Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un teatro dell’assurdo
realmente accaduto

· Al Memoriale della Shoah di Milano ·

Non è la capitale della moda e della finanza, la Milano che si scopre in questo inizio di settembre, ma la città Medaglia d’oro della resistenza, ferita dalla barbarie nazifascista, probabilmente la più vergognosa della storia moderna dell’umanità, e poi emblema della liberazione. Nella ricorrenza del settantaseiesimo anniversario dell’inizio della resistenza armata contro il nazifascismo, al Memoriale della Shoah, è andata in scena, per il quinto anno consecutivo, una commemorazione teatrale tesa a ricostruire la tragedia vissuta dai deportati ebrei — colpevoli di essere nati — destinati allo sterminio, e dagli oppositori politici e cittadini comuni, schierati contro il regime fascista e deportati negli oltre 10 mila campi di lavoro. Perché il Memoriale della Shoah — che sorge nella zona originariamente adibita alla movimentazione dei vagoni postali — è oggi l’unico luogo teatro delle deportazioni a essere rimasto intatto in Europa.

Il Memoriale della Shoah a Milano  (foto di Simone Corti)

Sottostante il piano dei binari della Stazione centrale di Milano, il memoriale si estende su due livelli: piano terra e rialzato (seimila metri quadrati) e piano interrato (mille metri quadrati). Da qui, fra il 1943 e il 1945, partirono venti convogli Rsha: carri bestiame sui quali furono stipati migliaia di prigionieri diretti verso i campi di concentramento e sterminio. Il tutto al riparo dagli occhi indiscreti della città, quando la notte e l’indifferenza avevano la meglio.

Luogo simbolo della deportazione, è oggi centro di memoria e di conoscenza, ma anche polo d’incontro e di dialogo, partecipe della vita della città, anche molto attivamente: ha accolto oltre settantamila visitatori, di cui quarantatremila studenti nell’anno scolastico 2018/2019, e ha dato ospitalità a oltre ottomila rifugiati di ventisei paesi diversi, nei tre anni del progetto di accoglienza estiva (2015-2017).

Lo spettacolo «I luoghi della memoria» — progetto di Castagna Ravelli, basato sull’omonimo libro della giornalista Stefania Consenti, messo in scena con la regia di Paolo Castagna, e prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, Conservatorio Verdi, Anpi, Aned (Associazione nazionale ex deportati), Fondazione Fiera Milano e Fondazione Memoriale della Shoah di Milano — si inserisce in questa missione, facendo rivivere in maniera straordinariamente suggestiva lo strazio di quei giorni.

All’ingresso del Memoriale lo spettatore è accolto da una parola: indifferenza. Ed è questa a dare fin da subito la portata e il senso di un itinerario fortemente evocativo: solo l’indifferenza può, infatti, assistere a una tale discesa agli inferi dell’umanità, permettendo che si compia un simile orrore, ed è la stessa che ci spinge a guardare altrove, quando, sotto ai nostri occhi, si spalanca l’abisso del dolore di una parte di mondo, che ci esonera e assolve da ogni responsabilità.

«Un atteggiamento che il Memoriale della Shoah intende contrastare — afferma Roberto Jarach, presidente della omonima Fondazione — con l’impegno quotidiano, attraverso gli incontri didattici, i dibattiti, le iniziative rivolte alla città. Una lotta all’indifferenza che fa propria la lezione dei testimoni e si propone al cittadino di oggi».

Perché il martirio subito dai nostri padri e dalle nostre madri ha ancora molto da dirci. Attraverso le parole tratte dai testi di Primo Levi, Goti Bauer, Liliana Segre. E lo dimostrano la commozione e l’autenticità con cui Milano ha voluto far risuonare l’eco di quel patibolo. Accompagnato dalle musiche eseguite dagli artisti del Conservatorio, sulle corde dello stesso violino di Eva Maria, una giovane sfollata a Tradate e deportata a Birkenau.

Lo fa attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah e alla deportazione politica e operaia, recitate da attori del Piccolo Teatro (non solo produttore, ma luogo simbolo degli avvenimenti di quei giorni).

È un’epifania in cui il pubblico non è spettatore in platea, ma parte integrante di un percorso che conduce dritto all’interno di uno dei vagoni, ancora intatti, in cui centinaia di prigionieri, rastrellati dalle regioni del nord, vennero ammassati e rinchiusi per essere deportati.

«La scelta dei testi intende sovvertire quella tendenza volta a sottovalutare la portata della resistenza, della deportazione politica e della Shoah sul territorio italiano — specifica Jarach — Occorre ricordare che le leggi razziste emanate dal governo fascista (1938), la retata organizzata dalle SS a Roma il 16 ottobre del 1943, quel che accadde nel 1943-1945 (dopo l’8 settembre e prima della fine della guerra) ebbero conseguenze gravissime per la comunità ebraica italiana».

La repressione nazifascista, infatti, dopo l’8 settembre 1943, fu durissima: nelle grandi fabbriche di Milano, Sesto San Giovanni e della provincia, centinaia di lavoratori e di oppositori politici furono arrestati e deportati in seguito allo sciopero generale del marzo 1944. Le cifre di quanti persero la vita per le persecuzioni, gli omicidi a sfondo razziale e politico e le deportazioni sono impressionanti, così come si sa che di tutti gli esponenti della comunità ebraica catturati a Roma la mattina del 16 ottobre 1943 — oltre mille persone — solo 16 fecero ritorno dai campi e tra questi una sola donna. Raramente una rappresentazione storica si fa così viva e vissuta sulla pelle dei presenti. Musiche e parole entrano in dialogo con un ambiente intriso dell’odore acre e della violenza verbale di allora. Il confine tra passato e presente è del tutto sfumato, come lo è tra recita e realtà, tra attori e pubblico. Tutti ugualmente immersi nel teatro dell’assurdo di una storia inverosimile.

Lo stridore dei treni sulle rotaie, in arrivo al piano superiore, così violento da far tremare le imponenti pareti, si sovrappone, come in una danza, alle voci degli interpreti e alle note degli strumenti. Se questo è un uomo si anima di luce nuova, prende, ancora una volta, vita davanti al muro dei nomi, la parete su cui campeggiano i nomi dei 774 deportati il 6 dicembre 1943 e il 30 gennaio 1944 verso Auschwitz, illuminati a turno, per mettere in rilievo la singolarità di ogni soggetto, non in quanto appartenente a un gruppo, ma nella propria unicità.

Commozione e tensione raggiungono l’apice. E dal fondo della coscienza non può che salire la sete di giustizia.

di Silvia Camisasca

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

27 gennaio 2020

NOTIZIE CORRELATE