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Una capacità smarrita

· «Habemus Papam» di Nanni Moretti ovvero il dubbio senza interlocutore ·

Il cardinale francese Melville (Michel Piccoli) è solo uno dei tanti chiamati a riunirsi in conclave. E tale, probabilmente, vorrebbe rimanere. Nonostante una vita dedicata alla preghiera e una fede ancora solida, quando a sorpresa viene eletto Papa non sa se riuscirà a onorare un compito così gravoso.

Il ripensamento è però tardivo, la fumata bianca c’è già stata, il mondo intero aspetta soltanto di conoscere l’identità del nuovo Pontefice. Sospeso clamorosamente l’annuncio, bisogna correre in fretta ai ripari. Si prova dunque a chiamare in Vaticano il noto psicanalista Brezzi (Nanni Moretti).

Un po’ per i vincoli posti alla sua indagine introspettiva, un po’ per l’handicap di conoscere già la peculiarità del paziente, Brezzi preferisce però delegare l’incarico alla ex moglie (Margherita Buy), a sua volta psicanalista, che nulla ovviamente sa di Melville. Mentre l’insolito ospite rimane «prigioniero» in Vaticano per questioni di discrezione, intrattenendosi giovialmente con i cardinali, Melville farà perdere le proprie tracce, cominciando a girovagare per Roma alla ricerca di una risposta interiore.

Ciò che si imputava a Moretti fino a qualche anno fa, ossia di indulgere in un eccessivo narcisismo, di monopolizzare l’attenzione dello spettatore con la sua personalità, oggi gli si sta rivolgendo contro. Nel senso che non riesce più a sottrarsi dallo schermo senza compromettere il risultato complessivo dei suoi lavori. A Moretti, insomma, non sta riuscendo ciò che è riuscito a Woody Allen a partire da metà carriera, ossia relegare efficacemente il proprio alter-ego cinematografico a comprimario, a spettatore, o addirittura cancellarlo del tutto.

Lungi dall’essere opere comiche o leggere, pur se costellate da tanti momenti esilaranti di cui tutti conserviamo nella memoria almeno una battuta, i suoi film fino a Caro diario hanno descritto la solitudine e il disorientamento dell’individuo in un’Italia prima reduce dalle laceranti divisioni politiche, quindi adagiata in una bambagia piccolo borghese priva di valori e falsamente confortante.

I tic, le manie, le nevrosi del suo personaggio di sempre diventavano così le lenti attraverso cui guardare una realtà che perdeva i suoi punti di riferimento, senza permettere allo spettatore di giudicare se erano le prime a deformare la seconda o viceversa, in una dialettica fra oggettivo e soggettivo molto stimolante.

Era un cinema orgogliosamente autistico e perfettamente autonomo, proprio perché faceva del suo ripiegamento su se stesso — ivi compreso quel narcisismo in fin dei conti funzionale — un aspetto fondamentale della propria poetica. Si trattava, inoltre, di un’unità di sguardo che felicemente si sposava con la pulizia stilistica dei film più maturi, con un’economia di linguaggio che in La messa è finita raggiungeva un culmine quasi bressoniano.

Dopo Aprile , flusso di coscienza che replicava pallidamente Caro diario , Moretti ha cominciato però a optare per un cinema più composito, forse più complesso ma non altrettanto riuscito, frutto di un lavoro di squadra in sede di sceneggiatura probabilmente inopportuno. In particolare, l’idea di spostare fuori da sé il fulcro delle crisi di volta in volta raccontate non ha pagato, e Habemus Papam lo conferma.

Chiedere a Moretti di impersonare questo Pontefice sconquassato dai dubbi sarebbe stato troppo, ma ci si aspettava che svolgesse almeno il ruolo di contraltare dialettico, che conducesse fino in fondo quella battaglia che una battuta iniziale del film sembrava propiziare: «Il concetto di anima e quello di inconscio non possono coesistere».

Invece, chissà perché, forse per un eccessivo pudore, Moretti si tira indietro anche da questo compito, lasciandolo alla ex moglie interpretata da Margherita Buy, un personaggio e un’attrice piuttosto sprecati.

Anziché creare un parallelismo fra le due rinunce, produce in tal modo un doppio effetto negativo. Da una parte lo psicanalista rimane inutilmente da solo con i cardinali, dando vita a siparietti anche divertenti ma spogliati del significato che avevano un tempo nel cinema morettiano, e che non diventano mai, dunque, proiezione di qualcosa di più ampio. Dall’altra il Papa dubbioso perde un interlocutore che non sia la sua enigmatica coscienza, e viene abbandonato al centro di una drammaturgia troppo inerte. Di conseguenza solo la sentita interpretazione di Piccoli lo rende intenso e, a tratti, persino commovente.

L’amara allegoria finale affidata al teatro di Čechov — asilo di esistenze sprecate e di utopistici riscatti — è anche appropriata, ma è troppo ermetica e colta. Tanto da apparire un escamotage più che una soluzione veramente ispirata. Nel frattempo, anche qui lo sguardo non si è mai allargato. Il vacillare di Melville non è diventato una paralisi morale del mondo, come invece il sapore apocalittico dell’epilogo vorrebbe adombrare.

I momenti riusciti del film si concentrano dunque in singole intuizioni: la solennità del conclave in contrasto con gli umanissimi comportamenti dei suoi protagonisti; la canzone che si diffonde contemporaneamente per gli appartamenti vaticani e per le strade di Roma; l’ombra della controfigura del Pontefice, in parte inquietante, in parte rassicurante. Infine, l’idea di fondo di mischiare le carte di un mondo millenario senza però volerle stravolgere.

Gli ingredienti messi in scena, quindi, ci parlano ancora di un autore che non fa fatica a stagliarsi sulla media del cinema italiano contemporaneo. A essersi smarrita è la capacità di comporre quegli ingredienti in un congegno efficace. Almeno da quando Moretti ha smesso di scriversi i film da solo. E di accogliere per intero dentro di sé le crisi che ci racconta.

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21 novembre 2018

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