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Un uomo che fa crescere

· Il ​padre putativo di Gesù ·

Yosef, che in ebraico significa [Dio] accresca, è il figlio partorito da Rachele, prima afflitta da sterilità: «“Dio ha tolto il mio disonore”. E lo chiamò Giuseppe dicendo: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!”» (Genesi 30, 24). È il figlio più amato da Giacobbe, il sognatore che suscita l’invidia dei fratelli. Il vangelo secondo Matteo pone una sottile relazione fra lui e il Giuseppe evangelico, già a partire dalla genealogia di Gesù: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (Matteo 1, 16). 

Jean Guitton  «Joseph» (1971)

Diversa la genealogia presente in Luca (3, 23), in cui il padre di Giuseppe non ha nome Giacobbe, ma Eli. Yosef allude dunque a un’espansione, a una crescita. Come il primo Giuseppe, salvando il padre e i fratelli dalla carestia, diviene lo strumento attraverso cui Dio fa sorgere il suo popolo, ugualmente il secondo, accogliendo e proteggendo il figlio di Maria, diviene lo strumento attraverso cui Dio fa crescere una nuova umanità.
Il vangelo di Matteo si sofferma in modo particolare sul dramma che coinvolge Giuseppe dal momento in cui è chiamato a divenire padre di un bambino non suo. Anche lui riceve sogni. Nel contesto biblico, il sogno ha spesso valore teofanico, diviene specchio in cui il mistero si rivela. «Ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”» (Matteo 1, 20). L’angelo del Signore è l’inviato che annuncia, dà avvertimenti, dirige gli eventi affinché la volontà divina possa entrare nella storia senza essere ostacolata. Giuseppe, il giusto, non oppone resistenza, è in ascolto, modello perfetto di obbedienza: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Matteo 1, 24-25).
Giuseppe è l’uomo del silenzio. Tace, ascolta e agisce. I vangeli non riportano di lui nessuna parola. Il suo parlare consiste nel fare la volontà divina: «Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto» (Matteo 2, 13-14). Attento, presente, mite. Si prende cura, protegge, custodisce, accompagna, mai si tira indietro: «“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele» (Matteo 2, 19-22).
È ancora Matteo a fornire un fondamento canonico alla tradizione che presenta Giuseppe come falegname, per lo più derivata dai vangeli apocrifi: «Non è egli forse il figlio del carpentiere?» (Matteo 13, 55). Il vangelo secondo Luca, oltre a ribadire che Giuseppe era della stirpe di Davide, era il promesso sposo di Maria, aggiunge importanti particolari sul viaggio intrapreso a causa del censimento e sulla sua effettiva presenza al momento della nascita di Gesù: i pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia» (Luca 2, 16).
È necessario però mettere in rilievo un altro elemento della narrazione lucana. Subito dopo il racconto del battesimo nel Giordano, durante il quale la voce dal cielo annuncia che Gesù è il figlio di Dio, il testo prosegue affermando che, ut putabatur, come si credeva, come si riteneva, Gesù è figlio di Giuseppe. Gesù, il figlio di Dio, ha dunque bisogno di un padre socialmente riconosciuto. Quel ut putabatur conferisce a Giuseppe l’attributo di padre putativo, ossia di padre ritenuto, creduto tale. Segue la genealogia che risale da Giuseppe figlio di Eli fino ad Adamo, anche lui, qui chiamato «figlio di Dio». In Luca viene sottolineato un filo di continuità tra Adamo, punto di partenza, e Gesù, suo compimento. Giuseppe dando il nome al bambino fa si che egli diventi Gesù figlio di Giuseppe. Solo il padre può dare il nome al figlio tutelandone i diritti giuridici.
Di Giuseppe si tende a mettere in evidenza l’obbedienza, la pazienza, l’umiltà, il silenzio, se ne esalta l’immagine di lavoratore. Ma l’elemento di novità che veramente lo contraddistingue è di avere accettato il ruolo di padre putativo, di avere accettato di essere ritenuto giuridicamente padre a tutti gli effetti di un bambino non suo. Questo elemento costituisce il salto di qualità che fa di Giuseppe lo strumento attraverso cui prende origine la nuova umanità che inizia con Gesù.
È urgente pertanto, mettere a fuoco il significato di sacra famiglia come possibilità, data alla famiglia umana, di far crescere figli di Dio. Possibilità che per attualizzarsi richiede un nuovo stato di coscienza. La sacra famiglia rompe i vincoli di sangue divenendo veicolo di evoluzione spirituale. Richiede una vergine madre, pura di cuore, fedele all’alleanza, liberata dalla seduzione degli idoli, capace di educare i figli alla libertà dell’amore, di farli crescere fino al punto di poter spiccare il volo, di rispondere al compito loro affidato. Una madre libera da paure e attaccamenti perché radicata in Dio, come la madre di Gesù descritta dall’evengelista Giovanni. Autorevole a Cana, presente sotto la croce. La sacra famiglia, insieme alla vergine madre, richiede un padre putativo.
Giuseppe assumendo le funzioni di padre di un figlio non generato carnalmente, rinuncia a ogni potere che deriva dai vincoli di sangue, ossia al possesso, alla proprietà del figlio. Sa che Gesù è figlio di Dio, che non gli appartiene. Questo è il vero salto di qualità da mettere bene in luce. La figura del padre putativo colpisce nel cuore la struttura della società patriarcale in cui il padre, non solo è unico proprietario di tutti i beni materiali, ma anche delle mogli, dei figli, dei servi, dei figli dei servi. Una donna prima appartiene al padre, poi al marito. La figura del padre putativo rompe questo schema ancestrale, sentito come connaturato e ancora oggi fortemente radicato nella psiche, come dimostrano i fatti di violenza dei nostri tempi.
Questa la vera novità evangelica riguardo alla famiglia a cui occorre guardare per andare avanti. Indietro non si può tornare e proprio nell’annuncio evangelico possiamo scorgere la via d’uscita da una situazione che sembra caotica e priva di prospettive. Il padre putativo porta alla coscienza un livello di paternità nuova, non più strettamente connessa alla generazione carnale. La famiglia umana in cammino verso la liberazione annunciata dal vangelo, ha necessità di sviluppare una maternità e una paternità alla cui base non ci siano più vincoli di sangue e di potere, bensì relazioni d’amore liberate e quindi capaci di liberare. I figli che nascono sono tutti figli di Dio, ma solo la famiglia umana che assuma la genitorialità che proviene dallo Spirito può far crescere figli di Dio. Al contrario li opprime, li soffoca, lasciandoli crescere in quell’humus malato e contagioso a cui allude il dogma del peccato originale, ossia in una realtà di vita distorta, inaridita e infeconda, perché separata dall’origine, lontana dall’ordine divino, dalla misura dell’amore.
Questo ribaltamento a cui richiama il vangelo, non è da intendere come svilimento della genitorialità carnale, al contrario come valorizzazione di una genitorialità dilatata, più aperta, spirituale il cui collante relazionale non è più il sangue, ma l’amore. È la genitorialità che Dio, padre e madre, stabilisce con l’essere umano e che Gesù incarna in pienezza rendendola visibile, facendola conoscere. In effetti la tradizione cristiana, dal momento in cui si è presa cura degli orfani, dei figli abbandonati, ingegnandosi a dare loro un nome, una protezione, un sostegno che li potesse far crescere, ha sviluppato attraverso religiosi e laici, nuove figure genitoriali, basti pensare a tutte le istituzioni che nei secoli sono sorte per l’infanzia. Vanno prese inoltre in considerazione anche forme di paternità e maternità spirituali tese a sviluppare la vita interiore. Le varie forme di adozione, affidamento, possono ugualmente essere lette come forme allargate, più mature e coscienti, di genitorialità.
Ora è urgente mettere bene in luce tali modelli affinché possano rapidamente attecchire all’interno di quella disgregazione in atto che sta minando l’umanità. C’è un salto di qualità da fare, molto impegnativo, ma estremamente liberatorio. Il vangelo lo rivela affinché possa essere incarnato.

di Antonella Lumini

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16 settembre 2019

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