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Un Robinson Crusoe degli anni Duemila

· Nel romanzo di Michael Kinkel ·

Il Maine è lo stato più a Nord degli Stati Uniti: sulla cartina, in basso a destra del Canada. In un parco quasi intatto del piccolo stato, improvvisamente un giovanotto si scansa dalla sua vita ed entra nel fitto della vegetazione per restarci ventisette anni, vivere di espedienti, piccoli furti, silenzio assoluto, inimmaginabile simbiosi naturale.

Il libro di Michael Kinkel, Nel bosco (Milano, Piemme-Mondadori, 2018, pagine 220, euro 17,90) racconta questa storia iniziando dalla fine, cioè dal suo arresto: pagine, anzi, righe dal ritmo incalzante, tra il tizio scoperto (Christopher Knigth, il cosiddetto “eremita”) e Terry Hugues (il particolarmente esaltato poliziotto che da diciotto anni gli dà la caccia). Fortuna che c’è Diane Vance, la collega di Hugues, composta e rilassata, che fa tutto quello che va fatto. Ora il romanzo può cominciare.

Christopher Knigth

L’obiettivo principale di Knight era il Pine Tree Camp, «lo sapevano tutti: il grande magazzino personale del ladro» che in varie incursioni aveva rubato un catalogo intero di oggetti. Ma anche dalle abitazioni vicine: uno zaino, un materasso, libri di narrativa, bombole di gas. E poi cuscini, coperte, qualche orologio, dolci e addirittura boxer, liquori e latte. Assurdo: mai un indizio, una prova, un’impronta. Assurdo ma reale. Tanto che, una volta arrestato, diventa un mito, anzi un divo.

Una meraviglia tra le altre: dopo ventisette anni di silenzio assoluto, l’eremita risponde parlando spedito. Così vuole Finkel l’autore, ma sono gli interrogativi a tenere testo: Come? Perché? Così tanto? E da quando?

«Venni a sapere di Christopher Knight una mattina (…). La storia mi incuriosì (…) provavo un certo rispetto e molto stupore». Così nasce Nel bosco, una storia data per vera anche se incredibile, a cominciare dai tanti tentativi di chi la scrive di incontrare lo stravagante solitario del Maine.

Vissuto per decenni in un silenzio quasi mistico, nella segretezza silvestre di un arcano territorio fuori da qualsiasi richiamo civile e sociale, Knight diventa per miglia quadrate il solo essere vivente della misteriosa profondità della foresta. Catturato per puro caso e vittima della terribile noia del carcere — una tortura che minaccia di condurlo alla pazzia — si fa raggiungere dallo scrittore dopo mille dinieghi e riserve, rilasciandogli di volta in volta non un manuale di sopravvivenza, bensì una sorta di trattato filosofico e psicologico sulla solitudine, figlia di una fuga dalla realtà, dal moloch consumistico, dalle convenzioni culturali e finanche dalle norme morali.

Non è un contestatore, né un pellegrino, né un ricercatore: è un modesto ladro di necessità e per il resto non sente alcun richiamo di coscienza, non religioso né umano: non sa e non vuole spiegarsi perché ha deciso di togliersi dal mondo per stare solo con sé stesso, convinto che il mondo non sia fatto per accogliere persone come lui, ma senza che nessuna ragione superiore possa dare spiegazioni di un gesto da profugo della razza umana.

Al punto che la lettura di questo bizzarro reportage spinge a chiedersi se, senza concludere su una motivazione purchessia, la gratuità del fatto abbia un possibile senso. Consegnarsi al vuoto, o al nulla, è un’accettabile scelta di vita? Il racconto matura un’adesione che non sia solo formale, dal momento che scrittura, struttura e stile sono inattaccabili da un punto di vista estetico? Infatti, tutte da ammirare sono le descrizioni naturalistiche che costituiscono gran parte del libro, in relazione alla magia dei paesaggi, e notevoli sono l’abilità con cui l’autore lavora all’intimità psicofisica del personaggio, le peripezie narrate, il fervore mentale e materiale sotteso alle varie situazioni, le vicissitudini narrate con magnetica qualità espositiva (dolori e piaceri, estasi e follia, paralisi ed esaltazione).

Alla fine non ci si chiede più perché Knight abbia voluto abbandonare la società, semmai perché miliardi di persone vogliano rimanerci. Totalmente dentro il paradosso, tema cardine del romanzo, verità o invenzione che sia.

di Claudio Toscani

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12 dicembre 2019

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