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Un voto che può mutare gli assetti internazionali

· Presidenziali in Kyrgyzstan dopo due rivoluzioni in sei anni ·

Un anno fa il Kyrgyzstan è diventato la prima Repubblica parlamentare dell’Asia centrale. Alle spalle due rivoluzioni: quella del 2005, quando oceaniche manifestazioni contro un regime corrotto e autoritario obbligarono alle dimissioni il primo presidente post-sovietico, Askar Akayev — poi rifugiatosi a Mosca — e quella dell’aprile del 2010 quando violente proteste, con almeno 75 morti, costrinse alla fuga a Minsk il presidente Kurmanbek Bakiyev. Non vanno inoltre dimenticati i 470 morti negli scontri del giugno dell’anno scorso tra la maggioranza kyrgyza e la minoranza uzbeka, le centinaia di migliaia di profughi, il successivo referendum costituzionale, e l’elezione del primo presidente donna, Roza Otunbayeva.

A vent’anni dall’indipendenza, sono sedici i candidati che prendono parte alle elezioni presidenziali in programma domenica 30 ottobre nella speranza di stabilizzare questo piccolo Paese, di circa cinque milioni di abitanti, traversato da molteplici divisioni: tra kyrgyzi e uzbeki, tra il nord urbanizzato e relativamente prospero e il sud povero e più rurale, tra i clan dell’antico regime e quelli del nuovo.

Il primo ministro Almazbek Atambayev, dirigente pragmatico, moderato e leader del partito socialdemocratico, è il candidato largamente favorito e, secondo alcuni sondaggi, potrebbe vincere al primo turno. Tra gli altri candidati solo due di essi — il nazionalista Adakhan Madoumarov e il capo del partito nazionalista Ata-Jourt, Kamtshybek Tachiev — possono cercare di competere con il primo ministro Atambayev.

Il Kyrgyzstan è relegato in fondo a tutte le classifiche internazionali, da quelle che misurano gli standard politici, civili e sociali, a quelle che prendono in considerazione gli indicatori economici. La cosiddetta «rivoluzione dei tulipani» è stata considerata da alcuni l’equivalente centroasiatico delle rivoluzioni in Ucraina e in Georgia. A Bishkek, peraltro, la prospettiva di un processo di democratizzazione, secondo i parametri occidentali, si è rivelata ancora più deludente che a Kiev e a Tbilisi. Nel corso di questi anni, infatti, le dinamiche politiche del Kyrgyzstan sono state del tutto insoddisfacenti. Inoltre, non si è avuto quel miglioramento della situazione economica — basata tradizionalmente sull’agricoltura — tanto atteso da una popolazione di un Paese tra i più poveri della regione, anche per la mancanza di consistenti risorse energetiche.

Pur essendo in un’area strategica della massima importanza, nel Paese nessuno si fa illusioni, nel senso che la consapevolezza di non avere gas e petrolio da barattare come Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan, costringe il Kyrgyzstan a rimanere appeso al cordone ombelicale della Russia. Infatti, dopo l’11 settembre del 2001 Bishkek ha aderito, in cambio di grossi aiuti economici da parte dell’Amministrazione Bush, alla guerra contro il terrorismo internazionale, ma l’attuale premier ha annunciato, in contemporanea alla sua candidatura alle presidenziali, che la concessione della base militare di Manas agli Stati Uniti — ogni anno Washington paga 180 milioni di dollari per tenerla operativa in quanto cruciale per lo sforzo bellico in Afghanistan — non sarà prolungata ancora. Un segnale non solo per Washington, ma anche per Mosca.

Come le altre Repubbliche post-sovietiche della regione, il Kyrgyzstan è costretto a muoversi in un contesto geopolitico fortemente condizionato dalla rivalità russo-americana oltre che dalla crescente presenza dei cinesi. Al di là o meno della questione di Manas sembra che il pendolo di Bishkek tenda sempre più verso Mosca. Nella scorsa settimana, infatti, è stato firmato a San Pietroburgo un accordo tra Russia e otto Paesi della Comunità di Stati indipendenti — che comprende il Kyrgyzstan — per una zona di libero scambio il cui avvio è previsto per gennaio.

Tra gli Stati membri della Csi mancano all’appello Azerbaigian, Turkmenistan e Uzbekistan, ma secondo il premier russo, Vladimir Putin, queste tre Repubbliche stanno ancora analizzando l’accordo e si attende una loro adesione entro la fine dell’anno. All’inizio del mese, Putin ha lanciato l’idea di un’Unione euroasiatica per riunire ex Repubbliche sovietiche in un unico spazio economico comune. Un sogno che guarda al futuro e non al passato, ha precisato. Sull’esempio dell’Ue e dell’Asean mira a diventare un ponte tra Stati del vecchio continente e le economie rampanti dell’Asia.

La recente missione di Hillary Clinton in Tadjikistan e Uzbekistan — a Dushambé il segretario di Stato statunitense ha fatto presente al presidente Emomali Rakhmon il suo disaccordo alle restrizioni poste alla libertà di stampa e a quella religiosa, mentre a Tashkent, incontrando il capo dello Stato Islam Karimov), ha portato un messaggio di cambiamento per questo Paese regolarmente accusato dalle ong di violare i diritti dell’uomo e imbavagliare l’opposizione — non sembra aver ottenuto proficui risultati. Eppure questi due Paesi giocano un ruolo chiave per la coalizione militare internazionale impegnata a Kabul. È dunque fondamentale agli occhi degli Stati Uniti la stabilità del Kyrgyzstan. Ma sono le ultime e più attraenti iniziative economiche russe a mostrare la fragilità della politica dell’Amministrazione Obama in tutta la regione centroasiatica, che pure ha una rilevanza notevole sia per le sue ricchezze energetiche sia per la vicinanza a Iran, Afghanistan e Pakistan.

Ecco dunque che il candidato favorito alle presidenziali potrebbe traghettare il Paese verso Mosca e la sua vittoria sarebbe foriera di importanti ripercussioni nello scacchiere centroasiatico. Il nuovo presidente kyrgyzo è comunque atteso dai non facili compiti di porre un freno alla corruzione che dilaga nel Paese e assicurare ai processi decisionali maggiore trasparenza, evitando la logica dei clan nella gestione e spartizione del potere. Ma la speranza della popolazione resta legata alla lotta contro la povertà.

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