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Un travestimento
dell’infinito

· Paesaggi estivi ·

La scena è nota. Le parole che l’hanno tramandata per sfidare il tempo e la dimenticanza, molti di noi le hanno imparate a memoria. C’è un giovane, un ventenne che ogni tanto abbandona i suoi studi, matti e disperatissimi, e si siede in cima a un colle a contemplare quello che non vede.

Non lo vede eppure immagina di vederlo l’infinito, se lo «finge nel pensiero», ma l’impresa è di quelle che danno scacco anche alla mente più fantasiosamente preparata. E infatti è il suo cuore che non sostiene la mente, recalcitra e si “spaura”. Ecco però che come per il lieto fine di una storia, arriva un soccorso imprevisto. E questo soccorso è il vento che con gentilezza si intrufola tra le foglie e le fa cantare. Miracoloso alleato della mente e del cuore, il vento riaccende il pensiero del poeta, istruisce paragoni, suggerisce memorie, spinge quel misero grumo di materia sulla soglia dell’eterno e lo invita tra quelle onde, a naufragare di dolcezza.

Una scena del film «Il giovane favoloso»  (Mario Martone, 2014)

Tutto questo, come ha ricordato di recente Davide Rondoni scrivendo proprio dell’Infinito, lo fa il vento. Il vento fa e disfa. Ma è come una persona che entra in ogni scena che desidera calcare, anzi, accarezzare. I greci infatti li hanno chiamati per nome e venerati i venti.

E allora noi che a quelle vertigini siamo poco o nulla abituati possiamo sentirci comunque autorizzati a pensare che in quella brezza arrivata dal mare, in quella folata che ha fatto cadere il cappellino dalla testa della signora in bicicletta, in quella raffica che ha piegato il ramo dell’abete solitario sulla schiena della montagna, a pensare, dicevamo, che tutte queste manifestazioni accidentali siano in realtà dei prodigiosi travestimenti dell’infinito. Da decifrare con l’arma della poesia seguendo fiduciosamente la guarnigione militante di chi ne ha scritto.

Lucrezio, grande amore di Leopardi parlava di «invisibili corpi di vento» che come un «fiume, torbido per grandi / piogge, investe gli argini con forza possente; / con grande fragore li abbatte, e travolge sotto le onde grossi / macigni, rovescia ogni cosa che oppone ostacolo ai suoi flutti. / Così dunque devono infuriare anche i soffi del vento, / che, quando come un fiume possente sono piombati verso / una qualsiasi parte, cacciano le cose innanzi a sé e le abbattono / con assalti frequenti, talvolta con vortice tortuoso le afferrano / e rapinosi con roteante turbine le trasportano».

Materialista per professione, ma poeta per natura, nello spiegare razionalmente i fenomeni Lucrezio li imbeve di poesia, di umori, sensazioni, affinità e smarrimenti e in questo caso ci rende il vento vivo, di una vita che è un di più della materia.

Christian Bobin poeta e scrittore francese contemporaneo, la metafisica del vento la prende di petto e apre il suo libro su san Francesco con un’apoteosi biblica della sua forza, perché, dice, è proprio il Libro dei Libri che pullula di «cose, stelle, olivi e fontane, asinelli e alberi di fico» ma soprattutto di vento. «Dovunque il vento, il malva del vento della sera, il rosa della brezza mattutina, il nero delle grandi tempeste. La Bibbia è il solo libro d’aria, un diluvio di inchiostro e di vento».

Un vento che ha colori dunque, una vita di colori. Ma che quando lo percepiamo sa anche di inizio di cose. Ecco, non semplicemente l’infinito, ma il principio di un infinito, come quando — conclude Bobin — ci innamoriamo e ci diciamo appagati, «abbiamo trovato e ci fermiamo a questo primo sorriso».

E il vento dai mille volti oltre che di colori è quello di Gianni Rodari maestro di filastrocche che molto spesso nella loro deliziosa ingenuità dischiudono significati imprevedibili nel mondo. A colpi di metafore, stravaganti ma a pensarci bene ragionevolissime, come queste: «Il vento è un pastorello: / le sue pecore e il suo agnello / sono le foglie morte. / Il vento è un musicista: / il suo pianoforte / è il bosco intero, / con la betulla bianca /e il pino nero. / Suona, suona e non si stanca, / suona una musica senza parole».

Versi capricciosi ai quali fanno eco quelli di un giovanissimo Bertolucci: «Fischia nei mattini chiari / illuminando case e orizzonti / sconvolge l’acqua nelle fonti / caccia gli uomini ai ripari. / Poi, stanco s’addormenta e uno stupore / prende le cose, come dopo l’amore».

Il vento che invece dorme poco, anzi parla e straparla è Matteo. Non ha un nome profumato di mitologie come quelli dei Greci, ma è comunque il grande protagonista di uno dei più singolari romanzi della letteratura italiana novecentesca. L’avrete capito, stiamo parlando del Segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati. Un libro, che, proprio come il vento, è un intruso nelle lettere nostrane per la sua inafferrabilità per il suo procedere leggero e incurante sul crinale dell’incredulità. Uomini che sono alberi, graduati finto burberi ma inermi che contrattano affari con venti irascibili, donne invecchiate di segreti non confessati, paesaggi che possono essere ristoro e minaccia. Un mondo, insomma, fatto d’anima che già nella parola stessa custodisce la traccia del vento, l’ànemos greco, appunto.

E poi c’è il vento di mare, vento infiacchito da troppi tormentoni musicali estivi da sorprenderci quando una poetessa come Marina Cvetaeva ce lo ripropone così: «Qualsiasi vento è vento di mare, e qualsiasi città, anche la più continentale, nelle ore di vento — è marittima. C’è odor di mare, no, ma c’è aria di mare, l’odore lo aggiungiamo noi. Anche il vento del deserto è di mare, anche quello della steppa è di mare. Giacché al di là di ogni steppa e di ogni deserto — c’è il mare, l’oltredeserto, l’oltresteppa… Ogni viuzza in cui tira vento è la viuzza di un porto».

E concludiamo questo giro d’orizzonte, quasi una rosa dei venti, rimanendo sulla riva del mare in compagnia di William Butler Yeats, uno che con gli elementi ci sapeva parecchio fare. E con lui torniamo al vento leopardiano, al vento che è interrogazione alla vita e nel suo caso quella a una vita giovanissima cui il poeta augura una felicità talmente grande ingenua e intangibile perfino dai più sinistri ululati dell’aria. «Ora danza là, danza sulla riva / e non ti curare del vento / non ti curare se fa rumore il mare, che bisogno c’è? / Asciuga ora i tuoi capelli / gocce di sale li hanno bagnati. / Tu sei così giovane e ancora non conosci / il trionfo dello sciocco né la perdita dell’amore appena nato, / né perché mai il migliore se ne va / e lascia il grano da legare. / Non ti curare delle mostruose urla del vento / ora, che bisogno c’è?».

di Saverio Simonelli

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25 agosto 2019

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