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Una casa per le donne vittime della tratta

· Gestita nella Repubblica Dominicana da tre congregazioni femminili ·

Si chiama «Casa Malala» ed è il centro di accoglienza per le vittime della tratta di persone nella Repubblica Dominicana. A gestirlo tre congregazioni religiose femminili: le adoratrici ancelle del santissimo Sacramento e della carità, le suore del sacro cuore di Gesù e le oblate del santissimo Redentore.

Alla base di tutto c’è un accordo, firmato il 27 giugno (festa della Madonna del perpetuo soccorso), che permetterà alle religiose di subentrare nella gestione della casa, prima affidata allo Stato, colmando alcune carenze di attenzione per questo tipo di accoglienza. «Nel 2016 ci siamo incontrate insieme agli altri istituti con funzionari per parlare della tratta delle persone e abbiamo proposto di essere noi ad amministrare questa struttura», racconta all’agenzia Fides suor Nieves de la Cruz, oblata residente nella Repubblica Dominicana. Le autorità, apprezzando l’iniziativa, hanno quindi chiesto alle religiose di sviluppare un progetto di sostegno alle vittime della tratta.

La struttura continuerà significativamente a chiamarsi «Casa Malala», per sottolineare l’importanza della lotta portata avanti da Malala Yousafzai — la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2014 — per l’istruzione delle ragazze nel suo paese.

Il progetto è sorto per rispondere alla mancanza di un luogo dove le vittime della tratta di esseri umani potessero essere accolte in forma residenziale e familiare. «Dovevamo rispondere a questo dramma umano», spiega suor Nieves, e affrontare anche il problema dell’elevato numero di donne venezuelane che sono entrate in Repubblica Dominicana come vittime della tratta, spesso a fini di sfruttamento sessuale.

«Sono molte le cause che portano a questa situazione: povertà, violenza e altri fattori di disagio sofferti nel paese di origine le spingono fuori, cadendo spesso nelle reti dei trafficanti. Molte di esse — racconta la suora — sono madri, professioniste preparate, ma hanno tutte la disperazione negli occhi e il desiderio di una stabilità economica in modo da poter inviare denaro alla loro famiglia, anche se al momento si trovano in una situazione irregolare nella Repubblica Dominicana». Non tutte sono donne adulte: negli ultimi anni è fortemente aumentato il numero di ragazze e adolescenti.

La Repubblica Dominicana non è sempre la destinazione finale, a volte le rifugiate sono solo di passaggio: «Molte donne sono dirottate dalle grandi mafie in altri paesi, come Panamá, Ecuador, Colombia, Cile e persino Spagna e Libano», dall’altra parte dell’oceano.

Come componenti della rete che combatte la tratta delle persone, le oblate del santissimo Redentore e le adoratrici ancelle del santissimo Sacramento e della carità lavorano insieme da molto tempo. «Ci siamo rese conto che questa grande opera non poteva essere fatta solo dalla rete contro il traffico, ma dovevamo coinvolgere tutta la vita religiosa nel progetto» afferma suor Nieves de la Cruz. In tal modo, diverse congregazioni sono state invitate a prendere coscienza della realtà della tratta nella Repubblica Dominicana e ci sono anche laici che partecipano attivamente. Tre di essi, fra cui una psicologa, lavoreranno a «Casa Malala».

Secondo dati raccolti dall’agenzia Fides attraverso gli istituti nazionali di protezione delle donne, nel 2013 la Repubblica Dominicana era il terzo paese al mondo per vittime della tratta (circa 60.000 individui). Il numero non è cambiato molto, ma è mutata la composizione delle vittime: prima erano quasi solo donne dominicane, adesso sono in maggioranza le straniere a cadere in questo abisso, e l’età si è fortemente abbassata, con ragazze anche di 14 o 15 anni che entrano per diversi motivi in questo meccanismo criminale. Secondo quanto denunciano alcune ong, molte donne dominicane vengono condotte in Europa e nel Vicino oriente, mentre nel paese centroamericano rimangono quasi tutte vittime straniere.

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