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L’informazione
e i suoi draghi

· A proposito dei maltrattamenti agli alunni in una scuola di Ariccia ·

La scuola di Ariccia innalzata e sacrificata all’altare della cronaca per maltrattamenti ai bambini è la scuola dei miei figli. Una maestra del video che ha reso pubbliche le violenze avvenute nel chiuso delle aule, una delle protagoniste di tanta sconcezza, incomprensibile, è la stessa a cui per anni abbiamo affidato vita ed educazione del nostro unico patrimonio, l’unico che conti veramente. Non vivo, né scrivo, per giudicare il prossimo. Per quello esistono le aule dei tribunali, i giudici, i diversi gradi del giudizio degli uomini e del mondo. Per chi è ancorato alla fede, poi, esiste altro orizzonte di pena e pentimento con cui fare i conti. Non scrivo per sentenziare sui protagonisti, scrivo per raccontare il teatro umano che è seguito ai fatti. Un teatro tremendo, tanto più perché aizzato, ricercato scientificamente, da chi arriva nel cuore di una comunità per testimoniare i fatti. Ariccia è un paese come tanti, attraversato dai cambiamenti che hanno mutato il profilo economico e sociale del nostro paese, quindi la convivenza tra vecchi e nuovi italiani, tra culture e religioni diverse, il tutto immerso in questo clima incivile di crisi perenne, di allerta continua. Invece il mio paese, chissà come quanti altri, malgrado la notizia immonda, malgrado i video della violenza contro i propri figli, ha reagito con civiltà assoluta. Noi genitori, nonostante il dolore, lo schifo ricevuto, abbiamo sospeso l’arma del giudizio. Ci siamo comandati la calma, perché siamo esseri civili, perché occorrono prove, perché si è innocenti sino a prova contraria.

Il dominio sui propri istinti primari, sulla rabbia, l’odio, ha resistito, almeno sino a un certo punto. Almeno sino a quando nella nostra comunità, nel piccolo teatro umano che vi sto raccontando, non sono arrivate le troupe, parcheggiate sui marciapiedi, ovunque, uno sciame sgraziato, arrogante. Ovunque un microfono, la richiesta di una testimonianza, domande ripetute all’infinito, con una fame di dettagli, di parentele da offrire al pubblico, di chi è contro chi altro, di chi sapeva, chi sospettava. Una smania di conflitti da scagliare, contro tutto, e tutti.
Di fronte alle immagini della Tv, di fronte all’acquario che rimandava i miei compaesani, persone che saluto normalmente, mi è venuto in mente il Ruanda. Fratelli contro fratelli. Hutu contro Tutsi. La stessa razza, scissa dall’uomo per i suoi interessi, perché quando si divide si comanda meglio. La stessa fede in Cristo. Uno dei lasciti più eclatanti del colonialismo europeo in terra africana. Una quota di morti enormi, uno dei tanti roghi di guerra del Novecento.
Co la stessa volontà, chi è arrivato nel mio paese non ha tenuto conto delle conseguenze, del fatto la mia comunità sarebbe rimasta inchiodata alla sua storia, che un conflitto, quando si genera, esige di essere pagato, a suon di dolore e rabbia, di lacrime, spesso bambine. Altro che giudizio. L’esercizio più arduo che ci è dato non è scagliare la pietra, ma farsi servi della realtà, raccontarla senza volerla piegare ai comandamenti esecrabili della comunicazione d’assalto, dove la narrazione dei fatti prevale sui fatti stessi, sino a renderli ininfluenti, tutti tremendamente uguali, perché sempre uguali sono gli approcci e i fini.
Ma il gelo, quello vero, è sceso quando ho moltiplicato il mio paesino per tutti i fatti di cronaca che ci vengono offerti quotidianamente. Quanti draghi costruiti ad arte. Una catena di produzione capace di sfornare migliaia di minuscole guerre, con buona pace di chi poi dovrà combatterle veramente.
Siamo invasi di narrazioni, pensiamo di conoscere tutto, ogni angolo della terra e dell’uomo, semplicemente perché qualcun altro ce lo sta raccontando, ma sempre una è la realtà che possiamo toccare, che ci investe direttamente. Affidiamoci ad essa, e al bene che il più delle volte viene omesso, per ragioni di tempo…

di Daniele Mencarelli

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13 novembre 2019

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