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Un volto mostrato al mondo

Pubblichiamo l’editoriale con cui il «Giornale di Brescia» ha aperto la prima pagina dell’edizione di domenica 1° maggio.

Il drappo di tela che per tutta la giornata di ieri è rimasto appeso alla loggia centrale della basilica di San Pietro questa mattina verrà alzato. E appena Papa Ratzinger proclamerà in latino la formula di beatificazione del suo immediato predecessore — un evento senza precedente negli ultimi dieci secoli — agli occhi della folla assiepata nella piazza apparirà il volto di Giovanni Paolo II che campeggia sul grande arazzo preparato per la cerimonia.

La liturgia della Chiesa è uno scrigno di tesori antichi ma sempre nuovi. Non fa eccezione il rituale di una celebrazione come quella di oggi, che confermando ufficialmente la santità della vita del Pontefice polacco la addita a esempio per credenti e non credenti. Un rituale ricco di parole e gesti di grande significato, ben lontani dalla desolante atrofia comunicativa che contraddistingue il linguaggio della nostra epoca.

A leggerlo con occhi attenti si comprende che la beatificazione di Giovanni Paolo II non è solo un avvenimento «interno» alla Chiesa cattolica, sia pure amplificato universalmente dalla sua risonanza mediatica. Non a caso, nel momento in cui si pronuncia l'autorità apostolica del Papa, la figura del nuovo beato viene mostrata — anche in modo visibile — all'umanità intera. Per confermare che ciascuno, persino chi non ne condivide la fede, può trovare nella sua storia personale una risposta di senso alle domande essenziali dell'uomo.

In piazza San Pietro non si consuma, perciò, una sorta di rito autoconsolatorio per devoti e fedeli. In questo caso i numeri e le statistiche, per quanto impressionanti, servono a poco. Conta invece la concretezza di un messaggio che arriva dritto al cuore del mondo. Nel quale Karol Wojtyła — da laico cristiano, sacerdote, vescovo e Pontefice — ha vissuto pienamente, senza compromessi o separazioni artificiose. Sperimentando in prima persona vicende buie e a volte drammatiche: dapprima la guerra e gli orrori del nazismo, poi il totalitarismo soffocante, infine l'irrompere della sofferenza con l'attentato e la successiva malattia nel corso del pontificato.

Ed è proprio in questi momenti che la figura del nuovo beato è apparsa più vicina, familiare. Anzitutto ai credenti, che hanno trovato nel suo magistero una guida sicura nel cammino di fede. Ma pure a tutti coloro che, senza pregiudizi, hanno riconosciuto il suo appassionato impegno per l'uomo e in difesa della vita. Aspetto, quest'ultimo, che in lui è stato sempre inseparabile dalla profondità spirituale e dal coraggio evangelico. Anche per questo Paolo VI volle avvalersi della sua collaborazione nella commissione istituita per l' Humanae vitae (1968), alla quale egli offrì un contributo importante.

E al Papa di Concesio Karol Wojtyła restò sempre molto legato. Tanto che da Pontefice si recò ben due volte a Brescia per fare memoria di colui — disse il 19 settembre 1998 al suo arrivo nella piazza dedicata a Papa Montini — che «fu guida sicura della barca di Pietro in tempi non facili per la Chiesa e per l'umanità, animato sempre da un amore forte e profondo per Cristo e dal desiderio ardente di annunciarlo ai contemporanei».

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24 maggio 2019

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