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​Un viaggio chiamato malattia

· ​Flannery O’Connor sulla Civiltà Cattolica ·

«Ho fatto i primi sei anni di scuola dalle suore. Grazie a loro — scrive Flannery O’Connor in una lettera in cui parla della sua infanzia — ho sviluppato qualcosa che è sfuggito alle definizioni dei freudiani: un’aggressività anti-angelo, diciamo. Fra gli 8 e i 12 anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e, facendo la faccia feroce e cattiva, vorticavo tutto attorno coi pugni serrati cercando di picchiare l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, stando alle suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo». Onnipresente, e quindi insopportabile. Come Dio. E, come Lui, tanto affascinante quanto spaventoso.

Flannery O’Connor negli anni Sessanta

Non si tratta solo di un simpatico aneddoto, scrivono Antonio Spadaro ed Elena Buia Rutt nell’articolo «Sei la sottile luna crescente. Diario di preghiera di Flannery O’Connor» uscito sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica. Quella della lotta fra Giacobbe e l’angelo è l’immagine che forse meglio descrive la vita e l’opera di questa scrittrice sui generis, mistica senza ombra di sentimentalismi e leziosità, saggia e materna senza mai cadere nella retorica, dura ed espressionista nello stile della narrazione, senza mai scivolare nel Grand Guignol fine a se stesso.

Dalla lotta notturna con il messaggero misterioso, Giacobbe esce cambiato e ferito nel corpo e nell’anima; guadagna un nuovo nome, Israele, e una nuova identità più profonda e autentica, ma da quel momento in poi il suo passo sarà sempre claudicante e dolorante. Anche nei libri di Flannery O’Connor, scrivono Spadaro e Buia Rutt, «l’incontro con il divino passa in prima istanza per una fase di rifiuto, di lotta, di prova. Insomma, il primo rapporto con Dio è un resistergli».

La concretezza di questo dialogo è sperimentata sempre in modo sofferto e in prima persona, come una bambina che fa a pugni con il suo angelo custode oppure — nel Diario di preghiera (Milano, Bompiani, 2016, pagine 110, euro 11) — come una giovane donna decisa a combattere l’invadenza del suo io, appesantito dall’inevitabile bagaglio di egoismo, presunzione, goffa necessità di autoaffermazione che la condizione umana implica, da Adamo ed Eva in poi. «A Lui piace discutere con noi — ha ribadito Papa Francesco martedì scorso, nell’omelia della messa mattutina a Casa Santa Marta — a Lui piace quando tu ti arrabbi e gli dici in faccia quello che senti, perché è Padre». Parlare a Dio con franchezza, senza tacere difficoltà, obiezioni e paure, è mille volte meglio che tenerlo “a distanza di sicurezza” vivendo una compunzione formale apparentemente serena ma in realtà sterile.

Per Flannery Dio è un dato dell’esperienza, non un’intuizione della mente; non è il materiale a spiritualizzarsi, ma lo spirituale a materializzarsi, secondo il principio dell’Incarnazione. Con un pensiero non si litiga; a un pensiero non si decide di dedicare ogni singolo giorno della propria vita. A un pensiero non si dice con impazienza: «Oh, Signore, al momento sono una scamorza, fai di me una mistica, immediatamente».

Le parole usate da Flannery nel suo Diario (che, lo ricordiamo, non era destinato alla pubblicazione) appartengono a un registro basso, non letterario. «Anche la sintassi — scrivono Spadaro e Buia Rutt — segue il ritmo del parlato, ricca di colloquialismi, modi di dire, giochi di parole. Essa manifesta una particolare spiritualità, che non si esprime in un linguaggio devoto, in pensieri gentili e composti, in una religiosità risolta e accondiscendente, ma presenta una relazione con il divino di per sé grintosa, critica, appassionata, carica di energia e di intuizioni creative». Alla lotta seguirà un “sì” senza condizioni.

Quando la malattia iniziò a colpirla sferrando il suo primo attacco in treno — proprio nel viaggio di ritorno dall’Iowa dove il Diario era appena stato concluso, notano gli autori dell’articolo — Flannery si mostrò pronta a interpretarla come un luogo “più istruttivo di un lungo viaggio in Europa”. E in seguito considerò l’isolamento forzato una sorta di privilegio — «sono contenta di essere una scrittrice eremita» — luogo di quell’“esperienza del limite” che considerava tappa irrinunciabile di ogni autentico cammino di crescita interiore.

di Silvia Guidi

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21 marzo 2019

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