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Una Chiesa che conta sui poveri

· A colloquio con il cardinale Da Rocha, arcivescovo di Brasilia ·

La Chiesa in Brasile lavora da sempre con i poveri e conta su di loro. «Sono stati proprio i poveri a darmi la notizia della mia nomina cardinalizia» confida sorridendo Sérgio da Rocha, arcivescovo di Brasilia e presidente della Conferenza episcopale brasiliana, al quale Papa Francesco ha conferito la porpora nel concistoro dello scorso 19 novembre. «Credo sia stato un segno» racconta in questa intervista all’Osservatore Romano, sottolineando che il Brasile, con le sue disuguaglianze e le sue contraddizioni ma anche con i valori e le grandi potenzialità, è un laboratorio per una Chiesa veramente in uscita che si mescola alla gente e va in cerca dei lontani.

Come ha accolto la nomina a cardinale?

Nella favela di Sol nascente a Brasilia

Con sorpresa, gioia, senso di responsabilità e speranza. Stavo compiendo una visita pastorale e missionaria in una delle parrocchie più povere di Brasilia. Era domenica mattina presto, verso le sette, e mi trovavo in una di quelle che si chiamano “occupazioni”, i luoghi che i poveri scelgono per sistemarsi non avendo dove abitare. Sono stati proprio i poveri a darmi la notizia. Credo sia stato un segno.

Che significa essere vescovo di un’arcidiocesi come Brasilia?

Il distretto federale di Brasilia ha un valore che travalica i suoi confini e va considerato nel contesto di tutto il Brasile. È formato da gente di ogni parte del Paese. Fondata poco più di cinquant’anni fa, Brasilia infatti è composta da diverse città unite per formare il distretto federale. Al suo interno vivono persone di culture e religioni diverse. La convivenza, lo stare insieme in modo fraterno e cordiale è un valore da sottolineare nel mondo di oggi, dove c’è tanta difficoltà nei rapporti tra le culture. Se c’è una caratteristica di Brasilia è proprio questa convivenza di gente proveniente da ogni parte del Paese: pochi dei suoi abitanti — solo i più giovani — sono nati nella città. In effetti, siamo tutti immigrati, me compreso. Purtroppo, esiste anche una disuguaglianza sociale. Con più di tre milioni di abitanti, vi sono zone molto ricche e altre poverissime. Proprio in quella che è la capitale federale c’è un grande divario tra grandi ricchezze e povertà estrema. Attualmente la più grande favela del Paese si trova a Brasilia e non a Rio de Janeiro: si chiama “Sol nascente”.

Cosa è rimasto della teologia della liberazione nella Chiesa in Brasile?

Ci sono ancora molti valori: tra questi, un’attenzione più grande ai poveri, più solidarietà, più servizio agli ultimi. Soprattutto è rimasto il riconoscimento di valori e di esperienze, perché a volte si corre il rischio di ridurre i poveri a un problema. Al contrario, è stato compiuto uno sforzo per riconoscere i poveri come soggetto dell’azione. Si è cercato anche di organizzare un po’ più la comunità. Quello che la pastorale sociale oggi fa con motivazioni diverse, già in qualche modo è stato portato avanti a quei tempi, in quegli ambiti dove l’evangelizzazione è stata più esplicita. Certo, bisognerebbe parlare al plurale: non c’è stata un’unica teologia della liberazione. E non tutta la comunità ecclesiale in Brasile o la gente conosceva questa teologia. D’altronde, la Chiesa lavora da sempre con i poveri e conta su di loro. Non è un aspetto che è stato scoperto con la teologia della liberazione. Questa, però, lo ha sviluppato con una modalità e con un accento particolari. Nelle organizzazioni popolari ancora ci sono contributi che provengono da quell’esperienza, anche se non c’è sempre un rapporto diretto e automatico con quella teologia. Tuttavia, credo che il riferimento al Vangelo e a Gesù non possa mai mancare. Il modo di tradurlo ai nostri giorni si deve ricercare con una teologia che ha il suo valore e il suo ruolo specifico. Non si deve dimenticare che abbiamo bisogno dei teologi, non tanto per la vita quotidiana, ma per approfondire le questioni pastorali, perché altrimenti manca il fondamento e quel che resta è soltanto pratica.

di Nicola Gori

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16 dicembre 2017

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