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Un week-end di memorie

· Nel romanzo «Non è mezzanotte chi vuole» di Antonio Lobo Antunes ·

«Sono arrivata stamattina per dire addio alla casa». È venerdì 26 agosto 2011 e in una residenza di campagna al largo di Lisbona, la voce narrante di Non è mezzanotte chi vuole (Milano, Feltrinelli, 2018, pagine 410, euro 22), romanzo di Antonio Lobo Antunes, ci intratterrà tre giorni per un lungo sfogo di pensieri, idee, immagini e ricordi, rumori, conversazioni e suoni, espressi in una prosa fitta e scomoda, che al momento richiama il “classico” flusso di coscienza, ma è qualcosa di diverso. 

Salvador Dalí, «La persistenza della memoria» (1931)

La donna che dispone del libro, anche se talvolta lascia la parola ad altri, si muove per libere associazioni (non per nulla l’autore è un noto psichiatra portoghese) e verbalizza la vita psichica sua e di chi accoglie nel gorgo della narrazione, o a meglio dire in un mulinello di tempi, luoghi e azioni, senza soluzione di continuità.
È tornata nella casa delle vacanze, che ha deciso di alienare, dopo anni di altalenanti abbandoni, ora che ha da poco raggiunto la mezza età e non c’è più nessuno dei suoi, per altro mai chiamati per nome. Non la madre, consumata in famiglia nel ruolo di donna da “soma”; non il padre, sempre nei pressi di una bottiglia, uomo senza qualità né polso; non i fratelli, uno suicida, l’altro adulterino e sordomuto e il terzo reduce di guerra in Angola (tra gli anni ’60 e ’70 ai tempi della dittatura di Salazar).
Sposata a un dimenticabile marito, titolo di studio professoressa, da qualche tempo operata al seno, sente le voci di quelli di casa (chiamati “loro”), di parenti tra prossimi e lontani, di amici e conoscenti, tutti dentro la vertigine di “parole arrampicate lungo il pendio delle frasi”: sensazioni, percezioni, desideri nella disorientata complessità di una trama riflessa in pagina come da uno specchio in frantumi.
Un week-end di memorie, insomma, renitente a qualsiasi ipotesi di trama che non sia un passabilmente ragionato elenco di temi, richiamati alla mente, complici soggetti distribuiti come carte da un mazzo per una partita di giocatori sfiatati, sfiduciati, sgualciti (“gentucola”, come vengono infine definiti in riferimento alla classe operaia), eccetto i morti, che danno il loro contributo ad affollare uno scenario sospeso tra percezioni oggettive della realtà e loro rielaborazioni mentali.
Che è successo al mondo di Antunes, che sia possibile immaginare alla lettura di questo Non è mezzanotte chi vuole, a parte lo stile che, ripetiamo, è tutta una fibrillazione sintattica, una struttura sfarinata. È stata la povertà seguìta alla crisi economica? Sono stati i vizi personali dei protagonisti? O le loro difficoltà fisiche e mentali? O non piuttosto il disamore indotto dalla cattiva conduzione della società; il vuoto di ideali uccisi da una pesante realtà politica e sociale, l’insensibilità e l’indifferenza che nascono in assenza di speranze, di futuro?
Presenziano tutti davanti a questo sipario calato sulla vita e sull’essere, sul presente e sul passato, dall’umanità alla natura. Eppure la morte non è la fine perché secondo Antunes «esistiamo lo stesso, solo che non ci vedono», morire è come «il corrugarsi di una tenda», e il tempo è un’ingiustizia, corre veloce proprio quando serve che vada piano, rallenti, si arresti magari. E va da sé che in parallelo al tema della morte ci sia quello di Dio. «Credi che Dio esista?» si chiede d’un tratto il testo in persona di una figura minore. «Pensi che abbia tempo da perdere con queste cose» replica l’interlocutore. Ma poco più avanti, con la tecnica della referenza impersonale si legge: «. . . e se Dio non esiste che ne sarà di noi . . . senza Dio la terra sparata nel nulla a cozzare contro le comete, peggio delle automobiline dell’autoscontro che sbattono l’una contro l’altra».
I tre giorni della rivisitazione della casa e dei luoghi d’infanzia stanno per concludersi, le memorie persistono anche senza motivo, i sogni si fanno irrisolte istantanee di desiderio, ma la scrittura marcia imperterrita come fosse infinita. Quando avverte il sospetto che il lettore risulti stordito dal come o dal che cosa si avvolge su sé stessa. Ma chi si ferma «non fa nulla non fa niente di buono. E allora avanti.

di Claudio Toscani

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