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Un sogno chiamato uguaglianza

· ​Domenica 10 novembre in India la Giornata per la liberazione dei dalit ·

Il loro sogno è la libertà. Libertà dall’oppressione. Libertà dalla discriminazione. Libertà da ogni ingiustizia. Ma è un sogno per cui vogliono lottare. I dalit in India sono letteralmente “gli oppressi”, socialmente i “fuoricasta”, l’ultimo anello, il più basso, di una società caratterizzata, a livello culturale e religioso, dalla struttura castale. Quel sistema gerarchico di stratificazione sociale, rigorosamente ereditario, è stato formalmente abolito nel 1950 ma, de facto, è tuttora presente nella prassi sociale, determinando tuttora la suddivisione dei lavori, gli equilibri di potere, il passaggio dei beni.

I cosiddetti “intoccabili” continuano a essere oppressi e perseguitati nella società indiana, e le violenze e gli abusi della loro dignità non cessano. Su queste basi e con questa profonda consapevolezza è nata nelle Chiese cristiane in India la «Giornata per la liberazione dei dalit», che si celebra la seconda domenica di novembre in tutte le comunità di fedeli nel subcontinente e che, dunque, per il 2019 è fissata al 10 novembre. L’iniziativa è promossa fin dal 2007 con manifestazioni, attività, incontri, dibattiti, liturgie e cortei in tutta la nazione, dall’apposito Ufficio per le caste e le tribù svantaggiate in seno alla Catholic Bishops’ Conference of India (Cbci), in collaborazione con il Consiglio nazionale delle Chiese dell’India, forum che riunisce le Chiese protestanti e ortodosse.

Il fatto che l’episcopato indiano abbia voluto creare un’apposita commissione e poi uno specifico ufficio dedicato ai dalit fa ben comprendere come oggi la questione sia cruciale per i fedeli del subcontinente: secondo stime ufficiali, i dalit in India sono oltre trecento milioni (circa il 25 per cento di 1.300.000.000 cittadini) e tra le minoranze cristiane e musulmane è molto diffuso lo stigma dell’intoccabilità. In particolare, in seno alla comunità dei battezzati, i dalit rappresentano circa il 60 per cento dei ventotto milioni di cristiani indiani, il che significa sperimentare nella maggior parte della comunità l’emarginazione e l’esclusione sociale, economica, culturale e anche politica, con le ricadute che tutto questo comporta per il ruolo, la visione, la concezione e la presenza stessa dei fedeli nella democrazia più grande del mondo.

Il passo biblico che quest’anno ispira la riflessione e costituisce il principio guida di ogni attività proposta a livello pastorale, sociale e civile, è tratto dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi: «Se un membro del corpo soffre, tutte le membra soffrono» (12, 26). Si intende rimarcare, con tale riferimento, che in una società come quella indiana, dove la convivenza civile è regolata da una Costituzione di stampo britannico, che garantisce giustizia, uguaglianza, parità di diritti e di opportunità a ogni cittadino (una società non caso definita con la metafora del “corpo”), la discriminazione e l’oppressione di ampie fasce di cittadini indiani costituiscono una violazione intollerabile e un vulnus democratico che è urgente sanare. Si intende d’altro canto ricordare — come sottolinea una nota diramata dagli enti che promuovono la «Giornata per la liberazione dei dalit» — il principio fondante della dignità inalienabile di cui è depositario ogni essere umano, a qualsiasi cultura, religione, etnia o status economico-sociale appartenga. «Chiediamo ai cristiani in ogni parte dell’India», recita la nota delle Chiese, di «sensibilizzare la popolazione affinché si possano superare tutte le forme e le pratiche discriminatorie legate alla concezione castale, avviando azioni senza compromessi per sradicare tali pratiche all’interno della comunità cristiana e della società indiana tutta».

Padre Zakarias Devasagayaraj, segretario nazionale dell’ufficio della Cbci dedicato ai dalit, spiega che «l’intera comunità cristiana deve sentirsi chiamata in causa, per essere la voce di chi non ha voce e stare dalla parte dei più vulnerabili». Il sacerdote non manca di denunciare che, contrariamente a quanto afferma la Costituzione indiana, «ai nostri fratelli e sorelle dalit si negano diritti sacrosanti, che vanno garantiti a tutti i cittadini». Inoltre i dalit di religione cristiana non possono accedere ad alcuni benefici riservati dallo Stato alle cosiddette “caste svantaggiate” (scheduled castes), solo perché si sono convertiti al cristianesimo, subordinando l’erogazione di quei benefici sociali (come posti di lavoro e accesso nelle scuole) alla fede professata.

«La casta resta ancora l’apartheid dell’India», osserva il gesuita Myron Pereira, rilevando che «la chiave della mobilità sociale e della coesione in India non è ciò che fai, ma a chi sei legato». In tale cornice, aggiunge, «la celebrazione della Giornata per la liberazione dei dalit è un punto nodale per realizzare l’autentica democrazia e libertà di religione nel paese».

Così l’ufficio dei vescovi cattolici descrive il suo impegno in vista dell’evento del 10 novembre: «I dalit hanno abbracciato il cristianesimo alla ricerca di una vita migliore, ritrovando in Cristo la loro dignità di figli di Dio. I dalit sono tre volte discriminati: dalla società, dallo Stato e, a volte, anche nella Chiesa. L’uomo ha una dignità e diritti inalienabili. Qualsiasi limitazione o negazione di questi diritti è un atto di ingiustizia. Quindi, la discriminazione fa parte della nostra preoccupazione cristiana. Quando, sfortunatamente, viene praticata all’interno della stessa Chiesa, diventa una contro-testimonianza dei valori evangelici che professiamo». Per questo l’organismo promuove un’opera di sensibilizzazione a largo raggio per i diritti dei dalit e si impegna a intessere relazioni con i leader del governo, con i membri del Parlamento e con i partiti politici, come componente di una campagna di carattere culturale e politico. Non mancano attività di animazione a livello locale, per creare specifiche commissioni a livello regionale o diocesano che affrontino singoli episodi di discriminazione, sostenendo e seguendo i casi di contenzioso legale avviati nel rispetto del sistema giuridico.

di Paolo Affatato

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19 novembre 2019

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