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Un viaggio
che continua ancora

· ​Missionario salesiano da quarant’anni fra le popolazioni indigene del Paraguay ·

La sua lunghissima esperienza di missionario salesiano a fianco del popolo Ayoreo in Paraguay è iniziata con una caduta nel fiume, un boa morto e uno sciamano. E tante risate degli indigeni. Da allora la sua vita è cambiata per sempre. Antropologo e ingegnere, don Giuseppe «José» Zanardini (“paì José” come lo chiamano tutti) è imbiancato accanto agli Ayoreo ma il suo sguardo verde è ancora limpido e vivo, e la sua carica umana appassionata. «Quarant’anni fa — racconta — sono salito su un battello. Dopo tre giorni di viaggio mi ha portato sul fiume Paraguay per incontrare il popolo Ayoreo. Siamo scesi con una barca a remi e sulla sponda del fiume c’erano un centinaio di indigeni furiosi che mi aspettavano». Erano tra i cosiddetti popoli “incontattati”, non ancora venuti a contatto con la modernità.

Oggi in Amazzonia vivono circa un milione di indigeni di quattrocento tribù. Ci sono ancora duecento-trecento piccoli gruppi che scelgono volontariamente l’isolamento e vivono secondo la loro cultura e tradizioni nel folto della selva. «Non sapevo niente di loro, nemmeno la lingua», prosegue il missionario italiano (è nativo di Brescia). «Venivo da Londra, ero molto sicuro di me perché avevo fatto studi di antropologia. Scendendo dalla barca sono caduto nel fiume. È scoppiata una grande risata generale. C’erano serpenti, piranha. Mi hanno tirato su come un pesciolino. Quello per me è stato il primo battesimo con i popoli della selva». Zanardini ricorda questi momenti con emozione, anche se li avrà raccontati chissà quante volte: «Mi hanno portato in una capanna fatta di palme con un letto di legno, una coperta e una zanzariera. Quella notte non ho dormito. La mattina ho sentito gente che si muoveva. Ho spiato dalle fessure e visto indigeni che parlottavano. Quando ho aperto la porta è caduto davanti a me un enorme serpente boa. Sarà stato di almeno tre metri. Era la prima volta che lo vedevo e mi sono spaventato. E lì è scattata la seconda risata generale. Per fortuna il serpente era morto». Poco dopo si avvicinò lo sciamano della comunità: «Se vuoi restare con noi devi imparare molte cose», gli disse. «Queste parole mi sono state più utili di tanti studi», osserva il padre salesiano, diventato poi docente e preside del centro di studi antropologici dell’Università cattolica di Asunción.

Quando arriva in Paraguay nel 1978 si rende subito conto della difficile situazione dei venti popoli indigeni della seconda nazione più povera dell’America latina. Circa 120.000 persone emarginate e considerate culturalmente inferiori. «Parlano come animali, non si capisce niente», gli dicevano i paraguaiani. Don José scopre invece un mondo diverso e affascinante e vive a lungo in una comunità Ayoreo nel Chaco, dedicandosi alla costruzione di villaggi popolari. Nel 1988, sotto il regime di Alfredo Stroessner, viene però costretto a lasciare il paese. Un cappellano dell’esercito aveva ascoltato una conversazione in cui Stroessner diceva: «Che ne facciamo di questo prete Zanardini?». Una chiara minaccia, a rischio della vita. In quel periodo il missionario aveva uno spazio sulla radio «Primero de Marzo», dove parlava degli insegnamenti sociali della Chiesa, delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, di sindacati e organizzazioni contadine. La sua presenza dava fastidio. Fu costretto a restare nascosto in casa quindici giorni (nessuno sapeva che era lì) e poi fatto partire tramite l’ambasciata italiana. La dittatura cadde il 3 febbraio 1989 e così paì José potè rientrare in Paraguay per dedicare tutta la vita alla sua gente.

«Sono molto felice di continuare a occuparmi della promozione della lingua e della cultura indigena. È molto importante formare insegnanti indigeni e favorire processi interculturali in cui ci si confronta ma non si perde la propria identità. Una volta — spiega — si diceva che erano “popoli senza Dio, senza legge e senza re”. Invece hanno una saggezza bella e importante e sono più spirituali di noi, anche di noi religiosi. La spiritualità indigena ha grandi valori, una mitologia simile alla nostra. Ho imparato che Dio parla sempre in ogni cultura, in ogni luogo e in ogni tempo attraverso le mitologie, e dissemina ovunque i semi del Verbo».

di Patrizia Caiffa

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16 luglio 2019

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