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Un treno
chiamato nostalgia

· Tre racconti yiddish di Shalom Aleichem ·

Tre deliziosi raccontini “ferroviari” dell’ebreo russo Shalom Aleichem, uno dei maggiori scrittori della letteratura yiddish, sono contenuti nel libro Stazione di Baranovitch. Tre racconti ferroviari (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2017, pagine 115, euro 9,50): provengono una raccolta pubblicata nel 1913-14 di venti racconti ambientati sul treno. Questi tre racconti erano stati già pubblicati in italiano da Theoria nel 1994, insieme ad altri quattro, ed ora riappaiono qui nell’attenta cura di Daniela Leoni, docente di letteratura yiddish e chassidica. 

Pippo Rizzo, «Treno notturno in corsa» (1920)

Nato in Russia, Shalom Aleichem, pseudonimo di Shalom Rabinowitz (1859-1916) fu uno dei tre grandi scrittori yiddish dei decenni a cavallo tra Otto e Novecento, con il russo Mendele Moicher Sfurim e con il polacco Yitzak Leib Peretz. Fu grazie a questi tre classici che, a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, lo yiddish, lingua di derivazione complessa, tedesca, russa e slava, giunse a una sorta di riunificazione linguistica, assumendo dignità letteraria, dando vita a una stampa importante prima in Russia e Polonia e poi nell’emigrazione americana, affiancando l’ebraico come lingua nazionale degli ebrei. Sarà il nazismo a distruggere la lingua e la cultura yiddish: il 75 per cento di quelli che lo parlavano sono infatti morti nella Shoah.
Anche il comunismo sovietico, però, concorse alla sparizione di quel mondo. Tra il 1948 e il 1952 Stalin arrestò e fece uccidere la maggior parte degli intellettuali e scrittori yiddish, di cui negli anni della guerra si era servito per creare un legame con il mondo ebraico americano.
All’inizio del secolo, quando Shalom Aleichem scriveva, lo yiddish era nel pieno della sua fioritura letteraria. Le masse di emigranti lo parlavano e lo portavano con sé nel Nuovo Mondo, mentre in Russia e Polonia dava vita a giornali e a una vasta produzione teatrale e poetica. Come Mendele Moicher Sfurim, che era passato dall’uso dell’ebraico a quello dello yiddish, Shalom Aleichem iniziò come scrittore in ebraico per passare nel 1883 definitivamente all’yiddish. La produzione letteraria di questi decenni è in realtà, in Russia e in Polonia, tutta bilingue, e gli scrittori passano con facilità dall’una all’altra lingua.
Affermatosi come scrittore famoso nel mondo degli ebrei russi, Shalom Aleichem vive tra Odessa e Kiev per passare negli Stati Uniti nel 1906, sull’onda dei pogroms sanguinosi di quegli anni e del fallimento della rivoluzione del 1905. Vivrà da allora fra New York e Ginevra, l’Italia e la Danimarca, e morirà a soli 57 anni a New York, nel 1916. Al suo funerale parteciparono centomila persone, che seguirono il corte funebre nel Lower East Side, come riferiva il «New York Times» del 16 maggio di quell’anno.
Il suo romanzo più famoso è Il violinista sul tetto. La storia di Tevje il lattaio, che nel 1964 diede materia a un musical di grande successo e nel 1971 a un film altrettanto famoso, contribuendo a far conoscere ed amare il mondo ebraico dell’Europa orientale. In questi tre racconti, lo scompartimento ferroviario con i suoi viaggiatori ebrei che si raccontano, che intrecciano amicizie, magnificano ricchezze e potere, sussurrano pettegolezzi, è una sorta di microcosmo dello shtetl, il villaggio ebraico: un mondo tutto chiuso al mondo esterno, in cui tutti si conoscono, in cui i matrimoni sono ancora combinati, in cui gli ebrei sopravvivono intessendo una rete di furbizie e ingenuità. Ma il treno è al tempo stesso il simbolo della modernità e i suoi viaggiatori non possono, di conseguenza, non esporsi alla sue suggestioni e alle sue trappole.
Così la prima storia, che narra di come gli abitanti di uno shtetl, per sottrarre uno dei loro all’umiliazione di essere pubblicamente frustato, lo fingano morto solo per esporsi, successivamente, ai suoi ricatti. Nella seconda storia, uno dei viaggiatori racconta il suo successo in Argentina e si presenta, rispetto alla sua città che sta andando a visitare, come una sorta di Messia. Nel terzo racconto, il conflitto generazionale, e il dramma del suicidio di una giovane donna sono narrati, non senza effetti di comicità, negli schemi narrativi dello shtetl dal padre della ragazza suicida, che non capisce e non potrà capire perché la sciagura si sia abbattuta su di lui.
Come possiamo vedere anche da questi tre racconti ferroviari, Aleichem era considerato essenzialmente uno scrittore umoristico, tanto da essere definito “il Mark Twain ebreo”. Dietro l’umorismo, però, c’era un mondo, quello dello shtetl russo e polacco, colto sì con ironia e umorismo, ma anche con affetto e partecipazione. Il fatto che quel mondo sia andato completamente perduto, affidato solo alle pagine dei suoi scrittori e alle immagini dei fotografi (come non ricordare le straordinarie foto di Vishniak?) lo rende agli occhi del lettore di oggi ancor più pervaso di malinconia e di rimpianto di quanto non apparisse allora.
Perché in realtà era un mondo, almeno in una sua parte, che già prima della catastrofe portava in sé i germi della sua dissoluzione, incapace com’era di partecipare all’ingresso nella modernità, immobilizzato in una concezione tradizionalista e chiusa del mondo.
Lo stesso Aleichem raccontava un mondo che non era più il suo, se mai lo era stato. Ma lo faceva con amore, nostalgia, ironia e grande delicatezza, tanto da farne allora uno scrittore molto amato ed oggi uno scrittore che si continua a leggere e ad aver caro.

di Anna Foa

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22 agosto 2019

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