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Confronto ricchissimo

· Il carteggio fra Giuseppe De Luca e Giovanni Papini ·

Quello con Giovanni Papini fu, per don Giuseppe De Luca, il grande rapporto della vita. Il triennio 1930-1932, ora rispecchiato nell’esemplare edizione del carteggio a cura di Anna Scarantino, si presenta come un periodo particolare (G. De Luca - G. Papini, Carteggio, II: 1930-1932, a cura e con un saggio introduttivo di A. Scarantino, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura; i: 1930, pp. CXXVI + 234, 2015; II: 1931, pp. XII + 283, 2015; III: 1932, pp. XII + 179, 2016).

Giuseppe De Luca e Giovanni Papini  verso la metà degli anni Trenta

Dal 1927 De Luca è archivista presso la Congregazione per la Chiesa Orientale ma vive con crescente insofferenza l’impegno burocratico, che lo distrae dagli studi e dalla scrittura. L’anelito alla liberazione dalle catene dell’ufficio curiale coincide con l’acuta consapevolezza che il nuovo decennio chiude una fase e ne apre un’altra. Il prete romano avverte che si sta ormai compiendo la sua «faticosa uscita di giovinezza»; si sente «sul limitare degli anni buoni, degli anni che spero e voglio laboriosi e grandi» (I, 152). La morte (maggio 1931) del cardinale vicario Basilio Pompili, che «mi volle e fece un bene grandissimo» ma fu anche «il nemico maggiore e irremovibile del mio studio», gli conferma che si è consumata «la liquidazione del ventennio 1911-1931» (II, 67). Con gli anni Venti di fatto termina il periodo di formazione; gli anni Trenta vedranno De Luca, immerso nella sua stagione letteraria, prendere il largo con nuove e più vaste esperienze: la collaborazione al «Frontespizio», con i rapporti sempre più stretti con Piero Bargellini, e quella con la Morcelliana di Brescia, rappresentata da Fausto Minelli. Nuovi interlocutori soppiantano i vecchi. Nel vorticoso scenario di “porte girevoli” Papini rappresenta la stagione della giovinezza e dei primi, incerti passi, lo specchio e il testimone della crescita e delle sue difficoltà, in una parola, la continuità della sua vita e, in fondo, la garanzia della sua fedeltà.

Chi è dunque Papini per De Luca? Si potrebbe rispondere: è colui che difende De Luca da se stesso, dalle sue contraddizioni, dalle sue incertezze; è colui che ha compreso il De Luca migliore e più vero e vuole salvarlo a tutti i costi, dai pericoli costanti della dispersione, per spingerlo al lavoro sulla storia della pietà italiana che sarà il sogno, mai realizzato, di tutta la sua vita. De Luca lo affermerà con implacabile chiarezza il 29 agosto 1931: ha ben presenti nella memoria «certe sue (scil.: di Papini) parole sulla mia vera vocazione, e sull’amicizia che anche lei ha per questo mio me migliore, quasi ella stia testimone contro ogni mio attentato contro di esso, e incoraggiatore ad amarmi anch’io così» (II, 148-149). In questo intreccio di affetti e contraddizioni, rampogne e propositi, si dipana un’amicizia unica e profondissima, consolidata da impegni e atteggiamenti comuni.

di Paolo Vian

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22 agosto 2019

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