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Un solo naso
e tante identità

· ​Quattrocento anni fa nasceva Savinien Cyrano de Bergerac ·

José Ferrer nei panni di Cyrano de Bergerac

Un solo naso, enorme, e tante identità. Forse troppe. Nasceva quattrocento anni fa a Parigi Savinien Cyrano de Bergerac: anche il giorno in cui venne al mondo è avvolto nel mistero e si sottrae al suggello della certezza. Alcune fonti indicano il 6 marzo, altre il 13, altre ancora il 17. Un fatto è tuttavia sicuro: la figura di Cyrano — filosofo, scrittore, drammaturgo e soldato francese del Seicento — è stata una fonte ricca di suggestioni sul piano letterario, dalla quale sono scaturite opere che hanno ricamato intorno al suo temperamento bizzarro ed estroso, beffardo e molto spesso irriverente. A renderlo immortale — lui che in vita si era distinto in particolare per i romanzi fantastici, tanto da essere considerato uno dei precursori della letteratura fantascientifica — è stato Edmond Rostand che scrisse il capolavoro che porta il suo nome. Ma Rostand non fu il solo ad “appropriarsi” dell’identità di Savinien. Come evidenza il «Times Literary Supplement», in un articolo di David Coward, Cyrano de Bergerac «ha sofferto molti furti di identità». Già nel Settecento, infatti, circolavano libretti e opuscoli che attingevano a piene mani dalla vita vulcanica di Cyrano, il quale esibiva due talenti d’eccellenza: l’abilità di spadaccino e la disarmante capacità di scrittura, frondosa e accattivante. E il fatto che fosse anche deliberatamente irrispettoso delle istituzioni lo rese ben visto, e quindi terreno fertile per ulteriori opere a lui ispirate, nell’epoca dell’Illuminismo, che attraverso l’uso della ragione invitava il singolo e la collettività a insidiare e a corrodere false certezze artatamente imposte e supinamente accettate. Un’opera di sabotaggio che Cyrano, considerato nel Seicento un intellettuale libertino, realizzava tramite i romanzi fantastici e libelli satirici. 

E venendo all’epoca attuale, basti pensare a due film: quello del 1950, in cui a vestire i panni di Cyrano è José Ferrer, e quello del 1990, nel quale a brandire la spada e a praticare la fluente eloquenza è Gérard Depardieu: quest’ultima pellicola fu presentata al quarantatreesimo festival di Cannes e l’attore francese fu premiato per la miglior interpretazione maschile.
La figura di Savinien Cyrano de Bergerac è stata trattata con diverse gradazioni non solo sul versante letterario: anche in vita riscosse valutazioni differenti. Venne infatti considerato un esponente del libero pensiero, uno scienziato incompreso, un libertino senza né arte né parte. Perfino un alchimista dotato di poteri magici.
Per quanto, nell’epoca in cui visse, potè godere di una rilevante notorietà, non fosse stato per Rostand, Cyrano probabilmente non avrebbe superato l’esame del tempo, il cui impietoso fluire ne avrebbe gradualmente fatto sbiadire sia la fama che i pregi. Il genio di Rostand gli assicurò, dunque, l’immortalità letteraria. Quel grosso naso, una vera e propria protuberanza, finì per configurarsi come un tratto elettivo, portato con fiero orgoglio. Del resto lo stesso Savinien Cyrano, nel 1640, ebbe a scrivere: «Un grande naso è segno di intelligenza, di affabilità e di un animo gentile; un piccolo naso sta a significare l’opposto». E poi la struggente storia d’amore che Rostand seppe intessere, facendola ruotare intorno alle tre figure di Cyrano, Rossana e Cristiano, fu un colpo da maestro. Cristiano è bello, Cyrano è brutto, entrambi amano la stessa donna. Ma tra i due uomini non si sviluppa la rivalità, da dare per scontata date le premesse. Al contrario, verrà a saldarsi un’amicizia ferrea, che nemmeno la morte sarà in grado di sfaldare. E le lettere d’amore che Cyrano scrive per Rossana (la quale crede che a vergarle sia Cristiano) rappresentano, ancora oggi, un’opera d’arte, in cui convergono la finezza della scrittura, la corrosività della satira e la sensibilità di un animo puro e nobile. Cosicché il lettore di ogni tempo ed epoca perdonerà, di buon cuore, a Rostand, o meglio a Cyrano, le licenze poetiche tessute con la spada in pugno: al contrario, le apprezzerà e le custodirà gelosamente. Così quell’immortale verso “ed al fin della licenza io tocco!” assurge a simbolo di un mondo che identifica nella libertà di un verso la sbrigliata esuberanza di una vita che, anche attraverso il travaglio di un amore non corrisposto, cerca disperatamente di vincere l’anonimato e la solitudine.

di Gabriele Nicolò

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20 luglio 2019

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