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Un testo realista e pieno di speranza

· Nella Spagna di Franco ·

Ancor prima di essere eletto Papa, Giovanni Battista Montini era stato inserito nella lista dei “nemici ufficiali” del regime di Franco. Gli veniva rimproverato di aver inviato, quando era arcivescovo di Milano, il 3 ottobre 1962, un telegramma al Generalissimo, in cui gli chiedeva un atto di clemenza per il giovane libertario catalano Jordi Conill (non c’è alcun nesso con il comunista Julián Grimau, ucciso sei mesi dopo). La campagna di denigrazione contro il cardinale di Milano raggiunse livelli di paranoia politica. Quando, alcuni mesi dopo, Giovanni XXIIImorì e si preparò il conclave, l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, José María Doussinague y Teixidora, comunicò a Madrid ben dieci motivi per cui era «impossibile» che Montini venisse eletto Papa. Lungimiranza che fu premiata con l’insediamento al Palazzo di Spagna di un nuovo ambasciatore, Garrigues y Díaz Cañabate.

Jean Guitton «Paolo VI in preghiera» (1969)

Per il regime franchista e i suoi amplificatori mediatici Montini (così veniva chiamato) continuò a essere l’avversario che bisognava disconoscere e ignorare anche dopo la sua ascesa al soglio pontificio. I suoi discorsi e i suoi interventi, soprattutto quando affrontava temi in qualche modo in contraddizione con l’ideologia ufficiale, erano passati sotto silenzio o apertamente falsati. La pubblicazione, il 26 marzo 1967, della Populorum progressio di Paolo VI suscitò enorme clamore in Spagna. La giustificazione dell’insurrezione rivoluzionaria, anche se solo «nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese» (n. 31) fece rabbrividire gli ideologi del fascismo. Ma questa non era la loro unica fonte di preoccupazione; a una Spagna isolazionista e internazionalmente isolata come quella franchista, gli appelli a una vera apertura e alla collaborazione tra tutti i paesi del mondo, industrializzati o in via di sviluppo, suonavano come qualcosa d’irrealizzabile e forse di non auspicabile.

Un altro punto di disaccordo tra l’enciclica e la realtà spagnola di allora era il riferimento al pluralismo legittimo: «un pluralismo di organizzazioni professionali e sindacali — scriveva il Papa al n. 39 della Populorum progressio — è ammissibile, e, da certi punti di vista, utile, se serve a proteggere la libertà e a provocare l’emulazione». Niente di più lontano dai sindacati verticali del franchismo e dalla proibizione assoluta dei partiti politici. Destava pertanto preoccupazione l’appello fatto dal Papa ai laici affinché si adoperassero a «penetrare di spirito cristiano» la mentalità, i costumi, le leggi e le strutture «della loro comunità di vita. Sono necessari dei cambiamenti, indispensabili delle riforme profonde» (n. 81). Messaggio assolutamente contrario all’immobilismo granitico che dominava l’azione politica ufficiale, ma che fu accolto come una ventata d’aria fresca dai movimenti apostolici quali l’Acción Católica, la Juventud Obrera Cristiana (Joc), la Hermandad Obrera de Acción Católica (Hoac), sottoposti a severi controlli di polizia e ad altre pratiche totalitarie. In un’altra sua enciclica, scritta in seguito, l’Octagesima adveniens, il Pontefice rivendicò come un diritto naturale dell’essere umano la libertà e la legittimità dell’associazione e del pluralismo politico. All’ambasciatore Antonio Garrigues giunsero da Madrid al suo ufficio nell’ambasciata di Piazza di Spagna richieste di informazioni sull’enciclica. In uno dei suoi resoconti al ministro degli affari esteri, Fernando María Castiella, l’ambasciatore scrisse, solo tre giorni dopo la pubblicazione della Populorum progressio: «Molti stanno cercando di chiamarla enciclica marxista e addirittura comunista. Questo non è vero. Lo è invece che è un’enciclica socialista, ma di un socialismo che si differenza da quello marxista e da quello latinoamericano, in generale, in quanto pone l’economia al servizio dell’uomo e al servizio dell’umanesimo integrale, rispettoso delle libertà individuali e dell’iniziativa privata». Al sagace diplomatico non sfuggiva che gli insegnamenti del Papa potevano avere conseguenze pratiche alquanto scomode per il disegno politico della Spagna alla fine degli anni settanta.

Siamo così giunti a un interessante punto di riflessione; dal 12 al 15 agosto 1967 (cinque mesi dopo la pubblicazione del documento montiniano) il partito socialista spagnolo (Psoe) si riunì a Tolosa, ancora in clandestinità. Alla fine del dibattito rese pubblica una lunga dichiarazione storica sulla Chiesa. In essa contrappose al precedente ministero pontificio «il testo realista, così pieno di speranza, della Populorum progressio di Paolo VI», visto che «una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le [alla Chiesa] impone di mettersi al servizio degli uomini». In seguito scrisse: «In questo stesso anno Paolo VI riconosce la dimensione mondiale delle ingiustizie sociali con situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo, che spingono all’azione perché bisogna affrettarsi. Troppi uomini soffrono, e aumenta la distanza che separa il progresso degli uni e la stagnazione, se non pur anche la regressione, degli altri». Fu la prima delle basi d’incontro che portarono al cosiddetto “spirito della transizione”, che permise alla Chiesa cattolica e alla vasta gamma di partiti spagnoli, tra i quali il Pce, di convivere e di collaborare.

Credo inoltre che sia un dovere di coscienza professionale citare in questo breve articolo Joaquín Ruiz-Giménez, una delle personalità più importanti del cattolicesimo spagnolo del XX secolo (ambasciatore presso la Santa Sede, ministro dell’istruzione, difensore del popolo, presidente di Pax Romana). Non appena fu pubblicata l’enciclica in questione, Ruiz-Giménez s’impegnò a fondo per divulgarla; e lo fece in modo molto efficace attraverso la rivista «Cuadernos para el Diálogo», che aveva fondato pochi anni prima, dopo un’intervista a Roma a Giovanni XXIII. A pochi mesi dalla pubblicazione della Populorum progressio, già era disponibile un volume di oltre duecento pagine, con commenti suoi e di Mariano Aguilar, Pedro Altares e Eduardo Cierco, tra i vari sociologi e giuristi. In una conferenza a Barcellona, tra le tante che pronunciò sull’enciclica in tutta la Spagna, fu oggetto di una violenta aggressione da parte di un gruppo dell’estrema destra violenta.

Infine, nel 2007 in occasione del quarantesimo anniversario della Populorum progressio e del ventesimo anniversario della Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II, i vescovi spagnoli hanno pubblicato un’esortazione pastorale in cui hanno definito l’evento «una grande opportunità per rafforzare la cooperazione e la comunione di tutti i battezzati e al tempo stesso per promuovere la comunione delle diverse istituzioni ecclesiali che manifestano l’azione caritativa e sociale della comunità cristiana al servizio di tutta la società e soprattutto dei popoli che subiscono le conseguenze del sottosviluppo» (n. 9).

Con la sua enciclica Paolo VI contribuì innegabilmente a quel rinnovamento della Chiesa e della società spagnola che permise il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Ma questo è solo un aspetto dell’incredibile intensità profetica delle sue pagine. Cinquant’anni dopo il mondo lo riconosce; un po’ tardi, a dire il vero ma, come afferma la saggezza popolare spagnola, Nunca es tarde si la dicha es buena (“vale comunque la pena aspettare se il risultato è buono”).

di Antonio Pelayo

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20 agosto 2018

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