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​Un vuoto da colmare

· ​L’insegnamento dell’etica nelle facoltà di medicina ·

«Per i futuri curanti l’etica non è un optional»: si potrebbe tradurre così il titolo apparso il 6 novembre sul quotidiano francese «La Croix». Per molti anni gli studenti delle facoltà di medicina francesi, come i loro colleghi europei, potevano accedere all’esercizio della professione senza affrontare qualsivoglia tema etico. Si è lungamente pensato che l’etica medica potesse essere appresa sul campo, confrontandosi con i casi clinici reali durante i periodi di stage o durante l’apprendistato accanto ai colleghi più esperti. L’articolo lascia però trasparire tutti i limiti di una simile concezione, per di più confrontata ai rapidissimi progressi in branche della medicina come l’anestesia e rianimazione, la neurologia, l’oncologia, la genetica medica e la biologia molecolare. 

Ippocrate in un’incisione del xvi secolo

Posso personalmente testimoniare tutta la difficoltà che ho provato quando, giovane medico, ho dovuto confrontarmi con i miei primi pazienti affetti da sclerosi laterale amiotrofica o da neoplasie in fase avanzata che mi ponevano domande fondamentali senza che io avessi avuto alcuna preparazione negli anni universitari: significato e limiti dei mezzi di sostegno vitale, comunicazione della verità, sofferenza spirituale e approccio alla morte sono solo alcuni degli aspetti che impongono una preparazione specifica.
Il percorso dello studente francese, si legge, prevede ormai dei corsi obbligatori. Futuri medici, infermieri, farmacisti, dentisti, ostetriche e fisioterapisti durante il primo anno dei loro studi dovranno confrontarsi con l’etica. I medici dell’università Paris-Descartes, per riprendere un esempio citato, seguono un percorso denominato «salute, società, umanità responsabile» di «circa trenta ore che prevede in particolare corsi sulla struttura della persona con un approccio filosofico, psicologico, sociologico e medico e corsi di introduzione all’etica medica. Giuristi, medici clinici e pazienti» intervengono accanto a sociologi affrontando anche temi come «la vulnerabilità, la cittadinanza e la nozione di persona», favorendo l’immersione nella complessità dell’individuo. Una ripresa di tali concetti potrà essere fatta, questa volta su base opzionale, al quinto anno di studi per i medici e, obbligatoriamente ma soltanto per una decina di ore, al sesto anno. Alla fine del loro percorso di studi i professionisti «dovranno conoscere i principi di etica relativi a soggetti come l’interruzione volontaria di gravidanza, il consenso alle cure, i malati vulnerabili e la fine della vita».
Senza dubbio è un grosso passo in avanti rispetto all’insegnamento di qualche anno fa ma sarebbe ingenuo pensare che questo risolva tutti i problemi. Solamente poco tempo fa rimasi molto scosso dalla lezione di etica medica alla quale assistetti come chef de clinique insieme ad alcuni specializzandi del reparto nel quale lavoravo in un grande ospedale svizzero.
La proposta del docente era a senso unico, dominata dal più rigido utilitarismo e da una visione materialista e riduzionista dell’approccio al morente. I pomeriggi successivi li impiegai per ridiscutere tutto con i miei studenti, se non altro per far loro comprendere che il soggetto poteva essere visto da molte e diverse angolazioni etiche.
L’insegnamento dell’etica medica è fondamentale, l’onestà intellettuale e il vero pluralismo devono però rimanere la base imprescindibile di una costruzione equilibrata e critica.

di Ferdinando Cancelli

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23 novembre 2017

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