Con loro anche settecento studenti giunti dalle città universitarie del Marocco.

Nello stadio coperto a sud della capitale, sotto lo sguardo del Crocifisso al centro dell’altare che riproduceva quello del monastero di Thibirine, la messa è stata scandita dalla proclamazione in spagnolo, inglese e arabo delle letture, e in francese del Vangelo della quarta domenica di Quaresima: quello di Luca (15, 11-32) con la parabola del padre misericordioso. Del resto anche l’islam venera il Dio clemente e misericordioso all’inizio di ogni sura del Corano: la misericordia del Padre, tema caro a Francesco, è dunque punto d’incontro nel dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani. E in arabo sono stati elevati anche il Padre Nostro e un’intenzione dei fedeli: è stata una preghiera «per i poveri, i sofferenti e le persone sole» affinché lo Spirito consolatore del Padre «lenisca le ferite, dissipi le angosce e riapra davanti a tutti la via della speranza».

Ha organizzato il rito l’équipe guidata da fra Manuel Corullón Fernández, della custodia francescana del Marocco intitolata ai protomartiri dell’ordine. Con il Papa che indossava i paramenti rosa caratteristici di questa liturgia, hanno concelebrato gli ecclesiastici del suo seguito e una ventina di vescovi della regione mediterranea, tra cui i due presuli del Marocco. Il “padrone di casa”, quello di Rabat, al termine ha rivolto un saluto al Pontefice, che subito dopo si è diretto in aeroporto per la cerimonia di congedo.

dal nostro inviato
Gianluca Biccini

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18 novembre 2019

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