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Per una Chiesa che evangelizza

· A colloquio con il prefetto del dicastero missionario ·

Tra gli avvenimenti ecclesiali più significativi dell’anno appena iniziato, ci saranno a ottobre il sinodo sull’Amazzonia e il mese missionario straordinario voluti da Francesco. Soprattutto nella seconda iniziativa avrà un ruolo centrale la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Ne abbiamo parlato con il cardinale prefetto Fernando Filoni, che intervistato dall’«Osservatore Romano», traccia anche un bilancio delle attività svolte dal dicastero — da cui dipendono più di mille circoscrizioni ecclesiastiche — nell’anno passato.

Il quinto congresso missionario americano (Cam5) tenutosi a luglio in Bolivia

Qual è stata la genesi del mese missionario straordinario?

L’iniziativa nasce nel contesto di una ricorrenza storica, il centenario della lettera apostolica Maximum illud di Benedetto XV, e di una riflessione sull’impostazione che Papa Francesco ha voluto dare, a cinquant’anni dal concilio Vaticano II, alla Chiesa del nostro tempo — quella che esprime nell’Evangelii gaudium — caratterizzandola come Chiesa evangelizzante. E l’evangelizzazione è diventata il cuore di ogni sua attività: sia nella forma che può essere detta tradizionalmente pastorale, sia in quella più prettamente di annuncio della buona novella ad gentes o a chi, pur essendo battezzato, comunque il Vangelo non lo conosce. In tale contesto, come la lettera apostolica di Benedetto XV fu un documento che cambiò il volto delle missioni, così anche Papa Bergoglio ha voluto che la Chiesa riscoprisse la missione e i modi di fare missione. Questo è l’elemento originario, la scaturigine di questa idea della nostra Congregazione che Francesco ha sostenuto volentieri, affinché nel mondo non passasse inosservato non solo l’evento storico dei cento anni della Maximum illud, ma soprattutto quanto l’attuale Pontefice desidera per la Chiesa. E in tale contesto si inserisce anche il sinodo dei vescovi che sarà dedicato alla regione panamazzonica, un territorio vastissimo in cui far risuonare l’annuncio del Vangelo.

Quale sarà l’itinerario di preparazione al mese missionario straordinario?

L’idea di fondo è di decentrare da Roma, coinvolgendo le diocesi e le conferenze episcopali nazionali, perché ogni Chiesa particolare senta dentro di sé questa esigenza evangelizzante e la metta in atto attraverso progetti specifici. Si tratta insomma di riavviare la passione e l’ardore per la missio ad gentes a partire dai differenti contesti sociali, culturali e religiosi. Però abbiamo voluto proporre uno schema di riferimento e di sostegno, predisponendo una guida al mese missionario, già stampata, di 416 pagine. Il lavoro finale di redazione è opera di un’équipe formata da sei membri, due rappresentanti rispettivamente delle Pontificie opere missionarie, della nostra Congregazione e della Pontificia università Urbaniana; ma è frutto anche di collaborazioni che sono state raccolte fino agli estremi confini della terra, con testi di spiritualità missionaria, letture bibliche, commenti, biografie di testimoni della fede e della missione, considerazioni teologiche e di formazione catechetica. Sono testi disponibili nelle principali lingue — inglese, francese, spagnolo e italiano — in forma scritta e online sul sito www.october2019.va, che permette di avere sempre a portata di mano elementi come le preghiere e le riflessioni del Papa. Nel portale un video istituzionale presenta il mese missionario straordinario. Infine un pieghevole mostra anche da un punto di vista grafico non solo l’immagine dell’evangelizzazione nel mondo, con due anelli che si intersecano con i colori dei cinque continenti, ma anche il titolo che richiama il tema scelto dal Papa «battezzati e inviati». Perché ogni persona che ha ricevuto il sacramento che lo accomuna alla Chiesa come figlio di Dio a sua volta è chiamato a essere inviato: quindi la missionarietà non è esclusiva di alcune categorie, siano sacerdoti, vescovi, religiosi e suore, ma — come recita il sottotitolo — tutta «la Chiesa di Cristo in missione nel mondo». Tra le tante altre iniziative voglio segnalare gli incontri in programma a Calcutta, con teologi delle Chiese dell’India (a febbraio); poi a Lusaka in Zambia, per l’Africa anglofona (a luglio); quindi a Macao, per l’est e il sud-est asiatico e il Pacifico. In proposito va osservato che alcune Chiese e Conferenze episcopali hanno stabilito di celebrare non un mese, ma un intero anno missionario.

Guardando al 2018, qual è stato il momento più significativo dell’attività del dicastero?

Sicuramente il quinto congresso missionario americano (Cam5), svoltosi a metà luglio in Bolivia, dove sono stato inviato speciale del Papa. Qui è stata stimolata la coscienza delle Chiese locali affinché divengano missionarie, perché se manca questa consapevolezza interiore anche in America latina rischiamo sempre di vedere la missionarietà come qualcosa che deve venire da altri e non invece come un frutto proprio della maturazione di queste Chiese. Ho comunque visto un processo di crescita delle comunità locali nel confronto con una società relativista, segnata dai problemi della migrazione, della povertà, del degrado ambientale, della dignità umana violata. Dopo il congresso di Maracaibo del 2013 c’era bisogno di mettere meglio a fuoco la visione che ha Papa Francesco della missionarietà della Chiesa. E questo aspetto si è visto chiaramente nell’entusiasmo, nel coinvolgimento numeroso e vivace della popolazione boliviana che ha risposto generosamente. Per esempio, tante famiglie hanno aperto le case per accogliere con cordialità i delegati del Cam5 giunti da tutto il continente. Stiamo parlando di tremila persone ospitate, oltre che nelle parrocchie e negli istituti religiosi, anche presso 1200 famiglie.

Successivamente lei ha viaggiato anche in Angola e São Tomé. Che impressioni ha tratto dall’esperienza in terra africana?

È stata una richiesta della Conferenza episcopale che celebrava i cinquant’anni di attività: in dieci giorni ho visitato tre regioni, Saurimo a oriente, al confine con Congo e Zambia; Lubango al sud e poi a Luanda nel centro nord del paese, prima di raggiungere l’isola di São Tomé. Ovunque ho avuto incontri molto fruttuosi, fatti di ascolto e di dialogo, che mi hanno lasciato l’impressione di una Chiesa in crescita, dove quasi tutti i vescovi sono ormai autoctoni, e anche il clero e i religiosi sono per la stragrande maggioranza originari della regione. Significativa è la partecipazione dei laici alla vita della Chiesa; e i seminari sono pieni, al punto che un presule mi ha confidato di non fare pastorale vocazionale perché non saprebbe dove mettere i ragazzi. C’è un forte risveglio seguito da un impegno concreto che produce frutti soddisfacenti. Per me tutto ciò ha rappresentato un’immersione nella realtà dell’Africa, così piena di fervore e di iniziative, dove però resta ancora molto da fare. Il grande lavoro è anche caritativo perché non c’è Vangelo senza carità. E questo ho potuto constatarlo nei due paesi visitati, dove si fa tanto soprattutto per l’infanzia e anche per gli anziani, i disabili, i poveri.

E cosa può dirci riguardo alla Chiesa in Asia e in Oceania?

L’ultima volta che sono stato in Oriente è stato alla fine del 2017 nel seguito del Pontefice in Myanmar e Bangladesh: due realtà in cui la presenza cattolica ha bisogno di essere ancor più incoraggiata tenendo presente che la Chiesa è consistentemente piccola rispetto alle religioni maggioritarie. Ma ciò vale per gran parte delle regioni dei due continenti: torna allora in mente Giovanni Paolo II quando diceva che il terzo millennio dev’essere consacrato all’evangelizzazione dell’Asia e dell’Oceano Pacifico, concentrandosi soprattutto nei grandi paesi come India, Cina e Papua Nuova Guinea. E Papa Francesco ha voluto contribuire a rafforzare l’opera di evangelizzazione nominando quest’anno due cardinali asiatici in nazioni come il Pakistan e il Giappone, dove la presenza cattolica è sofferta o inglobata in una complessa società secolarizzata.

di Gianluca Biccini

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07 dicembre 2019

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