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Una casa
di opere d’arte

· Roma nei racconti dei viaggiatori dell’Ottocento ·

Una patria immateriale, una sorta di casa dello spirito fatta di opere d’arte conosciute solo attraverso riproduzioni e disegni che finalmente si mostra al visitatore nella sua concretezza, nella sua materiale — stupefacente, o deludente — oggettività; è l’impatto con Roma descritto dai viaggiatori del XIX secolo che nell’urbe vedevano una tappa irrinunciabile del loro grand tour. Un’occasione per scrivere resoconti di viaggio che avevano ottime chanches di vendita nel mercato dell’epoca, ha spiegato Sandra Vlasta nel suo intervento al convegno «(De)scrivere Roma nell’Ottocento: alla ricerca del museo delle radici culturali europee», ma non solo. Anche un’occasione preziosa per riflettere sull’impatto della grande arte sulla vita di tutti i giorni, sull’identità del proprio paese di provenienza, sulla situazione politica e sociale del luogo che si stava visitando. Un modo — è il caso di Italienisches Bilderbuch della scrittrice Fanny Lewald, del 1847 — per mettere in guardia il lettore contro quel misto di conformismo, timore reverenziale, pigrizia e complesso di inferiorità che toglie gusto a ogni incontro ravvicinato con l’arte e ne compromette l’utilità. O un semplice pretesto per commentare cose e persone incontrate con un’ironia talmente acuminata da diventare sarcasmo, nel caso di Charles Dickens turista (non) per caso nei Musei Vaticani.

La due giorni «(De)scrivere Roma nell’Ottocento» si è svolta il 12 e 13 aprile scorso nelle sale dell’Istituto storico austriaco in Roma e nella biblioteca dell’Accademia di Romania, offrendo un ricco ventaglio di chiavi di lettura e punti di osservazione diversi. Nei testi di scrittori europei come Goethe, Stendhal, Shelley, Asachi, Grillparzer — scrivono gli organizzatori, Alexandra Vranceanu e Angelo Pagliardini introducendo il convegno — le descrizioni di opere d’arte viste durante i viaggi in Italia delineano una sorta di museo ideale, una wunderkammer della cultura classica, comune repertorio di storie, temi, miti e simboli destinati a circolare nei secoli successivi in Europa.

I piccoli, maneggevoli (e di solito non troppo cari, per i collezionisti dell’epoca) capolavori della glittica sono i protagonisti e i testimoni privilegiati di un’intera stagione culturale, ha spiegato Barbara Tasser. Anche una piccola gemma incisa, un’antica corniola romana di poco più di un centimetro, se letta con attenzione ci può aprire la porta del celebre, cosmopolita salotto romano della pittrice Angelika Kauffmann. «Il motivo, tratto dalla nota narrazione di Lucio Apuleio, di Amore che suonando il flauto riporta in vita Psiche, stordita dal sonno nel classicismo non è particolarmente sorprendente — nota Barbara Tasser — ma lo sono le circostanze nelle quali la scena appare. Alla ricerca di raffigurazioni simili, per l’analisi iconografica e stilistica e per determinare una datazione più precisa dell’oggetto, si è rivelato un mondo inaspettato: la vita dei salotti romani durante uno dei periodi più affascinanti del grand tour appaiato con echi iconografici a Weimar. I protagonisti sono Angelika Kauffmann, l’artista austriaca più nota all’epoca, Johann Wolfgang von Goethe, Johann Gottfried von Herder». La due giorni di studio ha gettato nuova luce sulle promenades romane di Jean Jacques Ampère e Stendhal, ma anche sulla Roma reale e mitica di cui si parla nel Lydda di Duiliu Zamfirescu — un ricco intertesto, lo definisce Alexandra Vranceanu, di cui fanno parte le opere di Carducci, Leopardi e D’Annunzio — nella fluviale produzione letteraria di Gheorghe Asachi o nei commentari eruditi di Alexandru Odobescu.

Un altro punto focale del convegno è il grand tour degli italiani in Italia, prima e dopo l’unificazione nazionale. Dalle cronache di viaggio del piemontese Santorre di Santa Rosa alla Roma vista dai romani che emerge dalle testimonianze raccolte nell’archivio della famiglia Gnoli; dalle impressioni del napoletano Cesare Malpica ai reportage di De Amicis giornalista, senza dimenticare i commenti di Leopardi, deluso dalla vita culturale locale ma attento a coglierne ogni dettaglio, il mito della romanità “etnica” in Carducci, le descrizioni antiretoriche di Adriano Meis / Luigi Pirandello che si affaccia dalla sua stanza sul Tevere, contrapposte al rigoglio lessicale di D’Annunzio che descrive la città eterna attraverso il suo alter ego Andrea Sperelli. Anche per gli scrittori italiani la descrizione delle opere d’arte è un ingrediente chiave nel processo di costruzione dell’identità nazionale. Come confermano, e contrario con la loro caustica comicità, i sonetti dialettali di Giuseppe Gioachino Belli dove la grandiosità delle vestigia romane viene accostata per contrasto allo stato miserevole e alla corruzione della società a lui contemporanea.

di Silvia Guidi

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21 marzo 2019

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