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Un secolo di soap opera cristiane

· Romanzi di appendice sull’Osservatore Romano nell’Ottocento ·

Un dato che salta subito agli occhi è la quantità: oltre cinquanta titoli suddivisi in brevi capitoli pubblicati a scadenze non sempre regolari ma a ritmo serrato: quattro, cinque puntate a settimana, in prima o seconda pagina, sotto l’immancabile scritta a caratteri di scatola «Appendice».

Sfogliare i tanti feuilleton usciti sull’Osservatore Romano nell’Ottocento riserva non poche sorprese: non solo storie d’amore strappalacrime (come, d’altra parte, il genere prevede) ma anche romanzi di cappa e spada ambientati nel Seicento o nel medioevo della lotta per le investiture, racconti di denuncia sociale su temi contemporanei ai lettori, storie di fantasmi piene di agnizioni, colpi di scena ed enigmi da sciogliere.

Trame intricate dai colori forti, storie di odii implacabili capaci di superare le barriere del tempo e dello spazio che ricordano i libri di Carolina Invernizio, senza mai indulgere, però, alla morbosità horror caratteristica della prosa visionaria e concitata della scrittrice di Voghera.

Romanzi popolari anche nei titoli, da Tribolata e Lo spettro di Framoriale di Antonietta Klitsche de la Grange a Cuore generoso! (anonimo, a parte l’indicazione “traduzione dal francese” di un non meglio precisato G. M.), Troppo tardi! e Sola!!... (sic punti esclamativi e puntini di sospensione compresi, ma nessun indizio sul nome dell’autore) a metà strada tra il rosa e il noir, con la tipica contrapposizione netta fra eroi positivi e personaggi diabolici che il genere “fogliettone” prevede.

Letteratura di larga, larghissima diffusione, pensata per fidelizzare il lettore e aumentare in modo esponenziale le vendite di riviste e gazzette, ma non sempre di bassa qualità; in fondo lo stesso Honoré de Balzac, nel 1831, anticipò sui giornali alcuni capitoli dei romanzi che stava scrivendo, e anche Gustave Flaubert pubblicò a puntate sulla «Revue de Paris» il suo Madame Bovary.

Come vademecum per abbandonarsi al flusso di una prosa tanto distante da noi per immaginario, mentalità e stile, tanto discontinua ed eterogenea, per gustare pagine dove è labile il confine tra sublime e ridicolo (come nei libretti d’opera e in tante fiction contemporanee, del resto) vale la pena rileggere le pagine che Roland Barthes ha dedicato allo stile debordante dei libri di Victor Hugo, paragonandoli a cattedrali imponenti, che contengono tutto e il contrario di tutto, dettagli splendidi come affreschi di pessimo gusto.

«Come romanzo — scriveva sessant’anni fa, nel 1957 il semiologo francese sul «Bulletin de la Guilde du Livre» di Losanna — Notre-Dame de Paris assomiglia molto al monumento che ne è il personaggio principale: stessa mistura composita di parti, le une fuori moda, le altre di una bellezza ancora viva. Stessa disuguaglianza di logoramento, e soprattutto stesso prodigio di una unità finale a dispetto della diversità dei dettagli. E così come il miglior turista, voglio dire il più saggio e il meglio rimunerato, è colui che sa accettare oggi un edificio nel suo insieme, parimenti il miglior lettore di Hugo è colui che non si preoccupa troppo di discernere, nel libro, il volgare dal commovente, la puerilità dalla scaltrezza, l’arcaismo dall’avanguardia. Come cattedrale o come romanzo, bisogna prendere Notre-Dame in blocco (...) Una scommessa da accettare: rinchiudersi una domenica in casa con Notre-Dame de Paris e, superato il fastidio di una certa sovrabbondanza di umor greve e di citazioni latine dal falso gusto medievale, vinta la noia di qualche dissertazione filosoficamente poco sottile, ecco che si produce l’incantamento, la fascinazione prodigiosa delle grandi letture, la trasmutazione dell’immagine in realtà».

Per gli stessi motivi vale ancora la pena di aguzzare la vista sui caratteri minuscoli e traballanti dei feuilleton ottocenteschi usciti sull’Osservatore Romano, spesso figli, o almeno cugini, della storia del gobbo Quasimodo e della zingara morta a causa della sua stessa bellezza. Un romanzo fluviale e sconnesso, quello di Victor Hugo, che ha continuato ad affascinare i lettori senza soluzione di continuità fino a oggi, consegnando ai posteri personaggi diventati archetipi senza tempo, come i protagonisti delle fiabe e dell’epica antica.

Non a caso, anche sull’Osservatore Romano, nella seconda metà del XIX secolo spuntano Il capitano Clopin (siamo nel gennaio 1873, e il protagonista ricorda Clopin Trouillefou, re della corte dei miracoli di Notre-Dame de Paris) ed Esmeralda (nell’agosto 1889) echi dei nomi e dei temi di un longseller annunciato.

L’insoddisfazione di Emma Bovary è la stessa della dolce, mite, angelica Yvonne, protagonista di Elatior, uscito a partire dal 12 dicembre del 1889 (di cui pubblichiamo uno stralcio in questa pagina), insofferente dei ristretti orizzonti della sua vita borghese, ma certa che solo da Dio riceverà la pace del cuore e la vera realizzazione della sua vita.

Anche la cronaca si affaccia spesso prepotentemente nel riquadro dedicato ai romanzi a puntate.

Il 17 “gennaro” 1868, ad esempio, «La distruzione dei conventi in Italia che progredisce in modo spaventevole», rende necessario un cambio di programma. Non più amene letture ricreative ma un saggio storico capace di illustrare l’utilità sociale della vita consacrata, I monaci sotto i primi re merovingi in Francia. Viene avviata quindi «la pubblicazione delle magnifiche ed eloquenti pagine scritte dall’illustre letterato conte di Montalembert per narrare in breve le fatiche ed i lavori dei monaci in Francia». Questa narrazione, si legge nel testo riprodotto in appendice, «riuscirà gradita a tutti i veri italiani, che deplorano con noi la soppressione degli Ordini religiosi, i quali arrecarono all’Italia quegli stessi vantaggi che fecero alla Francia e a tutta l’Europa civile. I monaci oggidì discacciati dai loro conventi si vendicheranno arrecando all’Italia un’altra volta quella civiltà di cui furono autori, promotori e conservatori».

Talvolta i romanzi a fine pagina vengono sfrattati da una rubrica di recensioni teatrali o da articoli scientifici, come le serie Studi liberi di meteorologia comparata (nel luglio 1880) Archeologia della naumachia o le Lezioni di medicina preventiva e popolare del dottor Alessio Murino (uscite nell’agosto del 1874).

Per un lettore del XXI secolo, i consigli del dottor Murino suonano piuttosto raccapriccianti, come fanno sorridere, a posteriori, le vibrate proteste contro l’erigenda Tour Eiffel, a Parigi, dieci anni dopo, nel febbraio 1887, accusata di sfigurare con la sua imponente mole di ferro il panorama della ville lumière.

L’effetto straniante della distanza temporale si fa sentire soprattutto sfogliando le pagine della pubblicità. Dagli annunci di piroscafi celerissimi per l’America del sud (partenza da Genova il 3, 14 e 24 di ogni mese) alla cipria in polvere di riso La Veloutine, che assicura un incarnato bianchissimo, dai rimedi a base di china, genziana, noce vomica per combattere la nausea durante la gravidanza alle sigarette indiane (terapeutiche, da fumare contro la tosse, secondo le indicazioni per l’uso suggerite dalla ditta produttrice) alle inquietanti Pastiglie Houdé alla cocaina, nate per combattere le malattie della gola e della laringe («in più — si legge nello spazio pubblicitario comprato sul giornale — tonificano le corde vocali e si raccomandano a oratori, cantanti e professori»).

Ma la lettura più avvincente resta quella dei racconti a puntate; chi scrive è ancora alle prese con Canossa (romanzo storico di Corrado di Bolanden, versione del cavalier Leopoldo Marzorati, uscito a partire dal gennaio 1881) e non è ancora riuscita a capire che fine faranno il perfido conte Wazo, il margravio Udone, e la povera orfana Gundila, protetta dal pio confessore Vidrado. Chissà che non possa nascere, un giorno — quando gli sceneggiatori avranno raschiato il fondo del barile di saghe fantasy, libri e romanzi contemporanei — anche una serie tv nazional popolare ispirata a un feuilleton dell’Osservatore. 

di Silvia Guidi

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16 ottobre 2019

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