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Un uomo solido

· Albert Schweitzer e l’etica dell’Ottocento ·

«Schweitzer, un uomo solido e alto, dalla corporatura di contadino, un anno più giovane di Ernst, pienamente padrone della sua forza fisica, non sembrava uno studioso e neppure un musicista o un teologo, qualifiche tutte che gli spettavano a pieno diritto. Sembrava appunto Schweitzer, e, come nemmeno la sua vita e la sua opera erano consuete, così anche il suo aspetto». Così descrive Toni Cassirer il famoso teologo, musicologo e medico che aveva infilato nella cassetta delle lettere della pensione in cui Toni si trovava a Londra con il marito Ernst «un semplice biglietto bianco; vi erano scritte soltanto poche parole: “Vorrei solo stringerle la mano. Albert Schweitzer”».

Così due grandi figure del secolo scorso poterono incontrarsi personalmente.

Il breve saggio di Cassirer, Albert Schweitzer as Critic of Nineteenth Century Ethics, uno degli ultimi da lui composto, viene tradotto per la prima volta in italiano e prefato da Ernesto Colombo presentandolo con il titolo Albert Schweitzer e l’etica del xix secolo (Brescia, Morcelliana, 2015 pagine 77, euro 10).

La “crisi della civiltà” è stata pensata e valutata da tanti personaggi in diversi tempi cronologici, Albert Schweitzer però fu tra i primi a coglierne il disagio e il conseguente mutamento. Le radici affondavano nel terreno dell’Illuminismo ma si sarebbero propagate fino alla prima guerra mondiale che, allora ne sarebbe conseguita come esito. Cogliere i tratti emergenti e qualificativi della personalità versatile di Schweitzer è compito arduo, ma Cassirer ha raggiunto l’obiettivo sia dal punto di vista biografico, sia da quello strettamente intellettuale.

Il profilo allora si staglia come quello di uno spirito vigile che scruta l’orizzonte e ritiene suo specifico compito indirizzare il pensiero alla filosofia e alla scoperta del suo ruolo, non astratto ma contingente, cioè inserito in quel hic et nunc che caratterizza uno specifico arco di tempo.

Quale il focus da cui prendere le mosse? L’etica e la ragione, i loro concetti e le loro articolazioni. Focus che, a ben vedere, è anche la leva che scalzerà Schweitzer dalla sua professione di filosofo, teologo e musicista e lo condurrà a diventare non solo medico ma medico dei più poveri, dei più abbandonati. «L’opera filosofica di Schweitzer non è mai stata ostacolata da queste attività pratiche. Al contrario, ne è stata rafforzata ed è stata resa più profonda», afferma Cassirer. Nel linguaggio odierno lo diremmo una personalità che abbandonò il suo centro di vita e di esperienza per volgersi alla periferia. Leva che si denomina “ragione pratica” nella sua accezione che ne coglie la portata etica, sociale e antropologica.

Schweitzer non possedeva e non esibiva un linguaggio da iniziati o un linguaggio filosofico tecnico: «La sua opera non è gravata da una terminologia complicata e oscura e non contiene alcun modo di ragionare sottile e sofisticato. Il pensiero di Albert Schweitzer è schietto e ingegnoso. Evita ogni scolasticismo».

La sintomatologia dei mali intimi della società moderna indica che «viviamo nel segno del declino della civiltà (...) ci agitiamo in una potente cataratta, in una corrente, tra pericolosi vortici. Soltanto con sforzi enormi ricondurremo il vascello del nostro destino, dal pericoloso abbraccio al corso principale in cui ci agitiamo, se c’è in generale ancora speranza». Cassirer sottolinea come in queste profetiche parole, scritte prima dello scoppio della guerra, Schweitzer esprimesse tutta la sua indole di medico più che di filosofo per la chiarezza e ineludibilità della diagnosi, in cui emergeva la pericolosità del “pensiero collettivo”.

di Cristiana Dobner

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21 marzo 2019

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