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Un salvagente per i bambini

· José María del Corral presenta il quarto congresso mondiale di Scholas occurrentes ·

L’educazione delle nuove generazioni non è un fatto privato o delegabile a un’élite, ma è una realtà che riguarda tutta la società. È il messaggio che vuole trasmettere il quarto congresso mondiale di Scholas occurrentes, apertosi lunedì 2 febbraio in Vaticano. Ne abbiamo parlato con José María del Corral, che insieme a Enrique Palmeyro dirige la rete educativa nata su impulso di Papa Francesco.

Quale sarà l’argomento dei lavori congressuali?

La responsabilità sociale educativa. Si tratta di un tema che ha a che vedere con il processo formativo e con la responsabilità di tutti, non solo del docente. 

Oggi sembra che questa responsabilità, una volta riferita a tutta la società — dai genitori al Governo, ai sindacati, alle imprese — sia stata abbandonata e lasciata in mano ai cosiddetti operatori dell’educazione. Questo ha portato a una sorta di eclissi della cultura dell’incontro o dell’educazione fatta cultura. I bambini, infatti, non apprendono da quello che dice loro l’insegnante in aula, ma da quello che vivono, dalla vita reale: imparano quando escono per le strade, quando giocano, perché tutto intorno a loro parla. Pretendiamo, invece, che ricevano l’educazione da una persona, il docente, che per qualche ora al giorno dice loro cose diverse da quelle che vedono e sperimentano. Non solo non generiamo il fatto educativo e l’apprendimento significativo; al contrario, lasciamo che il bambino riceva un doppio messaggio. Questo è ciò che il Papa non vuole. Se desideriamo veramente una cultura dell’onestà e dell’interiorità, perché il mondo sia integro e sia uno, ci vuole un cambiamento profondo e non un’operazione di facciata. Questo cambiamento deve coinvolgere tutte le componenti sociali, chiamate a convertirsi in soggetti educativi. Nessuno può dire che il compito educativo non lo riguarda. Per questo, quando recupereremo nella società un ruolo attivo, avremo raggiunto l’obiettivo del convegno, cioè la responsabilità sociale ed educativa.

Come è coinvolto Papa Francesco in questo progetto?

Non solo gli interessa, ma è proprio a partire dalla sua esperienza come arcivescovo di Buenos Aires che nasce e si ispira. Egli ha messo in movimento le escuelas de vecinos, avvicinando i giovani all’impegno civile, alla politica con la “p” maiuscola, alla ricerca del bene comune. Con questa esperienza ha unito ragazzi ebrei, evangelici, cattolici. Ha piantato un ulivo per la prima volta nella Plaza de Mayo, la storica piazza argentina, alla presenza di bambini di ogni religione. Ha unito i massimi esponenti ebraici e musulmani della comunità argentina e si è impegnato con loro per la pace. In sintesi, Scholas vuole semplicemente moltiplicare a livello globale l’esperienza pastorale di Bergoglio a Buenos Aires.

Quante realtà fanno parte di Scholas?

Il 13 agosto 2013, a mezzogiorno, Gianluigi Buffon e Lionel Messi iscrissero le due prime scuole alla rete. Oggi Scholas è la più grande rete educativa del mondo. La maggioranza è composta da scuole pubbliche, statali, di ogni religione, agnostiche e non credenti. È la rete più grande e variegata promossa da un Papa. È cresciuta moltissimo negli ultimi mesi, con l’adesione anche di scuole indiane, israeliane e cinesi. Grazie alla tecnologia si è trasformata in un oggetto di studio e di ricerca. All’ultimo convegno le scuole iscritte erano 275.000. Dal 1° settembre 2014 c’è stato un incremento continuo, fino ad arrivare oggi a quota 400.000, sparse nei cinque continenti. Questa realtà si è trasformata non solo in una rete di scuole, ma in una rete di reti, che viene sostenuta da realtà religiose ma anche da reti di altra natura: per esempio, quella attiva nell’ambito della lotta alla malnutrizione infantile, oltre a quelle accademiche e universitarie.

Dopo questo congresso lei si recherà in Spagna. Con quali obiettivi?

Mi attendono vari appuntamenti. A Madrid incontrerò il direttivo di Scholas, che rappresenta più di 300 istituti di ogni ordine e grado. Si parlerà anche di innovazioni tecnologiche, sfide educative e di come applicare il linguaggio informatico nelle aule. Nella capitale ho un incontro importante con un’importante azienda multinazionale che opera nel campo dell’informatica e che si aggiunge ad altre che stanno partecipando al progetto di Scholas. Con i bambini degli istituti secondari spagnoli vogliamo riproporre la stessa esperienza delle escuelas de vecinos. Poi andrò a Santander, dove c’è un centro universitario molto importante. Lì pianterò un ulivo insieme con esponenti del Governo e dell’amministrazione locale, con rappresentanti delle associazioni familiari e di tutte le componenti sociali. A Barcellona firmerò un accordo con il Football Club Barcelona per appoggiare il progetto di Scholas. Si tratta di una convenzione mondiale, con l’obiettivo di fornire una squadra tecnica e di formazione che preparerà i professori. Questi docenti dovranno insegnare nei quartieri emarginati di alcuni Paesi in difficoltà: tra questi il Mozambico, dove abbiamo una missione.

In che modo utilizzate la tecnologia digitale?

Una delle convinzioni che dà origine alla proposta mondiale di Scholas è che l’aula fatta di mattoni racchiude ma non contiene. Non si tratta tanto di mettere i bambini dentro l’aula, ma di mettere l’aula nel bambino. Così attraverso Scholas stiamo creando l’aula globale, l’aula virtuale del mondo che però sia l’aula reale per i bambini: un’ aula con la quale in qualche modo il bambino nasce già connesso. Vorrei sottolineare che noi vogliamo insegnare informatica, ma anche accompagnare culturalmente questo bambino che nasce nell’era digitale. Quello che manca, infatti, è collegare l’educazione al mondo digitale.

Quali sono le priorità in questo momento?

Soprattutto la pace e la cultura dell’incontro attraverso la tecnologia. Siamo attivi su queste linee. Piantiamo ulivi perché vogliamo portare la pace nel mondo. Oltre l’alberello, infatti, c’è molto di più. Più il germoglio cresce e più dà forma alla propria natura, dà forma all’habitat e al cosmo. Abbiamo già piantato un milione e mezzo di ulivi. Inoltre, abbiamo coinvolto più di 500 sportivi che, come chiede il Papa, si trasformano in educatori dei bambini. Siamo stati presenti ai mondiali di calcio del Brasile, così come ai campionati di Argentina, Paraguay, Cile, Argentina, Colombia, Ecuador. Lo stesso abbiamo fatto in occasione dei mondiali di hockey femminile e di polo. Ci siamo interessati a tutti gli sport: da quelli più popolari a quelli di nicchia. E ora cominciamo con il mondo artistico. Piantiamo l’ulivo per quello che significa: la pace e l’incontro. Vogliamo recuperare i valori della società. Questa è la prima linea di lavoro. Stiamo poi stringendo accordi con i principali mezzi di comunicazione sociale. In Argentina abbiamo fatto una convenzione con il gruppo del «Clarín»: ogni domenica esce con il quotidiano una rivista esclusiva fatta in collaborazione con Scholas. Siamo arrivati a 17 edizioni, l’ultima delle quali pubblicata a gennaio e dedicata al tema della pace. Con questa iniziativa vogliamo trasmettere la gioia, i valori autentici e la visione antropologica di Scholas. Tra l’altro, la rivista ha fatto aumentare di quasi il 15 per cento le vendite domenicali del giornale. In questo quarto congresso mondiale saranno presenti dieci Paesi nei quali stiamo realizzando un’iniziativa editoriale simile, a cominciare dalla Spagna con «El Mundo».

Il Papa nel messaggio per la Quaresima ci invita a vincere l’indifferenza. È un compito anche per Scholas?

Mi ricordo che al primo convegno partecipò un gruppo di intellettuali, e un pedagogo francese chiese al Papa: che ha in mente quando pensa a Scholas? Lui rispose: un salvagente. Questo è Scholas. Cerca umilmente di uscire incontro ai bambini, perché la loro educazione è a rischio. Per questo è un salvagente. E quando un bambino è a rischio, la società non può essere indifferente.

di Nicola Gori

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