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Un voto oltre il conflitto

· Israele alle urne per le elezioni politiche ·

Sono quasi sei milioni gli israeliani che domani, martedì, si recheranno alle urne per eleggere un nuovo Governo. Ma in palio non ci sono soltanto i 120 seggi della Knesset. Si tratta infatti di un voto di fondamentale importanza per il futuro dello Stato: il prossimo Governo sarà chiamato a scelte decisive su più fronti. 

E in un contesto ancora molto difficile: i negoziati diretti con i palestinesi sono fermi da più di un anno, le relazioni con Washington hanno toccato di recente il loro minimo storico e la minaccia del terrorismo è alle porte. Senza dimenticare le questioni interne, come le difficoltà finanziarie e la crescente disparità sociale.

A fronteggiarsi sono essenzialmente due forze: da un lato il Likud, la destra del premier Benjamin Netanyahu, da nove anni al potere, dall’altro l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata da Isaac Herzog, leader dei laburisti e figlio del sesto presidente di Israele, e da Tzipi Livni, guida dei centristi di Hatnua. Gli ultimi sondaggi danno un distacco di circa quattro seggi a favore dell’Unione sionista. Al terzo posto, con tredici seggi, ci sarebbe la Lista araba unita guidata da Ayman Odeh. Subito dopo, a dodici seggi, i centristi di Yesh Atid dell’ex ministro delle Finanze Yair Lapid, seguiti da Focolare ebraico, la destra nazionalista religiosa vicina al movimento dei coloni. A nove seggi c’è infine la nuova formazione di centrodestra Kulanu. Al momento, dunque, la strada della grande coalizione sembra obbligata, e cresce quindi l’importanza delle liste più piccole, quelle religiose come lo Shas, il partito degli ultraortodossi di origine sefardita, e Uniti nella Torah, che rappresenta invece gli ultraortodossi ashkenaziti.

di Luca M. Possati

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26 giugno 2019

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