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Un servizio
che ha i confini del mondo

· ​I cardinali di Bergoglio ·

Gunter Tanzerel «A braccia aperte»

Primo papa non europeo da quasi tredici secoli, Francesco ha creato finora 49 cardinali elettori: tra loro, un terzo sono europei (e cioè 16, tra cui 7 italiani). Così, dopo la quarta creazione cardinalizia di Bergoglio, il 27 febbraio 2018 gli elettori sono 118. Tra questi i 68 non europei sono ormai in maggioranza (già registrata per brevi periodi nell’ultimo quarantennio, ma ora più accentuata e destinata ad aumentare) a fronte dei 50 europei (tra loro ben 21 sono gli italiani). Nel complesso si presenta un quadro molto variegato, che rispecchia ed esprime davvero l’universalità della Chiesa, come ha detto il pontefice un settantennio dopo il primo concistoro di Pio XII che ne avviò l’internazionalizzazione. Una comunità realmente cattolica, dunque, che il 24 dicembre 1945, annunciando la creazione cardinalizia, l’ultimo papa romano definisce «soprannazionale»: una madre, che «non appartiene né può appartenere esclusivamente a questo o a quel popolo» e che «non è né può essere straniera in alcun luogo». Così, è un singolare panorama del cattolicesimo contemporaneo quello che emerge dal libro Tutti gli uomini di Francesco. I nuovi cardinali si raccontano (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2018, pagine 384, euro 18) scritto dal vaticanista Fabio Marchese Ragona. Presentato a Roma il 28 febbraio da Cesara Buonamici, vicedirettore del Tg5, dall’arcivescovo di Tegucigalpa (di cui pubblichiamo parte della prefazione) e dal prefetto della Segreteria per la comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, il volume ha il suo punto di forza nelle interviste alla maggioranza delle “creature” — questo era l’antico termine curiale che designava i cardinali — del papa. E a queste l’autore ha aggiunto il racconto di «un momento della vita quotidiana» degli intervistati o il ricordo personale ed emozionato dell’annuncio della nomina, che spesso li ha colti di sorpresa. (g.m.v.)

Quando nel febbraio del 2001 san Giovanni Paolo II impose la berretta cardinalizia a quarantaquattro nuovi cardinali, non sapevamo ancora che tra di noi (io ero uno di quei quarantaquattro, ed ero il primo cardinale creato nel mio paese, l’Honduras) fosse presente anche il futuro Papa, l’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita monsignor Jorge Mario Bergoglio. Arrivava dall’Argentina, sorridente e all’apparenza anche un po’ timido, e stava lì, in piazza San Pietro insieme a noi, emozionato, in attesa di esser chiamato dal Santo Padre per ricevere la berretta e il titolo cardinalizio.

In quell’occasione Papa Wojtyła tenne un’omelia memorabile, nella quale ci spiegava quale sarebbe stata la nostra missione, appena rientrati nei nostri paesi d’origine. «Il vostro servizio alla Chiesa — disse il Papa polacco — si esprime poi nel prestare al successore di Pietro la vostra assistenza e collaborazione per alleviarne la fatica di un ministero che si estende fino ai confini della terra. Insieme con lui dovete essere difensori strenui della verità e custodi del patrimonio di fede e di costumi che ha la sua origine nel Vangelo. Il Papa conta sul vostro aiuto a servizio della comunità cristiana, che si introduce con fiducia nel terzo millennio». Ecco, quelle parole di san Giovanni Paolo II sono rimaste impresse nei nostri cuori e anche in quello del nostro Papa Francesco, che nei suoi anni da arcivescovo di Buenos Aires ieri e da Papa oggi sta mettendo in pratica quanto gli era stato chiesto nel momento in cui diventava prima sacerdote, poi arcivescovo e cardinale.

A distanza di tanti anni, le congregazioni generali che hanno preceduto il conclave del 2013 sono state vissute da noi cardinali, chiamati a eleggere il nuovo Papa, con quello spirito, uno spirito di servizio alla Chiesa universale per trovare un degno successore di Benedetto XVI che potesse curare le ferite della Chiesa colpita da vari scandali. Il discorso dell’arcivescovo di Buenos Aires ci stupì: il cardinale Bergoglio si presentava umilmente, quasi chiedendo scusa per aver preso la parola, ponendo però interrogativi che stavano a cuore a tanti altri porporati e che fino ad allora non erano stati ancora affrontati. Ci parlò della gioia di evangelizzare, della necessità di uscire e andare nelle periferie «non solo geografiche ma anche esistenziali», ammonendo che «quando la Chiesa non esce per evangelizzare, diventa autoreferenziale e si ammala» di narcisismo teologico, credendo involontariamente di avere una luce propria. Bergoglio parlò della Chiesa mondana, che vive in sé e per se stessa, chiarendo che «questa analisi dovrebbe far luce sui possibili cambiamenti e sulle riforme che devono essere fatte per la salvezza delle anime». Ricordo che prima di concludere il suo breve intervento, l’arcivescovo di Buenos Aires definì l’identikit del futuro Papa dicendo: «Pensando al prossimo Papa, c’è bisogno di un uomo che, dalla contemplazione e dall’adorazione di Gesù Cristo, aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso la periferia esistenziale dell’umanità, in modo da essere madre feconda della “dolce e confortante gioia di evangelizzare”».

I confratelli porporati intervistati da Fabio Marchese Ragona raccontano in questo volume la loro esperienza, il loro servizio per la Chiesa e per il Papa, spiegano come la Chiesa di oggi si confronta con questo mondo sempre più globalizzato, dall’Africa all’Oceania, tra povertà, guerre civili, crisi di vocazioni, secolarizzazione e avanzata delle sette, con la certezza che le ferite della Chiesa stiano pian piano guarendo. Un racconto inedito dalla viva voce degli “uomini di Papa Francesco” che riescono con armonia e delicatezza a spiegare le sfide che si trovano ad affrontare nella Curia Romana e nei Paesi dove svolgono la loro missione.

di Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga

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25 settembre 2018

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