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Un vescovo alla città

· Nell’opera di Carlo Maria Martini ·

Chiunque sieda sulla cattedra di Ambrogio e di Carlo appare, per così dire, costitutivamente detentore di una rilevanza civica che in altre sedi riposa casomai sulla sensibilità personale del singolo pastore. Carlo Maria Martini, che amava dire che quando un vescovo arriva a Milano, è la Chiesa che lo cambia e non viceversa, era ben consapevole delle «gravi responsabilità pubbliche e civili connesse col suo ministero di successore di sant’Ambrogio» (6 dicembre 1983).

Floriano Bodini, «Padre nostro»  (manifesto della Missione di Milano del 1957)

Eppure, quando vi giunse da arcivescovo (10 febbraio 1980), il già padre Martini non aveva alle spalle, né per esperienza personale né per formazione, una preparazione civico-politica. Egli confesserà di avere appena annusato l’atmosfera intrisa di politica del Sessantotto, riportandone tre stimoli: la povertà (della Chiesa); la sensazione un po’ fastidiosa della pervasività della politica; la necessità di una coerenza col Vangelo. Aveva, diremmo, percepito l’attenzione politica in rapporto al contesto dell’atmosfera del post-concilio (21 novembre 1998). La nuova condizione gli fece però capire subito che l’attenzione alla città non doveva essere parte né scarsa né separabile dal suo impegno di costruttore della Chiesa, ma ambito in cui si esprimeva — a volte perfino drammaticamente — nella storia quel Dei verbum su cui egli era più aduso a riflettere scientificamente nel senso di Parola divina scritta. Sicché possiamo dire che la sua estrazione spirituale-culturale, di religioso e di esperto della Parola di Dio, indirizzarono il “giovane vescovo” (e “non vescovo giovane”, come celiava) verso un iniziale approccio etico alle condizioni della città, lungo un processo del quale la situazione storica gli suggerì via via le linee di maggior pendenza lungo cui discendesse. Rispondendo a tutte le situazioni, anche a quelle più scabrose (fedele al suo motto dell’adversa diligere), che altri più comodamente risolvevano attestandosi o per timidità o per insicurezza nell’astratta fissità del principio e nella posizione dell’autorità acriticamente accolta.

C’è in lui però da subito un’avvertenza di organicità pastorale, che fa rientrare anche il discorrere sulla città in un disegno, che si andrà precisando a seconda della maturazione della sua preparazione e dell’evoluzione della situazione storica, ma che ha ben chiaro fin dall’inizio alcuni capisaldi del percorso. Il primato cronologico e assiologico resta sempre quello della contemplazione, a costo di mortificare talvolta gli aspetti più propriamente socio-politologici, i quali però se ne connettono sempre con originale felicità. Parlando agli alunni delle Scuole di formazione sociopolitica, da lui fondate dopo il convegno di Assago del 1986 Farsi prossimo, dirà nel 1989: «Il nostro cammino diocesano, partendo dalla dimensione contemplativa della vita, è giunto a queste indicazioni e attuazioni, senza dimenticare mai l’origine contemplativa del cammino» (4 marzo). La consapevolezza di un piano e delle sue priorità ritorna più volte e si precisa lungo la scansione: dimensione contemplativa; primato della Parola; centralità dell’eucaristia; tensione missionaria; farsi prossimo, anche nella vita sociale e politica (15 giugno 1991). La politica compare sempre alla fine, come si vede, ma non di risulta, bensì per via di una giustificazione pastorale. […]

Se volessimo riassumere un ideale percorso che Martini offre alla politica, dovremmo rilevare innanzitutto il primato della contemplazione, che sembra ai più eccentrico rispetto alla città, ma che egli non si periterà di proclamare davanti alle stesse autorità civili (18 gennaio 1992). E reiteratamente alle sue “scuole”, dichiarando esplicitamente la sua convinzione che la contemplazione abbia un diretto rapporto con la politica e che essa stia alle origini del cammino (4 marzo 1989). Pare ancora un criterio non specificamente politico, ma mediante il ricorso ad essa con quello che di spirituale comporta, Martini può eludere la pretesa cristiana di una cosiddetta “terza via” perché la contemplazione riporta anche l’aspetto sociale alle radici dell’esistenza (14 marzo 1992); ed è la via della visione del senso antropologico ultimo delle scelte.

Dalla contemplazione della originarietà della relazione (in Dio e tra Dio e uomo) nasce la missione relazionale verso l’uomo che si esplica finalmente nella politica. Della contemplazione (comprensiva dei mezzi più tipicamente spirituali e gratuiti, come i sacramenti, in particolare eucaristia e penitenza) essa assume i mezzi deboli dello spirito, a partire dall’atteggiamento di servizio contro ogni interesse privato, proseguendo con la formazione (scuole e formazione permanente all’impegno socio-politico), con l’analisi storico-critica della città, con l’elaborazione di un progetto, con la metodologia del passaggio da principi a prassi, con la buona comunicazione. Proprio in forza di questo percorso, anche quando assumerà un linguaggio sempre più attento alla cosiddetta politologia, Martini non scade nel tecnicismo operativo, conservando sempre i collegamenti con la trascendenza. Per questo non apprezzerà la visione funzionalistica della politica, vedendone i pericolosi effetti destrutturanti, cioè la rottura della sintesi riferita a una visione antropologica organica. E alla contemplazione della costitutiva distanza tra mondo e Regno appartiene infine il senso di limite e di inappagamento della politica e l’attesa completiva e risolutiva della misericordia e della speranza, contro ogni accidia che rinchiude nel riflusso privatistico e nel qualunquismo.

Certo, Martini si riconosce più propriamente nel titolo di “servitore della parola di Dio”, che egli accettò di buon grado proprio nel ricevere il premio Lazzati nel 2002. Ma — come abbiamo visto — quella fedeltà alla Parola non è stata estranea al suo parlare alla città e sulla città, perché quella Parola sa graduare la sua manifestazione nei ritmi della economia divina di salvezza; ed è proprio a una magnanima gradualità che l’attività laicale più alta, la politica, si affida per fare avanzare in modo partecipato la costruzione del Regno di Dio «trattando le realtà temporali e ordinandole secondo Dio» (Lumen gentium, 31). Fu così che, grazie a questo uomo di Dio, a Milano la Chiesa, nel momento stesso in cui la secolarizzazione celebrava un’inedita emancipazione del costume dal riferimento etico-religioso, con i connessi fenomeni dell’individualismo, della corruzione, del populismo e del particolarismo, conservò alla città di Milano un’autorevolezza etica, nazionale e non solo.

di Luigi F. Pizzolato

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14 dicembre 2019

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