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​Un senso poco conosciuto

· Intervista a Enrico Alleva ·

L’olfatto è un senso poco conosciuto, poco esplorato anche dal punto di vista scientifico. Per capirne di più abbiamo intervistato Enrico Alleva. Etologo con una lunga e considerevole carriera scientifica in importanti istituzioni italiane e internazionali, lo scienziato è stato allievo e collaboratore di premi Nobel come Rita Levi Montalcini e Daniel Bovet. Dal 2004 ha diretto il reparto di neuroscienze comportamentali del Dipartimento di biologia cellulare e neuroscienze dell’Istituto superiore di sanità. Corrispondente dell’Accademia nazionale dei lincei e presidente della Federazione italiana delle scienze della natura e dell’ambiente, fa parte del consiglio scientifico dell’Istituto della enciclopedia italiana.

René Magritte«Le belle relazioni» (1967)

Quanto è importante l’olfatto per la specie umana?

Gli esseri umani non possiedono l’acuità sensoriale di altre specie animali, alcune delle quali raggiungono apici sensoriali inimmaginabili per l’uomo: insetti che riescono a vedere la luce ultravioletta, delfini e pipistrelli che percepiscono segnali ultrasonici e, per quanto riguarda l’olfatto, per esempio, il maschio del baco da seta che sente l’odore della femmina a chilometri di distanza grazie ad antenne piumate multidirezionali. La percezione olfattiva è per tutti gli animali uno strumento indispensabile per la sopravvivenza, in quanto non solo può dare informazioni sulla disponibilità di risorse alimentari, ma anche guidare le interazioni sociali e mediare l’instaurarsi di relazioni parentali. Nella specie umana l’olfatto viene generalmente considerato l’ultimo nella gerarchia dei sensi, anche se si sospetta che le molecole olfattive producano molti più effetti di quanti ne siano noti, soprattutto nel campo della comunicazione interpersonale (quella che si definisce la “chimica” delle relazioni). Sicuramente, l’olfatto svolge un ruolo primario nella sfera affettiva ed emotiva, in quanto il sistema olfattivo è collegato in modo diretto sia con l’ippocampo (la struttura cerebrale che gestisce la memoria) sia con l’amigdala e il sistema limbico, parti del cervello preposte a governare le emozioni. In questo modo l’esperienza olfattiva, attraverso l’associazione con esperienze passate e ricordi, si carica di profondi significati a seconda della propria storia personale e della propria cultura. La percezione olfattiva nella specie umana segue due principali vie: quella classica, che passa dalla corteccia cerebrale ed è una via conscia, e quella accessoria, chiamata anche rettiliana, che passa dall’organo vomero-nasale. Quest’organo ha la funzione di captare i feromoni (composti chimici che vengono emessi dagli individui e funzionano da segnale per organismi della stessa specie) e genera informazioni olfattive che non raggiungono lo stato di coscienza ma, almeno secondo alcune visioni riduzioniste, hanno a che fare con la vita di relazione e determinano importanti preferenze, come quelle dell’accoppiamento. Studi sperimentali, condotti principalmente su topi, mostrano che le femmine hanno una maggiore sensibilità ai feromoni e scelgono i partner con cui accoppiarsi sulla base di alcuni corredi olfattivi. Esistono, infatti, delle tipologie metaboliche di base che sono responsabili del corredo immunitario, dell’immunocompatibilità, del metabolismo e degli odori, per cui l’odore avrebbe lo scopo di orientare la scelta verso un partner con un corredo immunitario diverso. Questo rappresenterebbe un vantaggio per la prole, che in questo modo verrebbe ad acquisire una resistenza a un maggior numero di malattie su base immunitaria. Esiste una somiglianza organizzativa tra sistema immunitario e sistema olfattivo, in quanto la nostra storia di prestazioni olfattive dipende dagli odori nei quali ci siamo imbattuti, così come la nostra capacità di rispondere alle infezioni dipende dai germi che abbiamo incontrato. Questo è importante perché da ciò deriva la plasticità del sistema olfattivo, cioè la capacità di potenziare e affinare l’olfatto attraverso l’esposizione a una molteplicità di stimoli olfattivi. La scienziata Linda Buck, premio Nobel insieme a Richard Axel nel 2004 per la medicina e la fisiologia, è stata una grande studiosa di bulbo olfattivo e ha scoperto che i mammiferi sono in grado di rilevare e memorizzare più di diecimila odori, e che sostanze chimiche simili dal punto di vista molecolare possono generare percezioni olfattive molto diverse tra loro.

Giuseppe Arcimboldo«Primavera» (1563)

Che ruolo rivestono i feromoni per gli esseri umani?

Gli studi sulla presenza e l’eventuale ruolo della percezione chemosensoriale nel determinare scelte e comportamenti sono difficili, in quanto il sistema sociale e relazionale umano è molto complesso e le componenti culturali e di apprendimento vi svolgono sicuramente il ruolo più importante. In passato c’è stato un grosso slancio nello studio dei feromoni umani, ma a tutt’oggi non esistono per l’uomo evidenze definitive sui feromoni, anche se alcuni esperimenti hanno suggerito che le donne, più sensibili, potrebbero essere orientate a scegliere il partner di accoppiamento sulla base delle informazioni che vengono loro trasmesse dai feromoni maschili. Secondo questa visione — ripeto, riduzionista — gli uomini trasmetterebbero alle donne (ma forse non vale il contrario) informazioni sullo stato di salute e sul grado di vicinanza genetica, con un meccanismo simile a quello prima descritto per il topo. Io ho aspramente polemizzato contro uno studio pubblicato nella rivista “Trends in Ecology and Evolution” che cercava di dimostrare che la donna, quando ovula, viene attratta dall’odore di un maschio di alto rango, come se ci fosse una valutazione biologica degli odori finalizzata al successo della riproduzione. Ora, a parte la difficoltà di definire il maschio di alto rango, mi è sembrato azzardato fare affermazioni così riduzioniste.

Sembra di capire che potrebbe esserci una differenza di genere rispetto all’olfatto.

L’olfatto ha certamente una storia naturale di differenze di genere, e di solito è il maschio ad avere un olfatto più sviluppato, in quanto è al maschio che spetta spostarsi alla ricerca della femmina, un’attività per la quale è fondamentale seguire la traccia olfattiva, quella che gli etologi chiamano “piuma”. Questo comportamento, che trova una sua definizione icastica nel detto “l’uomo è cacciatore”, deriva da una regola darwiniana secondo la quale tutte le attività potenzialmente più pericolose, quali lo spostamento, sono a carico dei maschi. Per la conservazione della specie, infatti, è fondamentale mantenere un elevato numero di femmine, ed è perciò sui maschi che grava il rischio di essere eliminati. Nella specie umana, però, sono le donne a mostrare una maggiore acuità olfattiva, non è chiaro se per ragioni biologiche legate alla storia naturale della nostra specie o, vista la plasticità del sistema olfattivo, alla storia personale, cioè all’esposizione a un maggior numero di molecole olfattive, per esempio, nella preparazione dei cibi. Una prova della sensibilità femminile agli stimoli olfattivi è la sincronizzazione delle mestruazioni nelle comunità femminili (nei conventi o negli ambienti di lavoro), un fenomeno, dipendente dall’olfatto, che è stato ampiamente descritto e dimostrato. Nella specie umana le differenze sono però legate principalmente all’età. Lo standard dell’olfatto è già stabilito in utero. Tra la quinta e l’undicesima settimana intrauterina compaiono infatti i primi recettori dell’olfatto e iniziano a formarsi i nervi e i bulbi olfattivi, mentre alla dodicesima settimana compaiono le papille gustative, i recettori del gusto, un senso intimamente legato all’olfatto. L’idea del feto come essere assolutamente amorfo, per cui finché non si nasce si è una tabula rasa sul mondo, è profondamente sbagliata. Per tutta la fase prenatale udito e olfatto, nella gerarchia dei sensi, sono molto importanti. Il feto conosce, ad esempio, la voce della madre, e riceve stimoli gustativi e olfattivi che provengono dal regime alimentare della madre ed entrano nella composizione del liquido amniotico. Il neonato nasce perciò con una memoria olfattiva che gli consente di orientarsi nel nuovo ambiente con maggior rassicurazione e, siccome ha una tendenza a un fenomeno di base che si chiama neofobia, si nutre del latte materno perché ne riconosce gli odori. L’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt, allievo di Konrad Lorenz, ha ipotizzato che la memoria olfattiva sia alla base del modo in cui il neonato trova il capezzolo della madre, una tipica risposta automatica legata al riconoscimento della mamma e del latte materno. L’olfatto è molto importante nei primi mesi di vita; in seguito il suo ruolo diminuisce, sia per un suo minore uso rispetto agli altri stimoli sensoriali, sia per l’instaurarsi di una maggiore complessità nelle funzioni intellettive che hanno sede nella corteccia cerebrale e che diventano determinanti nell’apprendimento dei comportamenti.

Jan Brueghel il vecchio «Fiori in un vaso e un cesto» (1615)

Il sistema dell’olfatto è, in conclusione, molto complesso e a noi sfuggono molte sue implicazioni nella nostra vita.

Certamente, non bisogna dimenticare che esistono forti differenze culturali legate alle percezione degli odori, come ho già accennato; molti comportamenti rituali, come le abluzioni o le incensazioni, hanno a che fare con questo senso. A questo proposito è anche importante ricordare che l’olfatto è un senso che crea abitudine molto facilmente; un odore troppo noto non si sente più, nel senso che non ci si rende più conto della sua presenza, e anche questo può avere una valenza culturale.

di Mariella Balduzzi

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10 dicembre 2019

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