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Un tale Gaston
un tale Gesù

· Il 24 giugno 1899 nasceva Bruce Marshall ·

Chi oggi ha cinquant’anni, e frequentava da giovane i gruppi parrocchiali, ricorda probabilmente i volumi di uno scrittore, non italiano, presenti nella libreria di casa, i cui titoli venivano citati, non troppo ad alta voce peraltro, tra i preti amici e dai preti stessi a chi s’affacciava alla vita, al di là delle intenzioni vocazionali.

La copertina del libro

Il 24 giugno 1899, centovent’anni or sono, nasceva a Edimburgo Bruce Marshall e i suoi romanzi segnarono una stagione di Chiesa. Una Chiesa che si rifletteva nei ritratti dolci e vividi, benché romanzati, di figure non scontate di sacerdoti cattolici. Si può dire che la figura già così popolare, ma ancora molto istituzionale, del prete di parrocchia in Italia riceveva una nuova colorazione, che ne faceva un compagno di strada e di vita, dalla penna di Marshall. Viene in mente il protagonista di Tutta la gloria nel profondo. Il mondo, la carne e padre Smith (1944) oppure quello de Il miracolo di padre Malachia (1938). Ma poi, certo, anche soggetti diversi, come La sposa bella (1953) e I vecchi soldati non muoiono (1954).

Quella scrittura conserva freschezza e grazia e così la lettura del capolavoro di Bruce Marshall A ogni uomo un soldo, del 1949, fa diventare quasi palpabile, concreta, avvertibile con un tocco di mano, la presenza del suo protagonista, l’abate Gaston, il cappellano dell’immaginaria parrocchia parigina di Saint-Clovis, reduce della Prima Guerra Mondiale che deve affrontare la tragedia della Seconda. I gatti che riscaldano la solitudine del reverendo hanno nomi singolari, forse per qualcuno addirittura irriverenti: San Biagio di Cappadocia, Santa Elisabetta d’Ungheria. È amico fraterno, il sacerdote, del socialista Bessiere e sostiene il sogno della giovanissima Armelle di voler fare l’indossatrice, ritenendo che ogni sogno sia una vocazione se conduce alla gioia. Il cardinale di Parigi — anch’egli creatura d’immaginazione dello scrittore scozzese — deve tuttavia procedere un giorno all’ammonizione del prete proprio per questa chiacchierata frequentazione femminile, giacché la figlia spirituale tanto amata è deceduta dopo una breve vita di terribili delusioni. Merita riportare un passo del romanzo per la sua bellezza e delicatezza: «“Lei, reverendo, non ha usato circospezione”, proseguì il cardinale. “Son pronto a credere che nel non tener conto delle convenzioni sia stato mosso dai motivi più elevati, ma non posso dire che il risultato sia stato brillante. Guardi, per esempio, il caso di questa ragazza, che è stata la causa principale dell’incidente. Pare che il reverendo Moune avesse fatto presente a lei, reverendo, i pericoli cui essa si sarebbe trovata esposta facendo il mestiere di indossatrice. Lei ha sostenuto che tali pericoli erano trascurabili. Aveva ragione il reverendo Moune e torto lei”. “Il reverendo Moune però ha fatto molto male a offrirle la somma irrisoria di dieci franchi quando lei era senza casa e senza lavoro”, disse con veemenza il pretino dalla barba grigia. “Una carità così inadeguata al bisogno equivaleva a forzare la ragazza a battere i marciapiedi”. “Non tocca né a lei né a me stabilire quali fossero le possibilità finanziarie del reverendo Moune”, replicò con dolcezza il cardinale. “Può darsi che il resto dei suoi denari gli occorresse per sé. A quanto mi risulta, non è ricco”. “Mi dispiace, Eminenza”, disse il pretino dalla barba grigia. “Non m’era ancora venuto in mente di considerare la cosa sotto questo aspetto”».

Questa possibilità di “considerare la cosa sotto un altro aspetto” può indurre il lettore del romanzo di Marshall, magari per singolari coincidenze della vita, a ritrovarsi improvvisamente immerso, pressoché allo stesso momento, nella lettura di un’altra opera, molto distante nel tempo e disponibile, per quanto noto, solo in versione spagnola, portoghese e inglese: Un tal Jesús di María López Vigil e José Ignacio López Vigil (1982). Tre volumi tratti da un’omonima serie radiofonica del 1980 trasmessa in America Latina, a sua volta originata dalla scrittura di libretti di diffusione popolare che gli autori iniziarono a scrivere nel 1977. Una “storia di Gesù” riletta e rivissuta, secondo una precisa ricostruzione drammaturgica, secondo la sensibilità della teologia latinamericana di quarant’anni fa.

Eppure l’abate Gaston, di inizio e metà Novecento, è prete proprio di “quel tale Gesù” che, Figlio eterno del Padre, inizia a esistere nel tempo — come recita il Prefazio di Natale — e dunque abita gli anni Settanta in America Latina, ma anche il 2019, in Italia così come a qualunque latitudine. Che rapporto mai può esserci però tra il presbitero letterario di Marshall e l’altrettanto letterario Gesù dei due autori sudamericani? La risposta compare con un sorriso e un’emozione: il mettersi dalla parte dei poveri. Con una constatazione ulteriore che sulle prime può sconcertare: quella povertà è però la medesima anche del lettore e della lettrice. Avviene una sorta di affratellamento tra autore, personaggio e lettore nello scoprirsi parte di un’unica vita, di un’unica storia, sfaccettata, contraddittoria, lacerata, sofferta, contorta, eppure proprio per questo benedetta dalla presenza di Uno (si potrebbe anche dire “Una”) che non impone, non giudica, non condanna, non allontana, ma abbraccia e sana, assolve e ascolta, custodisce i sogni e li realizza.

La ferialità dell’abate Gaston si associa all’ordinarietà di vita di quell’uomo di Nazaret che non è diverso da ogni altro abitante di quel piccolo paese della Galilea. Un tale Gaston, un tale Gesù; ognuno, ognuna può aggiungere il nome proprio, il nome degli altri, di chi ama o di chi lo fa soffrire.

La storia della speranza non è mai scritta una volta per sempre, viene riscritta, rinarrata, è alba di risurrezione. I poeti, gli artisti, lo sanno. La Pentecoste della loro ispirazione glielo insegna.

di Stefano Sodaro

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11 dicembre 2019

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