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Un tesoro sottovalutato

· Il capitale sociale e i suoi effetti sulla qualità della vita ·

Anticipiamo dal prossimo numero della «Civiltà Cattolica» uno stralcio dell’articolo «Il capitale sociale. Una risorsa indispensabile per la qualità della vita».

La copertina di un  manga giapponese dedicato al fenomeno degli «hikikomori»

L’uomo è un essere politico, dicevano gli antichi; la dimensione comunitaria costituisce una delle sue principali forme di protezione: «Le comunità che possiedono un robusto sistema di significato sanno affrontare molto bene i disastri e i conflitti violenti». Si tratta di una discriminante fondamentale, che trova conferma nelle ricerche compiute in luoghi sconvolti da guerre e cataclismi; il supporto della comunità, dei valori e delle tradizioni in essa presenti rafforza i suoi appartenenti e smentisce il postulato individualistico dell’uomo che «si fa da sé». Risulta invece molto più dannosa per la salute una vita solitaria in assenza di problemi rispetto a un evento tragico, ma affrontato con il supporto di legami forti e profondi. Le statistiche sui comportamenti suicidari tra adolescenti e giovani registrano i picchi più alti proprio nelle società ben organizzate ed efficienti, ma estremamente carenti sotto il profilo relazionale, comunitario e valoriale. Ma quali sono gli elementi che contribuiscono alla salute di una comunità? Robert Putnam, un politologo statunitense, li ha riassunti con il termine «capitale sociale»: un bene indispensabile che, analogamente alle banche e ai centri di investimento, è alla base della ricchezza di una società sotto il profilo della qualità della vita. Il capitale sociale. Il termine non è stato coniato da Putnam. Esso venne impiegato per la prima volta, nel 1916, da Lyda Judson Hanifan, ispettore delle scuole di campagna della Virginia. Egli, notando la forte correlazione tra la dimensione comunitaria e il rendimento scolastico, parlò appunto di «capitale sociale», definendolo come «l’insieme dei beni tangibili che contano maggiormente nella vita quotidiana delle persone: vale a dire, buona volontà, amicizia, solidarietà, rapporti sociali fra individui e famiglie che costituiscono un’unità sociale […]. L’individuo, se lasciato a se stesso, è socialmente indifeso […]. Se viene in contatto con i suoi vicini, e questi con altri vicini, si accumulerà capitale sociale che può soddisfare immediatamente i suoi bisogni sociali e mostrare una potenzialità sociale sufficiente al miglioramento sostanziale delle condizioni di vita dell’intera comunità». Nel delineare la centralità del capitale sociale, e in particolare le conseguenze della sua mancanza, Hanifan forniva una descrizione profetica di ciò che sarebbe accaduto alla maggior parte dei paesi occidentali industrializzati a partire dagli anni Sessanta del secolo XX. La rilevanza di questo tema viene ben presto riconosciuta da una nutrita serie di autori, in particolare circa il legame tra relazioni affettivamente rilevanti, ricchezza di possibilità e qualità della vita a livello personale e sociale. Per Francis Fukuyama, un politologo statunitense di origine giapponese, il fattore principale alla base della prosperità economica di una nazione è la capacità di dare e ricevere fiducia. Le società con un alto tasso di fiducia infatti favoriscono gli scambi a tutti i livelli: informativo, affettivo, di competenze e di solidarietà; essi a loro volta incrementano il benessere e la prosperità. Per Fukuyama il fattore fiducia spiega perché nazioni come Germania, Giappone e Usa abbiano dato origine a una prosperità economica molto più veloce e impressionante dei vicini paesi rivali (Italia, Francia, Inghilterra, Russia, Cina). Ma l’applicazione più accurata di questo concetto a livello personale e sociale, come detto, è stata elaborata da Putnam, che ne ha delineato alcune caratteristiche fondamentali. Prima fra tutte, la reciprocità, molto simile alla regola d’oro evangelica, perché favorisce la condivisione nelle situazioni ordinarie e gratuite della giornata, senza spirito di competizione, rendendo possibile la trasmissione di tale patrimonio alle generazioni successive. Il capitale sociale è per Putnam il vero lubrificante alla base della salute di una comunità coesa, un aiuto indispensabile per affrontare problemi e traumi di carattere collettivo: motivando il rendimento scolastico e la socializzazione dei bambini, garantisce sicurezza, perché crea un clima di fiducia e di tranquillità. Ne conseguono la diminuzione del tasso di violenza e criminalità, un maggiore impegno civico e la fiducia nelle istituzioni. Infine, sentirsi responsabili del bene altrui consente con più facilità di trovare impiego, grazie all’aiuto o al semplice passaparola della comunità. Il capitale sociale agisce sulla qualità della vita anche sotto il profilo biologico e psicologico. Per questo è indispensabile per il benessere di una società: chi è povero di relazioni può essere con più facilità aiutato a entrare in questa rete di conoscenze. Quando una comunità è coesa, il senso civico è parte del vissuto ed è praticato non soltanto perché una legge lo prescrive: si pensi al pagamento delle tasse o al rispetto della pulizia dell’ambiente. Le reti sociali, inoltre, in quanto informali e gratuite, costituiscono la linfa vitale del volontariato e dell’aiuto agli ultimi (dalle attività caritative alle donazioni di sangue), rendendo un servizio essenziale allo stato, altrimenti impotente a sopperirvi: «Fare volontariato è un segno di impegno positivo verso la politica, non di rifiuto di essa. Di contro, è meno probabile che chi guarda alla politica in modo cinico, compresi i giovani, si offra volontario». (...) Uno studio della Brigham Young University di Provo ha mostrato come le relazioni sociali incidano fortemente sulla salute, in misura più rilevante della dieta e dell’esercizio fisico, comportando un aumento del 50 per cento di probabilità di sopravvivenza: «Curare le relazioni con altri rende in qualche modo responsabili nei loro confronti, e questo è un incentivo a prendersi cura di sé e a guardarsi dalle situazioni dannose per la propria salute […]. L’idea che la perdita di relazioni sociali sia un fattore di rischio di mortalità non è ben riconosciuta dal pubblico e neppure dagli operatori sanitari».

Tuttavia, a partire dalla metà degli anni Sessanta, il capitale sociale si è progressivamente sbriciolato negli Stati Uniti, e il vuoto da esso lasciato ha contribuito a diffondere un generale senso di malessere e sospetto, incrementando la tendenza ad acquistare armi per la difesa personale, a spendere di più in assicurazioni e in tecnologie per garantire la sicurezza (antifurti, telecamere, porte blindate, metal detector). Tutto ciò ha innescato a sua volta una parallela crescita della violenza e della criminalità.

Le cause di questa erosione non sono per Putnam da attribuirsi alla mancanza di tempo, alla scarsa preparazione culturale o a difficoltà economiche, ma soprattutto all’espandersi disordinato di periferie sempre più grandi e ingestibili, che hanno creato sacche di emarginazione, scarsa comunicazione e ritiro sociale, visibili anche architettonicamente.

Un’altra causa rilevante è data dall’avvento dei media. Essi sono diventati una fonte sempre più esclusiva di svago e di evasione, al prezzo di un aumento della povertà relazionale, della solitudine e della paura. Un semplice accenno all’essere passati da un allarme «arancione» a uno «rosso» da parte dei media, anche senza fornire alcuna spiegazione circa il possibile significato, né tantomeno la giustificazione della sua gravità, diventa sufficiente per scatenare il panico nella popolazione.

Il regista Michael Moore, presentando il suo film Fahrenheit 9/11, individuava nella violenza e nella paura un potente meccanismo regolatore della società statunitense: «Questo film è la continuazione dell’idea che sta alla base di Bowling a Columbine. Lì avevo esplorato la manifestazione personale della paura, avevo raccontato come le persone possono essere ingannate dalle immagini televisive e intimidite dalle armi. In questo film invece ho scelto di raccontare la paura collettiva, l’isteria di massa che il potere riesce a creare per distrarre l’opinione pubblica dai veri temi. Come ha scritto George Orwell nel suo romanzo 1984, il leader di un popolo deve tenerlo in uno stato di paura costante, facendogli credere che in qualunque momento potrebbe essere attaccato; così rinuncerà alla libertà per poter vivere». (...) Un altro esempio eloquente di questo disastro educativo è il ritiro autistico di un numero crescente di adolescenti giapponesi, un fenomeno classificato nel mondo con un termine specifico, hikikomori (letteralmente, “stare in disparte, isolarsi”). Esso sembra essere dovuto all’incapacità di reggere lo stress di una società sempre più esigente ma priva di legami significativi, che non tollera fragilità e fallimenti (il Giappone registra la percentuale più alta al mondo di suicidi tra gli adolescenti per motivi scolastici). È una situazione che accomuna le società nelle quali l’individualismo regna sovrano. Anche l’Italia. Marco Crepaldi — creatore del blog www.hikikomoriitalia.it — descrive in questi termini il fenomeno: «Molti pensano che gli hikikomori siano solo dei pazzi, dei malati o dei vigliacchi. Ma la questione non è così semplice. Questo è un grido di protesta contro una società frenetica, fredda e soffocante, che non dà la possibilità di sbagliare, essere diversi, comportarsi al di fuori della logica del gruppo. Spesso si tratta di ragazzi molto protetti, intelligenti, bravi a scuola ed esaltati in casa, con grandi ambizioni. Al primo scontro o fallimento essi vacillano e perdono interesse per il mondo». Purtroppo l’individualismo non è mai stato veramente messo in discussione in sede culturale, anche perché è fonte di notevole profitto economico a livello commerciale, industriale e professionale: favorisce il consumismo, il culto del fitness, la psicoterapia, le assicurazioni, gli interventi legislativi. Ma i costi che presenta in termini di sofferenza e di vite umane non possono essere più ignorati.

di Giovanni Cucci

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