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Un vero mutamento antropologico

· Camille Froidevaux-Metterie parla degli effetti del femminismo nella società contemporanea: le donne sono diventate "uomini come gli altri" e gli uomini stanno diventando "donne come le altre" ·

Il femminismo ha provocato un terremoto che ha modificato l’organizzazione stessa del nostro mondo. Ce lo può spiegare?

Non si valutano mai troppo bene gli effetti che le rivendicazioni femministe hanno avuto sulla nostra vita comune. Se l’uguaglianza tra le donne e gli uomini è al tempo stesso il punto di conflitto centrale e il successo decisivo del femminismo, quest’ultimo è andato ben oltre nei suoi effetti, modificando in modo duraturo le condizioni del vivere insieme. Il punto cruciale è la messa in discussione da parte delle femministe della seconda ondata (all’inizio degli anni Settanta) della divisione tradizionale tra una sfera privata femminile e una sfera pubblica maschile. Rifiutando la gerarchia dei ruoli le femministe hanno fatto sparire il muro che separava le due sfere e hanno inaugurato una nuova organizzazione con tre poli: quello pubblico-politico (potere e Stato), quello privato-sociale (mondo del lavoro e società civile) e quello intimo-affettivo (vita sentimentale e familiare).

«Sibilla», particolare della pala di San Benito Real (Valladolid)

Ciò che è assolutamente nuovo è che le donne e gli uomini possiedono la stessa legittimità e nutrono le stesse aspirazioni in ognuno di questi tre poli. Non dico che questo sia sempre evidente e facile, ma resta il fatto che, sul piano dei principi, le une e gli altri sono considerati come aventi gli stessi diritti in questi tre ambiti dell’esistenza. Ciò significa che abbiamo messo fine all’assegnazione alle donne di ruoli privati e subalterni. Rivendicando di essere individui pienamente legittimati nella società, per tutte le funzioni e a tutti i livelli, le donne sono diventate “uomini come gli altri”.

Ma, e questo è un punto meno facile da cogliere, abbiamo anche messo fine all’esclusione degli uomini dalla sfera della vita intima e familiare. Questi ultimi chiedono sempre più di parteciparvi, aspirando anche loro a un equilibrio migliore tra la vita privata e quella professionale. Per esprimerlo in modo un po’ provocatorio, direi che gli uomini stanno diventando “donne come le altre”.

Ecco perché penso che stiamo vivendo un vero mutamento antropologico. La condizione femminile è posta sotto il segno della dualità: le donne sono individui di diritto, liberi e uguali, ma restano anche soggetti incarnati e sessuati. Ebbene, si dà il caso che questa duplice condizione, astratta e concreta, stia diventando il modello di ogni condizione. Anche gli uomini si caratterizzano per la dualità esistenziale e sono le donne a mostrare loro il cammino, perché sono state loro a sperimentare per prime come articolare nella propria vita la dimensione privata e quella sociale. È ciò che io chiamo convergenza dei generi, ossia l’avvento di una condizione umana generica di cui le donne costituiscono il modello.

Nelle nostre società occidentali, questa convergenza dei generi è già in atto, con i suoi aspetti positivi e negativi. In che modo questa rivoluzione antropologica del rapporto uomo-donna può portare a relazioni migliori?

La convergenza dei generi non deve essere considerata un livellamento o una disintegrazione delle condizioni femminile e maschile. Al contrario. Essa indica un arricchimento reciproco, per accumulazione, dei ruoli sociali e delle aspirazioni private. Le donne per lungo tempo sono state solo “private”, ridotte alle loro attività domestiche; oggi sono pienamente legittimate nella sfera sociale. Si tratta indubbiamente di un progresso molto positivo, soprattutto perché è la garanzia dell’indipendenza materiale delle donne. Da parte loro, gli uomini oggi s’impegnano nella sfera intima, dopo essere stati solo “pubblici”, possono aspirare alle gratificazioni della vita familiare. Anche di questo bisogna rallegrarsi. Da una parte perché le donne non sostengono più da sole il peso degli impegni privati, dall’altra perché questo cambiamento indica che la realizzazione personale per gli uomini non avviene più solo nel campo professionale, ma che ora possono legittimamente aspirare a un’esistenza privata armoniosa e gratificante.

Si può dunque immaginare un mondo futuro dove i due sessi assumano in modo equo e sereno gli oneri e le gratificazioni della vita privata e anche di quella sociale. Ma bisogna aggiungere subito che questo processo deve essere posto sotto il segno della libertà. In altre parole, non c’è a mio parere un modello ideale di esistenza: alcuni individui scelgono di dedicarsi maggiormente alla vita familiare, altri privilegiano la vita professionale. Che siano uomini o donne poco importa, l’importante è riconoscere loro la libertà di scelta. Una donna che smette di lavorare per dedicarsi ai figli non è più criticabile di un’altra che ritorna al lavoro due settimane dopo aver partorito o di un’altra ancora che fa la scelta di non avere figli. In altre parole, non c’è un modo giusto o sbagliato di essere donne. È proprio questa l’incredibile chance che noi, donne occidentali, abbiamo: quella di scegliere il nostro destino.

Oggi molte donne soffocano la loro natura femminile. Come e perché?

Qualsiasi donna occidentale deve oggi far fronte a una vita privata a volte sinonimo di maternità e a una vita sociale molto impegnativa. Per alcune donne tutto ciò comporta sacrifici nell’ambito della loro vita intima, coniugale e familiare. Di fatto non è sempre facile mediare tra le aspirazioni private e quelle professionali.

E soprattutto perché l’età in cui un individuo è in grado di realizzarsi professionalmente è esattamente la stessa in cui dovrebbe realizzarsi dal punto di vista personale. È tra i trenta e i quarant’anni che si va a vivere in coppia e si fanno figli, progetti che talvolta si scontrano con le esigenze del mondo del lavoro. Ciò crea situazioni a volte molto dolorose, donne che attendono troppo a lungo il “momento buono” per diventare madri e che non lo diventano mai.

I progressi dell’assistenza medica alla procreazione hanno a che fare con questo malessere che circonda oggi la maternità. Poiché le donne hanno meno figli, poiché scelgono generalmente il momento della loro gravidanza, poiché si vedono offrire tecnologie sempre più sofisticate, arrivano a pensare che desiderare un figlio voglia necessariamente dire averlo. Ebbene le cose non sono così semplici: spesso troppo tardi scoprono che è... troppo tardi! Da parte mia sono favorevole alla procreazione medicalmente assistita (escludendo la questione delle madri surrogate che pone reali problemi etici), ma osservo, rammaricandomene, che alimenta l’illusione di un’onnipotenza procreatrice.

Che ne è oggi della dimensione incarnata dell’esistenza femminile?

Nella sua versione radicale, il pensiero femminista ha prodotto effetti sul modo in cui oggi concepiamo la condizione femminile, per dirla in breve, l’ha disincarnata. Gli studi sul genere, il femminismo materialista ereditato dalla seconda ondata e la tradizione dell’ugualitarismo repubblicano hanno in comune il fatto di privilegiare una definizione astratta che fa delle donne puri individui di diritto. La condizione femminile contemporanea è definita in termini di uguaglianza e di libertà, in una prospettiva che riduce il corpo femminile a nient’altro che il luogo per eccellenza della dominazione maschile. Ecco perché le tematiche associate alla corporeità femminile sono troppo spesso considerate vestigia della sottomissione delle donne all’ordine patriarcale.

Non nego la fecondità sociologica della nozione di genere. Gli studi sul genere ci permettono di mettere in luce i meccanismi attraverso i quali le disuguaglianze tra donne e uomini si perpetuano. Ma hanno anche implicazioni teoriche che non condivido. Il rifiuto di riflettere in termini di femminile e di maschile e il rigetto della dimensione necessariamente incarnata e sessuata dell’esistenza hanno prodotto un curioso escamotage: il soggetto del femminismo ha perso ogni consistenza, persino ogni realtà. Il pensiero femminista contemporaneo ha in qualche modo fatto sparire il soggetto femminile.

Pablo Picasso«uomo e donna» (1971)

Da parte mia, propongo di reintrodurre la corporeità femminile e dunque anche il soggetto femminile nella riflessione femminista, perché mi sembra importante tener conto di quell’altro aspetto dell’emancipazione costituito per le donne dal presentarsi al mondo e agli altri in un corpo di sesso femminile.

In cosa consiste la singolarità dell’“esperienza del femminile”?

Mi piace definire l’esperienza del femminile come esperienza dell’incarnazione nel rapporto. Poiché le donne non possono vivere prescindendo dalla loro corporeità, e poiché sono dotate di una capacità materna, hanno un rapporto con il mondo che io definisco relazionale. La cosa ha chiaramente a che fare con la maternità, che è solo una potenzialità ma che produce effetti psichici, si concretizzi o meno.

Il semplice fatto di proiettarsi mentalmente nella maternità, una proiezione che nessuna donna può evitare, che voglia o meno dei figli, questo semplice fatto implica una riflessione sulla dimensione relazionale dell’esistenza femminile. Ogni donna sa di disporre di questa capacità di avere e soprattutto di allevare figli, ossia di entrare con loro in un processo di umanizzazione e di socializzazione. Ecco perché sostengo che le donne non sono mai in grado di concepire la possibilità di un’esistenza puramente individuale, ossia di un’esistenza che si dà un senso da sola, che non ha bisogno di nessun’altra esistenza per affermarsi e svilupparsi. In breve, le donne sono individui anti-individualisti. Per dirla in parole semplici, le donne non possono far finta che gli altri non esistano, mentre gli uomini ci riescono molto bene.

Non dico che tutti gli uomini siano egoisti patentati e neanche che tutte le donne siano pure altruiste. Penso semplicemente che non si può far finta che le donne non siano state, per secoli, relegate nella sfera domestica. Questa storia ha ripercussioni su quel che significa essere donna oggi, ossia un individuo allo stesso tempo privato e sociale, segnato dalla responsabilità secolare del parto, della cura dei più anziani e dei più vulnerabili.

Che differenza fa lei tra “femminile” e “femminilità”?

Bisogna distinguere tra ciò che dipende dall’ordine delle rappresentazioni e ciò che dipende dall’ordine dell’esperienza vissuta della corporeità. Quando si ragiona in termini di femminilità e di virilità, si è in una prospettiva essenzialistica di proiezione di un ideale sulla realtà. Disponibilità sessuale, dedizione materna e dipendenza materiale da un lato, vigore carnale, autonomia conquistatrice e sovranità sociale dall’altro. Queste rappresentazioni appartengono a un altro tempo, il tempo in cui il sesso biologico degli individui assegnava loro funzioni e ruoli precisi.

Io rifiuto questo registro della femminilità e della virilità e propongo d’individuare tutto ciò che il femminile e il maschile conservano di singolare in quanto modalità della costruzione identitaria con la quale dobbiamo tutti confrontarci. In un mondo in cui i ruoli e le funzioni non sono più assegnati all’uno o all’altro sesso, credo che dobbiamo più che mai riflettere sul significato che rivestono l’incarnazione e la sessuazione della nostra esistenza. Di fatto, chi può pretendere di vivere come “antropo”, ossia come soggetto puro, fuori da ogni incarnazione? Nelle nostre società desessualizzate, è al contrario la piena padronanza della propria singolarità sessuata a essere il marchio stesso della soggettività.

di Catherine Aubin

                                       Camille Froidevaux-Metterie

Camille Froidevaux-Metterie è docente di scienze politiche all’università di Reims Champagne-Ardenne e a Sciences Po. Dopo aver lavorato a lungo sui rapporti tra politica e religione, diventa membro dell’Institut universitaire de France sulla base di un progetto di ricerca dedicato ai mutamenti della condizione femminile nel periodo contemporaneo. Basandosi su un’analisi delle ricomposizioni della divisione pubblico/privato, riflette sul senso della corporeità femminile in una prospettiva fenomenologica. Per dimostrare i suoi postulati, ha condotto un sondaggio tra le donne politiche francesi i cui risultati sono stati presentati sotto forma di film documentario (www.danslajungle.com). Ha diretto, con Marc Chevrier, l’opera Des femmes et des hommes singuliers. Perspectives croisées sur le devenir sexué des individus en démocracie (Armand Colin, 2014). Le sue riflessioni sulla nascita di un soggetto femminile totalmente inedito hanno dato vita al libro La révolution du féminin (Gallimard, 2015).

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