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Per un vero dialogo

· Il viaggio del Papa in Terra Santa ·

«Il mio cuore — scriveva il poeta e mistico arabo Ibn Arabi (1165-1240) — è divenuto capace di accogliere ogni forma: è un pascolo per le gazzelle, un convento per i monaci cristiani, è un tempio per gli idoli, è la Ka’ba del pellegrino, è le tavole della Torah, è il libro del sacro Corano. Io seguo la religione dell’amore, quale mai sia la strada che prende la sua carovana: questo è mio credo e mia fede».

La mappa di Gerusalemme nel mosaico di Madaba (VI secolo)

Il sultano marocchino Moulay Ismael (1645-1727) esagerò, sicuramente, quando chiese ai governatori del suo regno di tagliare la testa a chiunque offendesse o maltrattasse un francescano. Ben custodito nella biblioteca della cattedrale di Tangeri, il manoscritto che riporta quell’ordine impartito ai rappresentanti del re dimostra che l’islam, quello vero, non è solo dialogante ma che, alcune volte, riesce anche a sviluppare dei meccanismi per fermare i fanatici. Non sempre condivisibili, come in questo caso; ma ci riesce.

Mi sono ricordato di questo curioso episodio storico, mentre leggevo sul sito arabo Elaph le dichiarazioni di Hassan Bin Talal, zio del re Abdallah ii di Giordania, sulla situazione della minoranza cristiana: «Il cristianesimo in Medio oriente è una delle basi dell’identità arabo-islamica». Non avrebbe potuto esprimersi con più chiarezza. Nessun musulmano può capire la storia della propria religione senza approfondire la conoscenza del cristianesimo. L’islam ha bisogno di dichiarazioni del genere.

La rappresentazione che se ne può trarre, attraverso l’immagine diffusa dai media, spesso non va oltre i discorsi fanatici, che esistono, e con forza, nella realtà arabo-musulmana; ma sono veramente espressione di una minoranza. Gridano molto, alzano troppo la voce, ma sono pochi. Alzano così tanto la voce per incutere timore e per non ascoltare le ragioni di chi cerca di spiegare che Maometto non ha mai incitato all’odio, come invece loro fanno quotidianamente. Non solo: il messaggio islamico acquista il suo senso più profondo solo quando si ragiona in termini di tolleranza e di rispetto per gli altri.

In questo senso le dichiarazioni di Bin Talal rappresentano un grido d’allarme che tutti i musulmani devono ascoltare e comprendere. Chi crede nel dialogo e nella convivenza tra gli esseri umani deve insistere sulla situazione attuale delle minoranze cristiane. La loro vita oggi, in Medio oriente, è molto difficile, per non dire addirittura insopportabile. Molti di loro stanno lasciando le loro patrie in cerca di orizzonti migliori e più sicuri. E i primi che devono scandalizzarsi per questo sono proprio i musulmani. Il discorso di Bin Talal ha indicato la strada giusta da seguire: il musulmano è fedele alla sua religione solo quando difende il diritto dei suoi compatrioti cristiani a vivere la loro fede in pace e con serenità. Solamente così possiamo dar prova della nostra capacità di dialogo e, soprattutto, possiamo dimostrare la nostra volontà di rispettare gli altri, tutti gli altri.

Papa Francesco, conversando con un gruppo di giovani belgi, ha avuto il coraggio di accennare alle crociate dicendo che non bisogna usare la «fede come una bandiera». Tocca a noi musulmani rispondere a questo messaggio di pace facendo anche noi autocritica e aprendo le porte a un dialogo che parta dalla preoccupazione per la condizione ingiusta imposta ai cristiani nelle nostre patrie.

Zouhir Louassini

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25 marzo 2019

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