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​Un voto per il pluralismo

· L’Indonesia alle urne ·

Il percorso democratico si consolida nel paese musulmano più popoloso al mondo, l’Indonesia. Per la quinta volta nella sua pur giovane vita democratica, avviatasi nel 1999, la nazione di oltre 263 milioni di abitanti, all’87 per cento musulmani (e dove i cristiani sono circa il 10 per cento), è chiamata alle urne. Ma, primo e storico esperimento, il 17 aprile è l’election day in cui saranno scelti contestualmente il presidente della repubblica e i 575 rappresentanti del parlamento bicamerale, composto dalla Camera bassa e dal Senato. Sono 192 milioni gli elettori che andranno a votare in oltre 800.000 seggi elettorali sparsi nell’arcipelago delle 17.000 isole del Sudest asiatico. Data la prima assoluta del voto nel medesimo giorno, si può ben comprendere la grande sfida logistica in un paese che si estende per 4.800 chilometri — la distanza tra Lisbona e Baghdad — e che, dall’isola di Sumatra, nella parte occidentale, attraverso Giava, giunge fino alla provincia della Papua, estremità orientale del territorio nazionale. I seggi elettorali, dove operano oltre sei milioni di scrutatori, sono situati in villaggi di montagna, nel cuore della giungla o in piccole isole remote.

Tutto è pronto nella giornata più importante dell’anno, su cui vigileranno 453.000 tra poliziotti e soldati, accanto a oltre 1,6 milioni di volontari della protezione civile. Una giornata storica che potrà indirizzare il futuro della nazione cui tutta l’Asia guarda come teatro di un (per ora) felice esperimento di conciliazione tra islam e democrazia.

Va detto che quello indonesiano è un islam non arabo e non violento, giunto sulle sponde dei mari del Sud grazie ai mercanti fin dal xiii secolo e che è penetrato gradualmente nella cultura giavanese trovando una sintesi originale tra pratica religiosa e tradizioni locali. Un islam che, nella pluriforme realtà di etnie e culture diverse del mosaico indonesiano (oltre 300 gruppi etnici e più di 700 lingue vive), per secoli ha convissuto pacificamente e si è perfettamente integrato con comunità di fede indù, buddista, cristiana. Solo negli ultimi anni i tentativi di contagio dei virus fondamentalisti hanno inquinato il panorama sociale, politico e religioso (ad esempio con la nascita di formazioni estremiste e con l’arrivo del sedicente Stato islamico), con l’intento di avvelenare la convivenza e traghettare l’Indonesia verso sponde lontane dal suo volto costitutivo: la “Pancasila”. Si tratta della “Carta dei cinque principi” che ispirano la Costituzione e sono alla base dell’Indonesia moderna: fede nell’unico Dio; umanità giusta e civile; unità della nazione; democrazia guidata dalla saggezza; giustizia sociale.

È questo il confronto che si intravede tra le pieghe di una contesa che ha oggi due protagonisti: da un lato il cinquantasettenne Joko Widodo, presidente dal 2014, che corre per un secondo mandato; dall’altro Prabowo Subiyanto, 67 anni, ex generale a capo del Kopassus, le famigerate forze speciali dell’esercito. Il confronto ripropone la competizione di cinque anni fa che vide “Jokowi” — così è soprannominato il presidente in carica — sconfiggere il rivale. Al secondo tentativo, Subiyanto ha giocato la carta di cavalcare l’islam politico, cercando di compiacere gruppi e movimenti che hanno puntato sull’identitarismo religioso, a volte intollerante e violento. Ma ha anche avuto buon gioco nel notare la fragilità economica e le difficoltà di una nazione che, pur tenendo una crescita economica del 5 per cento annuo, fa i conti con la disoccupazione giovanile e la delusione della classe media. Con la prospettiva di “fare grande l'Indonesia” — il suo slogan elettorale — e la scelta del noto imprenditore Sandiago Uno come suo secondo, Subiyanto ha avvalorato il suo impegno nell’economia e per il futuro delle nuove generazioni. Con il 40 per cento dei 192 milioni di elettori che è under 35, si comprende che guadagnare la fiducia dei giovani significa strada spianata verso la vittoria.

Per smarcarsi dalla facile polarizzazione e per sparigliare facili semplificazioni cui voleva costringerlo il suo avversario, Widodo, a sua volta, ha scelto come vicepresidente Ma’ruf Amin, leader religioso a capo del Consiglio degli Ulema d’Indonesia, la principale organizzazione dei chierici musulmani. Con tale mossa ha cercato di sfatare la mitologia di una sua presunta avversione all’islam. E più volte, in una campagna elettorale caratterizzata dalla trovata dell’ologramma — grazie alla tecnologia Widodo ha fatto comizi politici mostrando il dono dell’ubiquità — il presidente ha manifestato la volontà di voler tutelare una democrazia pluralista e inclusiva, ancorata alla Pancasila, cardine e garanza di una realtà nazionale multiculturale e multireligiosa.

«La solidità della cornice statale — argomenta in un colloquio con «L’Osservatore Romano» J. Kristiadi, analista politico al Centre for Strategic and International Studies di Giacarta — dovrebbe fornire un sistema politico che garantisca il buon governo e la democrazia. Nell’Indonesia se ne deve prendere atto, trovando misure adeguate per tutelare a priori i diritti dei cittadini e impedire la fioritura del fanatismo religioso. Ci troviamo su un crinale politico cruciale».

Il timore, paventato da alcuni analisti, è che l’islam politico possa sfruttare vie democratiche per conquistare sempre maggiori spazi di governo e per giungere al potere nello stato, con la possibilità di cambiarne poi la natura e imporre un modello teocratico. Non cedono, però, a facili allarmismi due intellettuali musulmani di vaglia come Azymardi Azra e Syafii Maarif. Secondo Azra, ex rettore dell’Università islamica Syarif Hidayatullah a Giacarta, «la democrazia in Indonesia è solida e la fedeltà alla Pancasila non è in discussione: non si riuscirà a modificare sostanzialmente gli equilibri sociali e politici, né a compiere una metamorfosi dell’Islam Nusantara, visione e forma tipica indonesiana della religione del Profeta». Lo studioso confida nella natura peculiare dell’islam indonesiano, segnata da un paradigma strutturale di convivenza, pluralismo e inclusione. «I cittadini indonesiani — spiega a «L’Osservatore Romano» — hanno spesso dato il loro voto a partiti non islamici, dando prova di come l’elemento strettamente religioso non sia determinante per le loro scelte: la coscienza democratica della nazione resta una garanzia». «Il motto nazionale “Bhinneka Tunggal Ika” (“unità nella diversità”) presuppone e risolve la questione del pluralismo, affermando che esso è un dato di realtà da cui partire, considerandolo perfino come espressione di un disegno divino» aggiunge.

Anche l’ottantaquattrenne Ahmad Syafii Maarif, padre nobile dell’islam indonesiano, si dice «certo che la larga maggioranza della popolazione indonesiana non apprezza l’islamismo radicale e non vuole il Califfato. La Pancasila resta la bussola e non sarà abbandonata». La sua convinzione si basa anche sull’opera delle due storiche organizzazioni musulmane indonesiane: Muhammadiyah (cento anni di storia e 35 milioni di membri, di cui è stato presidente) e Nahdlatul Ulama: «La Muhammaddiyah dimostra che, sin dall’inizio, l’islam indonesiano è stato la forza motrice per la creazione di una società equa, che ha saputo coniugare fede e giustizia sociale», rileva. La Nahdlatul Ulama, con 50 milioni di aderenti, «dà un apporto determinante in questa fase storica, facendosi sempre promotrice dell’Islam Nusantara e avversando ogni forma di radicalismo ed estremismo».

di Paolo Affatato

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23 novembre 2019

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