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Un uomo che non si è girato dall’altra parte

· Ricordo di Giuseppe Dolfini, fondatore di Casa Betania a Roma ·

Ricordo ancora quando Giuseppe Dolfini mi raccontò per la prima volta com’era cominciata la storia che lo avrebbe portato, insieme con la moglie, Silvia Terranera, ad aprire a Roma Casa Betania, una struttura da 26 anni punto di riferimento per tante donne sole con figli, per bambini abbandonati o in difficoltà, e per tante famiglie aperte a esperienze di affido e di adozione. Una storia che mi è tornata in mente appena mi è arrivata la dolorosa notizia della sua morte, il 30 aprile scorso. Aveva compiuto 90 anni da qualche mese, un traguardo che, nonostante i malanni da cui era da tempo afflitto, aveva voluto festeggiare insieme con gli amici di Casa Betania.

La storia che mi raccontò Giuseppe risaliva al 1975, quando lui e Silvia, sposi novelli, si erano da poco trasferiti da Roma a Milano. La vita coniugale procedeva con la solita routine, ma una notte accadde un fatto destinato a sconvolgere i loro progetti. «In una delle palazzine del condominio in cui abitavamo — raccontò Giuseppe — scoppiò una lite furiosa tra una coppia. Nessuno, ovviamente, intervenne. Neppure noi, ma la notte dormimmo male perché non avevamo fatto nulla. Il giorno seguente decidemmo di andare da quella famiglia per cercare di capire. Bussammo alla porta e l’uomo che aprì ci disse che la moglie se n’era andata lasciandolo solo con i figli di due e cinque anni. Era disperato: non sapeva come fare con loro. La mattina si alzava presto, alle 5, per rifornire i negozi dell’hinterland con il suo furgone. La risposta venne spontanea: diedi la disponibilità ad andare a casa sua il mattino per preparare i bimbi, far fare loro colazione e portarli all’asilo. Lui avrebbe poi provveduto a riprenderli». La cosa andò avanti per un anno e mezzo circa, con il progressivo coinvolgimento di altre famiglie resesi disponibili.

Casa Betania sarebbe nata quasi vent’anni più tardi, con Giuseppe (andato in pensione) e Silvia già genitori di quattro figli. Del resto i modi attraverso i quali il Signore chiama e i percorsi che indica per rispondere sono i più disparati e non sempre subito chiari. Ma quella storia mi raccontò molto dell’uomo, facendomi capire cosa ci fosse davvero dietro quell’esperienza: la capacità di cogliere dei segni, di non voltarsi mai dall’altra parte, la necessità di dare risposte concrete alle situazioni di emergenza che si presentano lungo il cammino, anche a costo di sacrifici, fiduciosi nella Provvidenza.

Ovviamente nulla accade per caso. La famiglia di Giuseppe e Silvia, milanese lui e romana lei, si è formata nel solco di una profonda fede vissuta nel quotidiano e dal convergere di due sensibilità, una legata al volontariato sociale, l’altra al respiro missionario. Non stupisce, quindi, che dal loro amore coniugale, dopo molte iniziative nel campo della pastorale familiare, nel sostegno a nuclei in difficoltà a Milano e poi a Roma, sia scaturita un’esperienza di apertura. Apertura prima della loro abitazione a bimbi in affidamento familiare e successivamente di una casa famiglia, esperienza condivisa negli anni da tante altre famiglie e da un crescente numero di volontari; persone che a Casa Betania hanno trovato una comunità nella quale vivere la dimensione dell’accoglienza e della solidarietà. Esperienza di cui i coniugi furono chiamati a parlare alla Chiesa italiana durante il convegno di Palermo nel 1995 e che il presidente Mattarella lo scorso anno ha voluto presentare al Paese conferendo loro un’alta onorificenza della Repubblica. Anche se il riconoscimento più grande è in un piccolo spazio della casa, un’improvvisata cappellina, dove è custodito il Santissimo Sacramento — un “privilegio” non a tutti concesso — dal quale hanno tratto conforto e forza.

Da qualche anno Giuseppe e Silvia non si occupavano più direttamente di Casa Betania e delle altre strutture nate negli anni (come le tre “piccole case” che accolgono bambini con gravi disabilità in stato di abbandono) e legate a questo primo nucleo. Si erano fatti da parte, per fare spazio a un’altra famiglia, più giovane. Ma non erano andati via, erano rimasti ad abitare in un appartamentino all’interno della casa. Tutti sapevano che erano lì, come un faro. Un punto di riferimento. I nonni ai quali rivolgersi per un consiglio, dopo essere stati per anni i genitori accoglienti di centinaia di bambini e mamme in difficoltà.

Appena un paio di mesi fa avevano però deciso di andare via per trasferirsi al Santuario mariano del Divino Amore, contribuendo ad avviare un nuovo servizio della diocesi: una casa per sacerdoti che attraversano un momento di stanchezza o di difficoltà. Per Giuseppe questa esperienza è durata poco. Se n’è andato in punta di piedi, con la stessa serenità con cui aveva accettato e sopportato la malattia.

A Casa Betania, ma soprattutto nei cuori di quanti lo hanno conosciuto apprezzandone l’umanità e la disponibilità, lascia un vuoto incolmabile. Sarebbe lungo elencarne le virtù: era un uomo accogliente, sempre attento all’altro, capace di infondere tranquillità con la sua calma saggezza anche nei momenti più delicati; un uomo di poche parole, da amante della montagna qual era, ma dal cuore grande, che ha vissuto il Vangelo delle beatitudini, come hanno ricordato alcuni amici radunatisi martedì sera in preghiera attorno a Silvia e ai figli Matilde, Marta, Carlo, Ester e agli altri familiari. E come sottolineato anche giovedì mattina nella parrocchia di Gesù Divino Maestro, gremita per l’ultimo saluto.

Ma l’eredità lasciata da Giuseppe è grande, quanto il bene che ha fatto. Perché il seme caduto sul terreno buono ha portato, e continua a portare, molto frutto.

di Gaetano Vallini

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22 settembre 2019

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