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Un Teseo
per la nuova Germania

· ​L'invocazione di Hegel e il suo debito con Machiavelli ·

In anni difficili e in una Germania sconfitta e umiliata, smembrata e ridotta a povera cosa più per debolezza propria che per forza altrui, Georg Wilhelm Friedrich Hegel approfondì la lettura del Principe di Machiavelli, individuando in quest’opera una lezione di metodo valida per il suo doloroso presente e proponendosi, sulle orme del Segretario fiorentino, di divenire una sorta di Machiavelli tedesco. In effetti, il Congresso di Rastatt, riunitosi alla fine del 1797 per ratificare gli accordi di Campoformio, si concluse al termine dell’anno seguente con il cedimento dei principi tedeschi, che lasciarono agli invasori francesi la riva sinistra del Reno: un esito che appariva piuttosto la conseguenza di un agire teso alla salvaguardia di interessi particolari (indennizzi e buone relazioni con gli occupanti) che non una scelta ispirata alla tutela del bene supremo della nazione germanica. 

Hegel in un ritratto di Jakob Schlesinger (1831)

Fu, con buona probabilità, a Francoforte nel 1799 che Hegel iniziò la stesura della Costituzione della Germania, scritto ripreso poi a Jena nel 1802 e alla fine lasciato incompleto, destinato quindi a restare in un cassetto, dal momento che gli eventi nel frattempo succedutisi resero avvertito il filosofo idealista dell’impossibilità di portare a compimento il proprio progetto. In un recente volume — agile e denso al tempo stesso, Un Teseo per la nuova Germania. Hegel e Il Principe (Perugia, Aquaplano, 2018, pagine 104.euro 14), Salvatore Carannante, giovane e brillante studioso della Normale di Pisa, ha scritto pagine interessanti su quest’opera, approfondendo la lettura che Hegel vi fece del pensiero di Machiavelli, per rilevare il ruolo nient’affatto marginale giocato da Il Principe nel complesso della riflessione hegeliana.
Il prevalere degli interessi privati perseguiti dai principi tedeschi, aveva condotto infine la Germania a una dispersione pulviscolare che aveva finito per distruggerla. Era perciò necessario restituire il primato all’intero, poiché era proprio quest’inversione di priorità tra il tutto e la parte ad aver causato la dissoluzione dello Stato: «la Germania — esclamava dolente Hegel — non è più uno stato», poiché lo stato, per esser davvero tale, «esige un centro universale, un monarca e corpi rappresentativi, la politica estera, le forze armate, i mezzi finanziari richiesti per tutto ciò: un centro che, per esercitare la direzione, abbia anche la potenza necessaria per far rispettare se stesso e le sue decisioni, e per mantenere dipendenti da sé le singole parti». La mancata azione in vista di un unico obiettivo, il prevalere dell’interesse proprio su quello comune, aveva finito per rendere la Germania simile a «un mucchio di pietre tonde che si uniscono per costituire una piramide», con l’esito — alla fine scontato — di una sicura rovina.
Fu in questo contesto storico che il filosofo tedesco riprese in mano la lezione di Machiavelli, attratto soprattutto dal fatto che questo «uomo di stato italiano» aveva scritto in un contesto che gli appariva molto simile al suo, in un’Italia divisa e dilaniata da guerre e con gli italiani protesi — così come i tedeschi suoi contemporanei — a invocare l’aiuto esterno, pronti a consegnare la propria patria agli stranieri. Di questa situazione il Segretario fiorentino non solo aveva colto con lucidità le cause determinanti, ma aveva proposto pure, con altrettanta lucidità, un percorso per la ricostituzione dell’Italia.
La ricostituzione dell’unità dello stato è quindi per Hegel un bene primario da ricercare ad ogni costo, «anche se ad imporre il legame dovesse essere una tirannia». Egli cerca perciò d’inquadrare, anzitutto, la lettura dell’opera machiavelliana nel suo contesto, lasciando emergere il fine propostosi dall’autore, per riabilitare infine Machiavelli di fronte ai suoi detrattori, siano essi coloro che hanno visto in lui l’ideologo del potere tirannico o che hanno letto Il Principe come una mera finzione, con il fine ultimo di difendere in realtà le libertà repubblicane. Né ha senso, per Hegel, discutere sulla scelta dei mezzi proposti, perché «le membra cancrenose non posso essere lavate con acqua di lavanda». In effetti, con Il Principe Machiavelli espresse «una grandissima e vera concezione nata da una mente davvero politica».
Sulle orme di Machiavelli, il quale aveva dedicato la sua opera a Lorenzo de’ Medici junior, cui affidava il compito di riunire le disperse membra d’Italia in un corpo organico, Hegel invoca perciò un Teseo per la nuova Germania, senza però avere dal proprio canto individuato un reale destinatario per tale arduo compito.
Il saggio di Carannante, che ricostruisce la lettura hegeliana de Il Principe non solo a partire dalla Costituzione della Germania, ma riconsiderando nel suo complesso l’opera del filosofo tedesco, si presta a diversi piani di lettura; sebbene infatti l’autore non esca dal piano rigoroso della ricostruzione di una determinata fase di storia delle idee, la lettura si rivela anche di grande attualità, in un contesto come quello italiano odierno, nel quale spirano di nuovo venti centrifughi, ed europeo, in cui l’unità — unica possibilità per difendere i singoli stati nell’impatto devastante con colossi come Cina, Stati Uniti e Russia — è attaccata su diversi fronti.
Un altro elemento di riflessione scaturisce dalla convinzione hegeliana che il processo invocato «non è mai stato frutto della convinzione, ma della forza». «Torna quindi l’enfasi, ribadita — sottolinea Carannante — nella Jenenser Realphilosophie II e nelle Lezioni sulla filosofia della storia, sulle componenti coercitive, violente, tiranniche che contraddistinguono la formazione degli stati e, nello specifico, sulla necessità di impiegare qualsiasi mezzo per fare della Germania uno stato moderno». La storia del XX secolo ha purtroppo dimostrato a quali disastrose conseguenze una simile convinzione potesse infine approdare.
L’attenzione e il dibattito si concentrano allora sul valore della persona e sul suo primato, che non può essere calpestato da nessuno. Ma non sono forse persone quelle che dal Sud del mondo — che questo Sud sia poi in Africa, in America Latina o altrove non importa — si spostano alla ricerca di una condizione migliore di vita e che davanti a loro trovano spesso non ponti, ma muri?

di Felice Accrocca

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21 agosto 2019

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