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Gli ebrei
sfuggiti alla deportazione

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L’importante volume di Liliana Picciotto (Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah, 1943-1945 , Torino, Einaudi, 2017, pagine 565, 38 euro) sugli ebrei italiani sfuggiti alla Shoah, frutto di nove anni di ricerca del Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), si presenta come il rovescio della medaglia rispetto al precedente volume di Liliana Picciotto, Il libro della memoria (1991 e 2001), che ricostruiva i nomi e le storie degli ebrei italiani deportati nella Shoah. 

Aldo Gay  «La deportazione  dal Ghetto di Roma» (1943)

Qui si parla dei 31.822 ebrei, fra italiani e stranieri, che non furono arrestati e deportati, di contro ai 7172 deportati, morti o sopravvissuti. Secondo le ultime stime, gli ebrei presenti in Italia nel settembre 1943, la data di inizio della Shoah in Italia, erano, fra italiani e stranieri, 38.994, di cui 33.452 italiani e 5542 stranieri. Gli scampati fra gli ebrei presenti in Italia furono quindi più dell’ottantuno per cento. Una ricerca innovativa, che mette a fuoco un tema assai scarsamente trattato, attraverso un intreccio rigoroso tra fonti documentarie e testimonianze.
Le domande a cui il volume di Picciotto si propone di rispondere sono molte. Innanzitutto, perché un così gran numero di scampati rispetto al resto dei paesi occupati dai nazisti, la Francia, l’Olanda, la Grecia? E poi, come si sono salvati questi ebrei? Autonomamente o grazie all’aiuto di altri? Fuggendo dall’Italia o restandovi nascosti, in clandestinità? Quali conoscenza avevano del pericolo a cui erano sottoposti? E quale fu il destino dei misti, dei figli cioè di matrimonio misto? Quale il rapporto tra l’aiuto prestato agli ebrei e quello prestato ad altri gruppi in pericolo, come i militari che non aderirono a Salò, gli antifascisti, i partigiani? Quale il rapporto con la Resistenza? E quello con la Chiesa? E da chi dovevano guardarsi gli ebrei, solo dai tedeschi occupanti o anche dai militi della Repubblica Sociale? E molte altre domande e risposte che emergono dalla ricostruzione dei percorsi dei salvi (l’autrice preferisce questo termine a quello di salvati perché comprende anche quelli che si sono salvati senza aiuti).
Percorsi che sono stati ricostruiti dalla ricerca del Cdec in 10.599 casi, circa un terzo quindi del numero effettivo dei “salvi”. Di queste oltre diecimila storie, sono qui riportate, nel volume, quarantotto storie: ventitré di ebrei salvatisi grazie al soccorso esterno, venticinque di ebrei salvatisi da sé.
Già da questa scelta emerge il ruolo importante che l’autrice attribuisce al percorso di auto salvezza, contrariamente a quanto spesso viene detto sul fatto che per ogni ebreo salvato c’è stato un salvatore che lo ha aiutato. Secondo l’autrice, il quaranta per cento dei salvi non avrebbe potuto salvarsi senza un aiuto esterno, il venti per cento ha avuto la prontezza di spirito e l’immaginazione sufficiente per predisporsi autonomamente la via della salvezza, e un trenta per cento ha avuto un’esperienza mista.
Ma come distinguere dal percorso di un salvato quello di un salvo? Infatti, se in alcuni casi la distinzione è chiara, soprattutto nel caso dei salvati nascosti in case private o istituti religiosi o aiutati a passare in Svizzera, in altri sembra più oscura: che dire di quei salvi che non sono stati denunciati dai portieri della casa dove abitavano, come sanciva la legge, sulla cui identità qualcuno ha chiuso un occhio, che nessuno ha aiutato e nessuno ha neppure denunciato? O di quelli che hanno avuto non accoglienza o aiuto a scappare in Svizzera, ma identità false, carte necessarie a sopravvivere? La molteplicità stessa delle circostanze e dei casi narrati nel libro spinge, credo, a rendere difficile tracciare una distinzione troppo netta tra “salvati” e “salvi”.
Il volume mette in chiaro, speriamo in maniera definitiva rispetto alla vulgata, alcuni elementi fondamentali di questa storia: innanzitutto, il ruolo fondamentale dei fascisti di Salò nella persecuzione, a partire dalle norme contro gli ebrei del 30 novembre 1943 fino alla gestione degli arresti e all’organizzazione di una fitta rete di campi di concentramento, destinati a raccogliere gli ebrei in attesa di consegnarli ai nazisti per la deportazione. E ancora, il destino dei misti e degli ebrei battezzati, un destino peggiore che nella Germania nazista fino al marzo 1944, quando anche i nazisti cominciarono a inviarli alla deportazione.
Il volume, inoltre, fa chiarezza sulla questione del rischio che correvano i soccorritori. A differenza che in Polonia, e a differenza dell’aiuto dato ai partigiani, in Occidente il solo soccorso agli ebrei non era punito. Ciò non toglie che spesso chi aiutava lo facesse convinto di rischiare la vita.
Sul problema del salvataggio, o dell’autosalvataggio, l’autrice tende nelle parti più interpretative del volume a limitare l’importanza nel percorso che ha portato gli ebrei in salvo tanto dell’aiuto della Chiesa quanto di quello della Resistenza, sottolineando come gli ebrei fossero solo una parte dei salvati dalla Chiesa, che offriva rifugio a renitenti alla leva, antifascisti, partigiani, a tutti insomma coloro che erano in pericolo. Eppure, che gli ebrei fossero più in pericolo degli altri era conoscenza comune, sapere diffuso, nei conventi come nelle case private che generosamente si aprivano a loro come agli altri perseguitati.
Quanto alla Resistenza, se è vero che non operò specificamente e direttamente per salvare gli ebrei, è pur vero che stretti furono i suoi legami operativi con la Delasem, il Comitato di assistenza agli ebrei stranieri, che molti, oltre mille, furono i partigiani ebrei, e che in Italia la Resistenza, a differenza di altri paesi, accolse l’apporto degli ebrei senza traccia di antisemitismo. Essi combatterono come “italiani” non come ebrei, fatto che, dopo anni di leggi razziste, fu una conquista, non un mancato riconoscimento della loro identità ebraica.
In realtà, nelle storie stesse di salvezza narrate in questo libro il quadro degli stretti rapporti che gli ebrei italiani ebbero in questi anni con il mondo esterno — Chiesa, Resistenza, non ebrei che fossero — emerge con chiarezza e molto particolareggiatamente. Sottolineando come tanti ebrei avessero trovato da soli la strada della salvezza, l’autrice vuole contribuire a ricomporre una memoria dimenticata, quella dei tanti che guidarono alla salvezza le loro famiglie, dei padri di famiglia che seppero prendere in mano il loro destino. Un riconoscimento giusto e doveroso, che colma un vuoto di memoria e di storia ma che non deve né può soverchiare quello altrettanto importante dei salvati e, con loro, dei salvatori.

di Anna Foa

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22 ottobre 2019

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