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Una bussola
per il mondo

· Nell’anniversario dell’enciclica di Paolo VI sullo sviluppo dei popoli ·

Perché rileggere oggi l’enciclica Populorum progressio? Dopo mezzo secolo dall’uscita del documento, in un mondo profondamente diverso? È solo un esercizio storico rituale, la celebrazione dovuta a quello che, comunque, è considerato uno degli atti più rilevanti del pontificato di Paolo VI e dell’intero magistero sociale della Chiesa?

In realtà basta un semplice sguardo, anche se solo a volo d’uccello, agli ottantasette paragrafi del testo per rendersi conto che siamo ancora di fronte a una straordinaria miniera di conoscenza e di discernimento nel mondo confuso, e un po’ grigio, di oggi. Dove la crisi economica e sociale ha minato le certezze dell’occidente, dove milioni di uomini e di donne cercano di sfuggire, in ogni modo, al loro destino di sottosviluppo, dove si combattono guerre regionali fanatiche e feroci, dove i maggiori paesi emergenti si interrogano con una certa prudenza su come proseguire il loro cammino e su come collaborare meglio con quelli che, per secoli, hanno avuto in mano le sorti dell’umanità.

Questo fondamentale documento della Chiesa segna un punto di avanzamento e di svolta decisivo nella stessa dottrina sociale inaugurata da Leone XIII. (…)

L’enciclica segnò importanti novità da diversi punti di vista. E ci volle tempo perché questo scrigno di novità venisse approfondito e compreso. Anzitutto sul terreno teologico, raccogliendo insieme sia l’elaborazione della dottrina sociale dei predecessori, sia gli avanzamenti ecclesiologici di Pio XII, sia importanti filoni di pensiero innovativo fino ad allora ai margini. Poi il testo montiniano operò un’importante svolta anche sul piano economico e sociale, riguardo la concezione stessa e la visione dello sviluppo. Andando oltre una cultura strettamente economica e finanziaria, introducendo una più avanzata prospettiva umana, culturale e sociale della crescita e dello sviluppo stesso come progressione degli uomini con i loro popoli e la loro dimensione sociale complessiva. E infine nel campo della cultura politica mondiale, nel quale la Chiesa si affacciava non solo con una posizione dottrinaria di principi e insegnamenti, ma anche con una sempre più precisa linea etico-politica per l’emancipazione dei popoli e dell’intera umanità. (…)

Le parole sono semplici e chiare, ma le implicazioni economiche e politiche assai complesse e non certo favorevoli all’impostazione allora ancora dominante. Dopo la seconda guerra mondiale la cultura dello sviluppo ebbe una vigorosa impennata di attenzione. Già nel 1941 Roosevelt e Churchill si erano incontrati per condividere i principi della Carta atlantica che diverrà poi la base della Dichiarazione delle Nazioni unite sottoscritta da 26 paesi, tra i quali oltre agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna anche l’Urss, la Cina, l’India, l’Australia, il Canada, l’Unione Sudafricana. In questo documento particolare rilievo ebbero le sottolineature di Roosevelt al testo originale del quarto punto come proposto da Churchill: «Essi si sforzeranno di attuare una giusta ed equa distribuzione delle materie prime essenziali, non soltanto entro i confini dei loro paesi, ma fra tutte le nazioni del mondo». Il presidente americano chiese di aggiungere al testo «senza discriminazione e a parità di condizioni». Erano le essenziali parole del più grande paese libero, che non era mai stato colonizzatore quanto piuttosto una colonia che aveva saputo promuovere anzitempo la sua rivoluzione per la libertà. Si trattava, tutti insieme, non solo di risollevare dalle macerie nazifasciste l’Europa, ma anche di rilanciare su basi nuove un’idea più aperta e integrata di sviluppo tra le diverse aree del mondo, sia quella che aveva al centro l’oceano Atlantico sia quella che gravitava intorno al Pacifico. Al termine della guerra iniziarono poi a contrapporsi, pur essendo condannate a coesistere dopo gli accordi del 1945 a Yalta, la visione capitalistica occidentale e quella comunista dell’economia collettivista con l’Unione Sovietica e il suo blocco orientale. Dopo una prima fase di impetuoso e febbrile sostegno, caratterizzato da eccezionali aiuti in generi alimentari e beni strumentali, oltreché in denaro, si elaborarono nel mondo occidentale vere e proprie dottrine sullo sviluppo. (…)

Vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale gli equilibri stabiliti tra le grandi potenze cominciavano a scricchiolare. La lunga stagione di pace e primo benessere economico di massa nel mondo occidentale e, in parte, anche nell’Est sovietico, stava generando nuove esigenze e dinamiche. Nelle altre aree del mondo la decolonizzazione aveva aperto processi nazionali di evoluzione a volte autonomi, in altri casi ancora sotto lo scudo delle antiche potenze dominatrici. La Russia socialcomunista era anche molto attenta a guadagnare spazi di influenza in tutte le regioni del terzo mondo, assicurando aiuti e protezione politica a quei paesi che volevano sottrarsi alle relazioni con l’occidente e i suoi modelli politici ed economici. Cresceva anche l’iniziativa della Cina comunista, specie nelle aree limitrofe. In sostanza il mondo era di nuovo in piena ebollizione, con molti fermenti innovativi, ma anche con tante contraddizioni e rischi. Il mondo era diviso in due grandi blocchi, ma molti paesi sentivano di non voler appartenere a uno dei due grandi schieramenti. Dopo la conferenza di Bandung del 1955, nel 1956 era nato il movimento dei paesi non allineati che alla metà degli anni sessanta raccoglieva già 46 nazioni. Per tutte queste e altre ragioni era necessaria anche una nuova visione politica ed etica dell’intero pianeta umano. Una visione più pragmatica, post-ideologica, che muoveva dalla constatazione dei bisogni, dalle realtà concrete. Una nuova etica della realtà e dei fenomeni sociali che si avvaleva anche di metodi di analisi induttivi e interpretativi, e non solo dei tradizionali percorsi della logica deduttiva. (...)

Cosa rimane oggi di quell’importante vicenda, in una fase di bibliche migrazioni, di conflitti locali sanguinosi e senza fine, di scontri religiosi e culturali nelle diverse aree del mondo? In un tempo nel quale le più solide democrazie occidentali sono scosse da venti impetuosi di protesta, che i commentatori definiscono in senso negativo come “populismo”, ma che in realtà nascondono le inadeguatezze degli ordinamenti internazionali, europei e nazionali di fronte alle nuove sfide della storia presente. (...)

La Populorum progressio riletta oggi si rivela un documento profetico, perché aveva colto la profondità irreversibile della crisi del mondo e delle idee che lo dominavano, e suggeriva con forza lucida e semplice un’iniziativa diretta, ragionevole, concreta, umana, di uomini e donne per altri uomini e donne, di popoli per altri popoli. Di questo documento dunque rimane vivo e forte tutto, e ogni paragrafo suona come un monito per schiere di responsabili di varia ispirazione che non vogliono sentirsi interpellati o che lo fanno solo in superficie.

di Michele Dau

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20 ottobre 2019

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